Attenzione se leggete questo pezzo adesso. Sto scrivendo in piena domenica del primo pomeriggio del 5 ottobre, primo giorno di urne per la Calabria. E qual è la notizia che sconvolge qualche utente crotonese e calabrese? Che c’è bassa affluenza, e che la colpa è del calabrese/crotonese/catanzarese/cosentino/reggino/vibonese che non vota.
L’andazzo disastroso dell’astensione crescente va avanti almeno dalla caduta di Scopelliti, che è per giunta responsabile di una legge pastrocchio elettorale che di fatto penalizza i territori più piccoli, tra l’altro anche molto campanilisti. diciamoci la verità. Il credo calcistico è andato ben oltre, indice antropologico di una Calabria che dialoga contro se stessa, e la giustifica spesso e volentieri con il consueto e stupido alibi delle posizioni politiche, arrivando anche a delle scenette molto grottesche.
Già, la Calabria non ama tanto se stessa. Pardon, i calabresi non amano tanto loro stessi. Per incontrare un calabrese doc o vai in un agriturismo perduto in qualche landa perduta oppure devi andare all’estero, possibilmente paesi anglosassoni. là il calabrese lo trovi.
Qui. invece, trovi quelli di coccio.
Cittadini elettori, non offendetevi. L’astensione è presente da parecchio tempo in Calabria, con punte del 70%, come è accaduto a Crotone.
però i dirigenti di partito non s’interrogano su questo brutto fenomeno. Tanto ci siamo noi. e qua sta il problema. Se puntate su una legge elettorale che non ascolta i mugugni delle persone di tutti i giorni, che cosa vi pensate? Che basta calare dall’alto qualche emigrato di lusso e spiegarci che risolverà tutto con chissà quali misure? E giusto per rispettare la par condicio, neanche il colpo di scena mediatico a mò di Berlusconi abbia funzionato tanto.
Dal Montismo in poi (2011), la politica non è più amata. A malapena è sopportata, e queste leggi elettorali antidemocratiche che umiliano la scelta del proprio rappresentante sono una delle cause dell’allontanamento dell’elettore.
Poi in Calabria non ne parliamo, con l’emigrazione di massa che si ritrova ogni anno. Per non parlare dei cazzari, delle false promesse, delle clientele ristrette, dell’impossibilità di realizzarsi un’attività diversa. Per non parlare dell’isolazionismo imperante, susseguito da una certa ipocrisia insopportabile. Intanto il tempo passa, le cose cambiano, e siamo sempre più pochi.
Ormai la malattia c’è, ma non si dice. Guai ad affrontarla a viso aperto. Anzi, meglio ignorarla. Certo. Solo che poi con la realtà ci fai i conti. Eccome.
Guardate come è cominciata la diatribe elettorale tra Occhiuto (centrodestra) e Tridico (centrosinistra). Facciamo vedere i mega sondaggi. Poi, come per magia, questi sondaggi che davano vincente l’uno o l’altro spariscono. Poi arrivano i video recita su TIkTok (quelli dei candidati al consiglio), e al di là della retorica per l’amore per la propria terra appaiono dei chiari inviti al voto indirizzati ai calabresi esiliati per lavoro e per studio. Tutti in video. Poi per ultimo, la recita della necessità del voto, che in regime di astensione serve per affermare la propria credibilità.
Se gli indizi sono tre, allora si sa che il nemico di Occhiuto e Tridico non si chiama destra o sinistra, ma astensionismo. Non metto in mezzo il candidato Toscano perché è alla sua prima vera gara, e il suo minuscolo partito deve ancora prendere piede.
Il bello è che tutti credevano che bastasse la popolarità a riportare gli entusiasmi dietro le urne. Beh, non è così.
Sulla disaffezione elettorale e sull’astensionismo potrei scriverci un libro e anche produrre un documentario. Sono anni che lo denuncio nei miei stupidi live. Un argomento che non ha suscitato interesse neanche tra i miei amici giornalisti, che continuano a chiudersi ostinatamente nella divisione anacronistica tra fascisti e comunisti, come se questo fosse il problema principale.
La Calabria è una periferia della periferia mangiata dalla demagogia imperante. Già con lo sviluppo della comunicazione (non dei mezzi di comunicazione) linguistica si è indietro anni luce. Già vedere i video su TikTok intrisi di banalità anacronistiche stanno facendo il loro danno controproducente. Non parliamo poi dei manifesti. E non ultimo, l’impellente necessitò di affacciarsi in discussioni internazionali in un contesto regionale molto periferico hanno inquinato di fatto l’ascolto dell’elettore.
A proposito. Ci tengo a rispondere a qualche attivista troppo eccitato. Avevo scommesso che sarebbe finita con un astensionismo preoccupante, e che il voler evitare il problema rappresenta il problema stesso, che tra l’altro è solo la punta di un iceberg bello grosso.
Mi si rimprovera che non ho empatia verso i partiti attuali. Beh, faccio la distinzione tra le persone e i partiti. Soprattutto in questo decennio alla deriva dove la “Mostra delle Atrocità” di JG Ballard è di fatto una realtà acclamata.
Lunedì 6 ottobre ci sarà un verdetto- Ma non sarà un verdetto splendente.
Di sicuro sta terminando una fase storia durata un po’ troppo. L?astensionismo non è una giustificazione, ma una malattia che risponde al parassitismo politico. E la legge di un politico non creduto vale quanto un pezzo di carta igienica mentre sta per essere espulso dopo che qualcuno ha fatto i suoi bisogni.
Brutale dirlo. Ma è meglio ribadirlo. Se non altro perché almeno si potrebbe affrontare il problema per quello che è realmente: Diamocela tutta: l’elettore calabrese ha smesso di crederci. E non puoi fargliene una colpa se preferisce mollare. Pagherà il suo prezzo. Vero. Ma in mancanza di una vera protesta sentita, l’indifferenza diventa la sola risposta.
Quello che state per leggere è il frutto di una lunga conversazione tenutasi amichevolmente con una videoconferenza in lingua francese con un prof di scienze delle comunicazione e due suoi studenti ai fini della pubblicazione di un lungo studio che coinvolgerà vari testimoni che hanno vissuto i tanti cambiamenti che il web ha apportato nella società. Sapendo bene che la tesi non pubblicherà integralmente la testimonianza, allora la riporto qui tradotta in italiano. Buona lettura.
Introdurre Aurelien Facente non è cosa semplice. Abbiamo letto il suo libro blog RESPONSIBILITIES datato 2011, tra l’altro anche in maniera quasi clandestina vista la inedita costruzione dell’opera in sé, e lo abbiamo contattato perché lo consideriamo un testimone notevole per la nostra ricerca. Parlo di noi, ma in realtà io sono Jean, prof di scienze della comunicazione in Francia, e in compagnia di Elodie e Pascal, miei studenti alla fine del ciclo di studi, ho deciso di intraprendere un viaggio alla ricerca di testimoni della comunicazione ai tempi dei social e del web, persone che hanno vissuto in prima persone le mutazioni della società attraverso l’evoluzione di internet.
Con Aurelien, che ringraziamo per la sua disponibilità, abbiamo avuto una lunga conversazione. In lui abbiamo rivisto, anche se con i dovuti cambiamenti, l’antieroe di RESPONSIBILITIES, ma abbiamo anche conosciuto il vero Aurelien, un tipo poliedrico (ha un curriculum di vari mestieri), che a volte si comporta come un personaggio uscito dalle pagine di un romanzo qualsiasi di Charles Bukowski, ma con la schizofrenia di un eroe tratto dai fumetti di Grant Morrison o i romanzi di Joe Lansdale.
A Crotone, città dov’è nato, si sa tanto quanto si sa poco. Una contraddizione vera e propria. Molto presente sui social, Aurelien non è quello che appare. È altro, molto altro rispetto al fenomeno da baraccone che lui mostra di volta in volta.
Ci siamo dati appuntamento via web conferenza, e lui seduto comodamente in un angolo di un parco dentro la città, si è presentato puntuale in compagnia del suo cane selvaggio Jimbo, vestito casual e con gli occhiali scuri. I segni del tempo si vedono, ma è lui. La stessa sagoma della follia, così la definisce lui, di un libro scritto e realizzato sul web nell’ormai lontano 2011.
Si siede a terra con il cane sulle gambe, e ci dice di partire subito con la conversazione. E alla fine vuole fatto pure i complimenti…
Aurelien, non so con franchezza da dove cominciare, anche perché di cose ne hai fatte tante nella vita, e sono così tante che non si possono racchiudere in una sola professione o mestiere. Come ti racconteresti oggi?
Non esiste, scusate la mancanza di modestia, un aggettivo per uno come me. Diciamo che forse è meglio definirmi un piccolo autore che sa esprimersi con più mezzi per raccontare le proprie storie, che oggi possono presentarsi sotto forma di romanzo o essere narrate con una semplice fotografia. Se dovessimo vedere la questione dal solo punto di vista artistico, allora sono un autore che si è mosso usando tutte le evoluzioni del web, dove ormai è consolidato che devi trovarti un primo pubblico. Il problema, semmai, è mantenerlo. Mi sono trovato a fare tante cose nella vita perché mi sono trovato travolto dalla precarietà voluta dalla società europeista, ovvero nel ruolo di un lupo affamato in mezzo a tanti, troppi, cani incatenati. Pagherò fortissimo questo mio non conformismo, ma è quello che mi ha permesso di affrontare le sfide di questo tempo difficile.
Io so di non essere molto famoso a livello internazionale. Dopo la traumatica esperienza di RESPONSIBILITIES, ho cercato di vivere una vita più anonima e di combattere in parte la mia doppia celebrità a Crotone. In altre realtà sono sempre stato trattato come una persona, ma Crotone ha qualcosa di particolare nei miei riguardi. Dovrei parlare al passato, perché ormai sono tre o quattro che urlano il mio nome a vanvera. Sì, ho sofferto di estremi sulla mia persona. Non sto a fare l’elenco, ma ciò spiega in parte la mia natura poliedrica. Dovete immaginare che sin da piccolo sono stato cresciuto con un motore a diversa velocità con i miei coetanei, ma mi ha solo avvantaggiato per qualcosa. In età adulta, ho capito tantissimo di me. Soprattutto il valore del lupo affamato. Avrei voluto una vita più anonima. Lo giuro. Ma purtroppo quando ti chiami Aurelien a Crotone, non è che ne trovi tanti con il tuo nome. Oddio, sto facendo una critica ai miei genitori. La verità è che ci sono voluti parecchi anni per rendermi conto che dovevo accettare me stesso per quello che sono sempre stato. Oggi combatto i pregiudizi in un altro modo. Se dovessi definirmi realmente adesso, preferisco vedermi come un Omero giovane che sta cercando di capire come iniziare l’Iliade e come concludere l’Odissea.
Tu sei stato molto discontinuo nel tempo, ma non fraintendere il termine perché la tua discontinuità è dovuta a un fatto puramente mediatico. Ci colpisce molto che tu hai una certa padronanza dei mezzi di comunicazione, a cominciare proprio dal linguaggio dei social. Non hai enormi seguiti, ma sei uno di quelli che ha attraversato varie stagioni del web tenendo duro. Tu, come hai dimostrato in RESPONSIBILITIES, sei uno che ha sperimentato sulla propria pelle gli effetti negativi dei social. Eppure, pur avendo scritto un pezzo di storia molto attuale oggi, è come se ti andasse bene non superare una certa soglia di popolarità. Nel senso che preferisci essere minuscolo piuttosto che un gigante…
Che domanda difficile. Non so se riuscirò a dare una risposta soddisfacente e completa. Io mi sono iscritto sui social, esattamente su MySpace, alla fine del 2007. Già all’epoca li vedevo come un mezzo da usare e basta, e all’epoca furono rivoluzionari. Ma non sono la vita. Io concepisco i miei spazi social come un contenitore di ciò che faccio e basta. Ci vive il personaggio Aurelien con alcune sfaccettature, ma non la mia persona. Sono stato abile a separare i due aspetti, pur restando me stesso. Non è facile, e l’esperienza di RESPONSIBILITIES mi ha permesso di capirlo e di separare i due io tra reale e virtuale. Ci tengo a dire che i social non sono il male. Semmai è l’uso che ne fanno alcune persone, e avendone vissuto il lato malvagio so di cosa parlo. Sui social, è vero, ho conosciuto un mostro, ma è anche grazie ai social che sono riuscito in qualche modo a fermarlo, in assenza di leggi e mezzi che oggi funzionano. Perciò ci tengo sempre a dire di non imitarmi qualora vi trovaste davanti a qualcosa di brutto sui social. Andate direttamente alla polizia postale e fatevi guidare da loro. Perché quello che ho vissuto è estremamente doloroso, ed è stato molto difficile scriverci la parola fine. Mi fosse capitato oggi, di sicuro non mi sarei avventurato a scrivere un libro in tempo reale per ottenere un minimo di giustizia.
Sui social, in base alle mie esplorazioni, la maggior parte degli iscritti indossa una maschera, ed è molto probabile che non accettano la propria esistenza per quella che è in realtà. Questo fenomeno è più colpa dell’essere umano che della natura dei social stessi. Andy Warhol tra l’altro lo aveva anticipato, ma non avrebbe immaginato che la celebrità momentanea sarebbe passata attraverso uno smartphone.
I social ti aiutano a essere popolare, ma essere popolare non vuol dire essere capace, intelligente, migliore. Rischi anche di diventare un fenomeno da baraccone.
È vero però che adesso li usano una quantità abnorme di persone. E parecchia gente significa anche una grossa percentuale di stupidità. Quello che è certo è che molti individui gonfiano il proprio ego a dismisura, arrivando a credere di essere protagonisti di un film mitologico.
I social hanno scombussolato la società perché il mezzo in sé ha permesso, ed è un fatto positivo, di far vedere che ci stanno tante persone che pensano, che esistono e che scelgono. Sono tante ed è un bene. Almeno questo. Il problema è che si sono generate delle mostruosità per via del fatto che si sono sviluppate nuove forme espressive, e pensieri troppo liberi danno fastidio e molto anche. Il problema è che ci si illude, da parte del potere, di fermare questi pensieri, la cui verità è solo il più delle volte l’espressione di una sensazione del momento, che per natura non può essere definita verità. Quella, la verità, ha bisogno di tempo per essere vista come tale. Se vuoi bloccare il pensiero, dovresti spegnere le persone, non Facebook e simili.
I social, giusto per restare in tema, hanno scombussolato tre settori in maniera più irruenta, ma non li ha migliorati. Semmai è successo che sono peggiorati. Il mondo della politica in primis, parallelamente a quello dei giornali e delle tv, seguito poi a ruota dal settore finanziario, con la differenza che deve mantenere un ruolo più in sordina rispetto ai primi due per un semplice gioco delle parti. Tutti e tre, però, cullano il desiderio malsano di governare a priori sulla massa, usando proprio i social, ma nel farlo si sono dovuti esporre a dismisura, con risultati pericolosamente demenziali. La politica sui social è diventata al 90% satira spicciola.
L’informazione merita un discorso a parte. La finanza ha scoperto che non può governare tutta la massa, perché per crescere o restare tale ha bisogno della massa stessa per far circolare l’economia. Alla fine i soldi hanno valore se è la massa a usarli. Quindi oggi si trova davanti a un bivio, e proprio nel grande Occidente questo fenomeno è sfuggito di mano. Loro lo sanno, e vorrebbero spegnerlo. Ma non lo faranno mai.
Semmai, un domani, saranno costretti dagli eventi a mollare la presa e a cercare di lavorare al ritorno positivo di un sistema simil economico a quello degli anni ottanta, ovvero una società che a livello economico offriva delle opportunità e dove ognuno poteva costruirsi la sua scelta. Una società del genere rende più benestanti, e diventa perciò più semplice da gestire a livello sociale, tanto per cominciare. Un popolo che s’impoverisce si incattivisce. E non segue di sicuro i suoi leader. Dubito pure che ci credano.
Convinzioni discutibili le tue, ma con un fondo di verità inoppugnabile. Aurelien, tu sei un pioniere del web, e negli anni ti sei espresso su più ruoli, partendo dal giornalismo. Secondo te, perché politica e giornalismo ci hanno perso? E soprattutto in cosa hanno peccato?
Vuoi farmi litigare con i miei ex colleghi? Bene, andiamo per ordine. Io ho assaggiato il sapore della carta stampata. Negli anni duemila, ho imparato a scrivere rispettando il tema proposto, e andavo a cercarmi le notizie, verificandole sul posto. Nella pratica, io combattevo le idee diverse dalle mie, ma non censuravo e nemmeno condannavo le idee altrui.
Il passaggio su web ha distrutto il vero giornalismo italiano. Le tante e troppe testate hanno smesso di guardare i contenuti, e hanno preferito diventare delle grosse agenzie pubblicitarie a basso costo. I giornalisti che raccontano hanno lasciato il posto, e in tanti casi sono stati costretti, a piccoli personaggi televisivi che hanno infettato la tivù, che dopo la carta stampata ha preferito regredire piuttosto che migliorarsi. Allo stesso tempo, molte penne hanno dovuto ridimensionare i loro stipendi, perdendoci in tutto.
La qualità della notizia si è riabbassata a favore della propaganda politica pseudosocialdemocratica, diventando così il programma di varietà di bassa lega principale, con personaggi compiacenti che si spacciano per giornalisti.
La politica ha pensato bene di conquistare il web, addestrando macchiette e cialtroni a fare gli influencer. Ha funzionato bene per un po’, ma poi è arrivata la Polmonite 19, seguita dall’Ucraina e dai terribili conflitti in Medioriente. Lì hanno perso la rotta, e il pubblico ha cominciato a distinguere la cialtroneria.
Sto vivendo le elezioni regionali in Calabria. Basta vedere l’evoluzione dell’impatto su Giuseppe Conte ad esempio. Nel 2021 guai a scrivere contro di lui. Nel 2025 qualcosa è cambiato: tolti i tifosi, oggi si attira un sacco di critiche, alcune anche parecchio accese. Succede a lui, come anche agli altri attori di questa generazione politica. La gente li vede e li percepisce per quello che si sono rivelati essere, ovvero soggetti che non si fanno scrupoli a manipolare e a mentire. A questo si aggiunge un evidente peggioramento economico generale. E il distacco è fatto. Aumenta l’astensionismo perché la gente non crede ai cialtroni. Li definisco tali perché non hanno visioni politiche a lungo termine. Per non parlare poi del peggioramento culturale.
Oggi si è realizzata di fatto la figura del politico europeo descritta da Michel Houellebecq, che nel 1996 aveva denunciato tale dimensione dopo la firma dei trattati di Maastricht nel 1992.
Il web oggi vive una doppia natura, ma mi limiterò a dire che gli influencer sono un fenomeno destinato a essere passeggero, mentre chi realizzerà contenuti più veri è destinato a durare di più. Succederà anche con questa generazione politica che gioca a ping pong con sé stessa, visto che con la gente sarà sempre più difficile rapportarsi. In fondo non hanno capito che la gente di tutti i giorni è il loro cliente principale al quale devono dare un ritorno all’investimento democratico, oggi sull’orlo del fallimento. Saranno spazzati via perché la gente vuole vivere e basta, e francamente è stufa di sentire scuse in un contesto economico sempre più compresso. È un dramma per la democrazia, che esiste solo se le persone credono in un sistema di potere che rispetta proprio le persone stesse in primis. Oggi i politici nazionali ed europeisti perseguitano l’immaginario delle persone con storielle sempre più isteriche. Finirà male perché quando il potere prende in giro e si approfitta delle persone, queste ultime smettono di crederci e si innesca in loro una reazione che non sto a descrivervi. Gli europeisti escono sconfitti perché la gente non li considera credibili nel voto.
La scusa del sacrificio è una balla del sistema pseudosocialista, e un consenso reale che si abbassa di volta in volta si traduce in una lenta e costante perdita di credibilità internazionale, fenomeno che ormai è sotto gli occhi di tanti.
Puoi essere piccolo e povero, ma se sei credibile il re e la regina ti ascolteranno sempre. E così a ruota il popolo, almeno quello razionale.
Perché, secondo la tua esperienza, questo degrado non viene ammesso? E perché non viene raccontato come si deve? Ci siamo più limitati che evoluti?
Chi ambisce al potere crede di non sbagliare mai. Chi lo possiede si illude di essere sempre nel giusto. In Italia il discorso è molto antropologico. Dal defenestramento di Silvio Berlusconi nel 2010, e con l’avvento di Mario Monti e di un susseguirsi di primi ministri più teatranti che veri e propri politici di razza, ci siamo trovati infilati in una specie di automobile in perenne accelerazione per portarci chissà dove, seguita poi da un’eccessiva spersonalizzazione dell’identità politica a favore di Yes Men e Yes Women abbastanza privilegiati, ma con il grave difetto di non corrispondere utile al Paese rispetto all’investimento del voto. Mentre il loro portafogli è rassicurato, il Paese ha cominciato a spaccarsi di più invece di rafforzarsi, il tutto scambiato con qualche pezza.
Ci siamo così ritrovati una politica piaciona, sempre più macchietta e sempre più ignorantona, oltre che più istericamente europeista, il che è più un male che un bene.
La prima violenta battuta d’arresto è stata la Polmonite 19. Al di là della tragedia, la gente si è ritrovata confinata dentro casa a sorbirsi ore e ore di dannosi talk show sempre sullo stesso argomento e con propagande maccartiste. A me è sembrato di vivere esattamente il romanzo distopico di Charles Eric Maine intitolato IL GRANDE CONTAGIO, dove ad un certo punto ci vedo scritto proprio i dpcm del governo Conte, targato PD e CinqueStelle. Se si va avanti nella lettura del suddetto romanzo, si presenta anche lo scontro tra vaccinati e guariti, solo che nel mondo occidentale hanno voluto aggiungere la categoria dei No Vax, guarda caso.
Tale schema comunicativo è proseguito con la guerra tra Ucraina e Russia, e proseguito dai sanguinosi conflitti in Medioriente. Sempre lo stesso schema, con la conclusione che abbiamo capito che la UE è solo un pretesto politico assurdo e molto lontano dalle reali esigenze delle persone. La conseguenza è che molti di noi abbiamo smesso di crederci, e gli idioti pseudosocialisti della UE continuano imperterriti a fare gli idioti, senza mai farsi una domanda scomoda. Un politico che non nutre il dubbio è un politico che sarà sempre destinato a fallire, oltre che a farsi odiare.
Sarebbe ora di smettere di frignare e cominciare a fare molti passi indietro, che alla luce dei fatti non risuonerebbe proprio come una sconfitta, perché sarebbe visto come un atto di coraggio e di saggezza, seppur tardivo. Non accadrà purtroppo, ma il potere consuma molto i presuntuosi. Ci troviamo ora in una impasse particolare perché mai vissuta, in effetti. Per quindici anni almeno, è stata portata avanti una visione di soggetti che hanno smesso di ascoltare e di dialogare con la società di tutti i giorni, ovvero noi., e ora i loro castelli di carte stanno miseramente crollando perché sono impregnati di menzogne continue, che con tragicità si riflettono sulle poche e brave persone che vorrebbero tentare, ma che non sono promosse per via di un voluto impoverimento valoriale, visto che loro i valori li calpestano usando l’argomento come un alibi, quando si sa che è una manipolazione delle masse.
Ci troviamo in una giungla, ma nella giungla non conta solo il potere, ma il più astuto, ovvero il più abile e intelligente nel senso pragmatico. Quando Tarzan si presenterà, le scimmie smetteranno di urlare.
Tale processo è complicato perché adesso viviamo in una Idiocracy vera e propria. Ci sono molti idioti con sfoggio di laurea che credono di essere intelligenti, e lo mostrano bene con uno sbraitare continuo e inutile, con l’effetto di essere dei veri e propri ciarlatani. Se la massa smette di ascoltarti, smette di crederci, anche se ha idee opposte. Io sono cresciuto con mio padre segretario di partito in un’epoca dove i diversi poli partitici dialogavano. Non erano perfetti, ma non facevano cabaret,
Una democrazia vera si nutre anche degli sbagli delle persone, e deve permettere loro di capire da soli dove sta lo sbaglio. In un’idiocrazia questo non avviene. L’Italia è una piccola idiocrazia per adesso, ma ce la caveremo perché quando ci renderemo conto del potenziale del nostro DNA millenario allora risaliremo la china.
In altri paesi europeisti non avverrà questo fenomeno tragicamente. Questa generazione idiocratica ha fatto il passo più lungo della gamba, e sarà costretta a farsi da parte, con un primo periodo però molto duro.
Un dato è acclarato. Questa generazione politica ha abusato largamente del proprio potere. E sottolineo il termine “generazione”, da separare dai concetti della destra e della sinistra classica. I valori opposti di tal compagini sono stati usati come una maschera manipolatoria.
In un contesto serio e più pronto politicamente, non avremmo in tivù le Ronzulli, le Picerno, i Renzi, e tutta la restanza di oggi. Negli anni 70’ il parlamento era frequentato da personalità come Sciascia, giusto per fare un nome bipartisan culturale. Ora abbiamo delle bruschette arrostite che si accusano l’un l’altro, e la cosa peggiore è che non hanno proprio rispetto del loro stesso elettorato, ovvero quello che vorrebbe tornare a votare.
Discorso amplio sul quale riflettere, ma ora parliamo di te, Aurelien. Tu sei nato a Crotone, ci hai vissuto, e come Moebius hai vissuto un doppio io. Chi ha letto l’autobiografia di Jean Giraud, ne conosce il concetto. Tu, pur non essendo Gir o Moebius, in qualche modo gli assomigli. Però con moltissime differenze, sia chiaro. Questo tuo doppio io si è manifestato sul web, e pur non essendo un influencer super seguito… Rifacciamo la domanda: quanto questo tuo doppio io ti è stato utile?
Beh, vi ringrazio di avermi accostato al maestro Jean Giraud, ma la mia storia è totalmente diversa dalla sua. Io sono un doppio io sin dalla nascita, e non per scelta artistica. La mia arte, che possa essere fotografia o scrittura, è passata dal processo del doppio io, ma è sui social che si è sviluppata meglio, almeno per me. Non dico di essere perfetto, ma ho avuto le mie soddisfazioni.
Vedete, io ne ho approfittato per giocare moltissimi su tale concetto. Quando decisi di realizzare RESPONSIBILITIES, ho dovuto spogliare me stesso di tutto, diventando personaggio di romanzo da una parte e autore di reportage dall’altro lato. Il doppio io mi ha salvato e mi ha condannato. In RESPONSIBIITIES racconto della morte del mio amore e di ciò che ha comportato cacciare un mostro subito dopo. Di tale traumatica esperienza ne ho fatto un lavoro, arrivando a vivere un’altra storia anch’essa traumatica, seppur molto diversa per via del fatto che stavolta sapevo dove andare a parare. Ero più maturo. Tutto qua.
Il doppio io mi ha protetto nel processo di ricostruzione.
Sul web, confesso di essere più personaggio. Mi vanto della mia antipatia che mi concede un’allure di libertà. Su Facebook ho notato che tanti miei concittadini amano farsi vedere e ammirare in una vita che non è totalmente vera. Alcuni si realizzano delle vite parallele inesistenti. Ma non perdo tempo a giudicarli. Ognuno è padrone del proprio percorso. Io sono diverso da buona parte di tantissime persone perché io ho oltrepassato dei confini. Ho dovuto uccidere il mio cuore per mettere a fuoco le decisioni difficili da assumere. Non mi pento di quello che ho fatto perché la giustizia ha fatto il suo corso, e per fortuna non ci sono stati morti nel percorso che ho intrapreso. Però so di essere andato oltre, e questo ha compromesso vari rapporti.
Inevitabile, ma almeno non è ipocrita. Ho un rapporto abbastanza controverso con la città di Crotone. La vivo fino in fondo, talmente dentro che preferisco non mostrarla più di tanto. Alcuni insinuano che non amo la mia città, ma è fotografando Crotone che ho rimesso in gioco me stesso partecipando a vari contest fotografici di caratura mondiale, vincendone qualcuno tra l’altro.
Ho in progetto di regalarmi un’esposizione di alcuni miei lavori fotografici, sperando di regalare alla mia città una serie di scatti per far vedere ai miei concittadini dei colori che molto probabilmente non hanno mai visto.
Il mio doppio io è servito soprattutto a cercare la bellezza nascosta dei luoghi dove ho vissuto una parte della mia vita. Ma ripeto. Io vivo una Crotone così perché ho un modo diverso di vedere la vita.
Parliamo di arte e di web. Tu hai realizzato piccoli videoclip, hai scritto racconti sui primi siti e-book prima di Amazon, hai vinto contest fotografici in posti sperduti. Hai vissuto tante esperienze interattive, e anche se non adeguatamente pubblicizzate, è innegabile che determinate opportunità le hai vissute. Oggi l’artista senza il web non sarebbe artista? Sei d’accordo?
Più no che sì. Se parliamo di un’entrata in mercato, il web è necessario, ma il contenuto va saputo costruire. Il web ti rende celebre solo per il pubblico del web. Che è molto diverso da quello televisivo o cinematografico o dei bar. Un artista oggi deve essere più elastico nell’apprendere i mezzi tecnologici, ma non vuol dire che appena entri nei social lo traduci in fama e soldi. Anche un idiota può essere famoso, forse più dell’artista stesso. Uno bravo riuscirà sempre a farsi notare e a farsi valere. In Italia purtroppo c’è una cultura canonizzata e molto politicizzata. Nonostante la possibilità di mezzi che si è allargata, continuiamo imperterriti a sfornare storie che devono essere simpatiche politicamente parlando. Questo ha messo in crisi il nostro cinema. I piccoli autori però li vedi sul web, nelle piattaforme. Devo ammettere che sono molto contento di vedere dei registi horror che fanno lavori ben superiori a quelli americani nel costruire la storia. Tutto dipende da come usi il mezzo alla fine dei conti. In Italia l’avvento del web ha creato più crisi però, e molto è dovuto al fatto che crediamo di essere una cultura superiore senza avere studiato granché, e senza nemmeno confrontarsi sul campo più di tanto. Il cinema italiano ha una grande storia perché Mastroianni e Fellini si confrontavano, perché Pasolini parlava con Totò, perché Dino De Laurentis cercava prima una storia e poi il regista e gli attori. Oggi l’arte italiana, in generale, persegue una moda fasulla per compiacere il potere. L’arte vera non ha l’obiettivo di piacere e di essere asservita alla politica. Basta prendere a esempio le guarattelle napoletane. Ho avuto l’onore di conoscere e fotografare il grande artista Gaspare Nasuto che, purtroppo, non è più fra noi. Un burattinaio di grandissimo talento che ha saputo modernizzare il Pulcinella napoletano, avendo il coraggio di prendere con sé la maschera e raccontandola per quella che era. Ha dato tanto al teatro dei burattini e ha girato tantissimo. Non ha avuto bisogno del web per essere famoso, perché è stato il suo lavoro a parlare per lui. Un artista vero prende in prestito gli spazi e si mette a raccontare la sua arte con i suoi mezzi. Il web è solo una formalità. Poi possiamo anche parlare delle tecnologie di ultima generazione, ma non è la migliore tecnologia a rendere un film memorabile. No, il film ha anche altro.
Io ho usato il web per me stesso. Lo ammetto. Ma non è che mi ha reso l’artista più importante del mondo. Mi ha aiutato a sviluppare una personalità di sicuro. Mi ha messo a confronto con veri fotografi. Ma poi non è che ci ho ricavato chissà che cosa. Ormai se punti solo sul web, rischi solo di essere una meteora cui basta un click per sparire.
Possiamo farti una domanda più intima. Sei sereno? Sei innamorato? Che cosa ci puoi raccontare del tuo privato? Non troppo nei particolari, però. Perché tu in passato hai sovraesposto te stesso a discapito del tuo privato. Quindi, dopo quello che hai vissuto, hai avuto una seconda chance?
Ho una mia serenità. Ho affrontato una brutta malattia uscendone di recente e mi sono convinto a vivere un nuovo ciclo. Per quanto riguarda l’amore, ci sono voluti anni per ritornare a provare qualcosa. Ora la provo, ma la tengo per me. Preferisco starne un pochino lontano. Perché per adesso voglio vederla crescere, anche in qualche errore. Per me è già tanto che non mi sono arreso al trauma, perciò mi accontento. Non riesco a essere geloso e nemmeno possessivo. Ho serie difficoltà a pronunciare i miei sentimenti. Quello che ho vissuto dentro non lo auguro nemmeno ai miei nemici. Preferisco gioire in silenzio con una porta socchiusa. So che si tratta di una visione abbastanza romanticona, ma se vuoi dimostrare oggi il tuo amore devi anche essere pronto a vivere questo silenzio. L’amore vero gioca con il tempo per crescere. Pero, questa resta una mia visione, frutto di quel che ho vissuto. Io non sono perfetto. Lungi da me pensarlo pure. Io ho commesso azioni che mi hanno portato a oltrepassare dei confini che non potranno mai definirsi etici.
Comunque sono felice di una cosa: che non ho perso la facoltà di amare. Per alcuni anni, quel vuoto mi ha torturato. Ma è anche grazie a quel vuoto che ho capito la responsabilità dell’amore. Alla fine il Cacciatore di Fake (nb: in corso di pubblicazione su un sito wordpress) è il racconto di questa riscoperta.
Tra poco si consumeranno le elezioni regionali in Calabria. Mentre l’Europa non è compiuta di fatto, in Calabria si vota… Insomma, abbiamo notato che a differenza del passato tu non ti sei voluto esporre come facevi prima con tante dirette Facebook per raccontare il gioco elettorale giorno per giorno.
Non credo che essere presente in video possa cambiare l’esito elettorale, poiché sarà terribilmente condizionato da un astensionismo imponente. L’inizio della campagna elettorale l’ho trovato grottesco e scontato. Il gioco mediatico con relativi sondaggi non influenzerà più di tanto il verdetto finale di un ente che in alcune zone della Calabria è recepito come qualcosa di lontano. Certo è che i due principali contendenti, con un terzo incomodo che forse nemmeno raggiungerà il quorum, partono entrambi azzoppati, più che altro perché le rispettive coalizioni soffrono di demagogia acuta, eccesso di protagonismo e una comunicazione presuntuosa. Sono divertenti gli spot su Tik Tok.
L’elettore è oggi più esigente, e a ragione tra l’altro.
La Calabria è una regione che si è evirata con una legge elettorale che esclude i piccoli territori provinciali a vantaggio di quelli grandi. Crotone non ha avuto rappresentanti nella maggioranza, ma neanche all’opposizione. Il rappresentante eletto nelle fila dei Cinquestelle nel passato consiglio non so a cosa sia servito esattamente. Addirittura si ripresenta nella coalizione del nemico.
Mi rendo conto che questa percezione di lontananza abbia contribuito a complicare il rapporto con gli elettori. Questo è dovuto a una riforma idiota che ha depotenziato i territori provinciali. Per cosa poi?
Non giudico in questa conversazione i tanti candidati al consiglio regionale. Per loro già praticare questo percorso elettorale sarà una via crucis impregnata di cabaret, tanto per ripetermi. Detto con franchezza, preferisco fare da spettatore, e poi magari rivendicare qualcosa.
Purtroppo le dirigenze dei partiti non si rendono conto dell’antropologia del posto dove dicono di operare, e hanno la grave colpa di non aver provato a fermare l’emorragia astensionista. Non hanno mai voluto discuterla, e nemmeno capirla. Ciò renderà il risultato molto incerto, un risultato che purtroppo sarà viziato anche da alcuni cliché come la criminalità che esiste, in realtà molto bipartisan. Altro che destra o sinistra.
Non parlo poi delle sfide proposte, che poi sono molto influenzate dalle decisioni che si prenderanno a Roma e a Bruxelles.
Vi dirò che preferirei una campagna elettorale più realistica e molto meno fantasiosa. I calabresi sono un insieme di popolazioni ricche di contraddizioni, ma vogliono vivere in pace e sfruttare al meglio le proprie risorse. Non perdonano il presente, che purtroppo è figlio di gravi mancanze da parte delle dirigenze partitiche. Il calabrese oggi è molto diffidente. E mica glielo puoi rimproverare, soprattutto dopo quello che gli hanno fatto perdere.
Quale ricetta proporresti per combattere questo astensionismo, che poi è una malattia diffusa anche in altre parti d’Europa. Alle ultime elezioni europee, se ricordi, buona metà dell’elettorato ha disertato l’appuntamento del voto. Tu hai toccato questo tema con una celebre intervista curata da te con un ex consigliere regionale, il quale aveva pure descritto il problema.
Beh, è semplice. La montata di astensionismo ha portato la nostra politica a non essere credibile sul piano internazionale. Poi il discorso si fa subito complesso. Ripartiamo dall’inizio della nostra conversazione. C’è da risalire a un’intervista fatta a Michel Houellebecq datata 1996 pubblicata su Humanité, una rivista francese. In poche parole spiega il degrado portato avanti dalla firma di Maastricht. La posizione del discusso scrittore francese la condivido appieno, perché il degrado politico locale raccontato in quella stessa intervista è diventato realtà di tutti i giorni.
Il centrodestra berlusconiano si macchiò della legge elettorale denominata porcellum, una legge di cacca che rese mercenari i parlamentari più di prima. I governi non berlusconiani peggiorarono il porcellum con l’avvento del rosatellum. Si nominano i candidati dall’alto, e il più delle volte sono soggetti di cui l’elettore locale non sa una beata cippa, tranne che prenderà una bella paga.
Le elezioni regionali, di conseguenza, vivono lo stesso meccanismo. Perché l’attuale legge elettorale calabrese è quanto di più lontano si potesse immaginare. Certo, magari qui i candidati vengono scelti meglio. Ma è la circoscrizione che è troppo grossa, e Crotone rischia di non avere nessun rappresentante consigliere. A livello nazionale meglio stendere un velo pietoso.
L’elettore è come un lettore di romanzi. Ha bisogno di identificarsi in una presenza vera, non in un qualcosa di simpatico calato dall’alto. Un elettore, quando vota, investe su qualcuno che gli possa migliorare l’esistenza, non che gli faccia la morale da quattro soldi urlando in qualche stralunato talk show.
Oggi gran parte dei politici crede di essere utile e necessaria, addirittura adottando linguaggi isterici. A volte, quando vedo qualche talk show, sembra di stare in una classe piena di mocciosi capricciosi.
A livello locale, qualche soluzione la proporrei, ma è meglio di no. Aspetto l’elezione del Presidente della Regione prima di parlare di questi suggerimenti. Ora preferisco vedere i caproni scatenarsi tra i colli crotonesi, convinti che i loro santini su Facebook determinino la volontà generale dei cittadini a recarsi alle urne.
Il mio doppio io mi dice che avrebbero fatto meglio a discutere della malattia e di farlo con i cittadini, a costo di prendersi anche delle offese.
Per la mia misera esperienza, io so che una buona campagna elettorale va costruita ben prima degli accordi di coalizione e dei manifesti, e deve essere fatto dialogando con un corpo elettorale che deve essere costruito con sentimento di partecipazione e di squadra. Io saprei come fare, ma non lo dico. Ripeto che preferisco vedere i caproni scatenarsi tra i colli crotonesi, e quando scenderanno a valle saranno costretti a chiudersi nel recinto della loro presunzione.
Premetto però che qualche personalità capace esiste, ma la strada per la reggia di Catanzaro è di fatto una via crucis.
Aurelien, sappiamo che non parli dei tuoi progetti in essere, anche perché vieni da un paio di anni pesanti per quanto riguarda la tua salute, perciò alcune priorità sono giocoforza cambiate. Ti ringraziamo per questa bella chiacchierata. Non siamo d’accordo su alcune visioni, ma tu hai testimoniato la tua realtà ed è normale che tu abbia un tuo pensiero formato. Però una domanda finale te la vogliamo porre: perché i tuoi social hanno pochi follower rispetto ad altre realtà, ma i numeri, che non pubblicizzi quasi mai, dicono che hai dei seguiti?
Io non sono sui social per prendermi i like. Certo, ho realizzato vari contenuti. Ma i like non li cerco. Non sul mio personaggio. Io ho un brutto difetto per la società: sono un tipo che possiede un talento che dà fastidio a molti, ovvero quello di stare attento ai dettagli. A Crotone il mio rapporto con i concittadini non è stato buono per una fetta grossa della mia vita. Molti pensavano di avere a che fare con un passatempo. Ora, per tanti di loro, i ruoli si sono semplicemente ribaltati. E questo infastidisce parecchio. Me ne rendo conto. Perciò preferisco continuare per la mia strada da lupo affamato. La verità è che non ho da dimostrare nulla, se non essere degno del nome che porto. Qui a Crotone più di qualcuno mi dice che sono sprecato, ma è vivendo a fondo questa realtà periferica che ho imparato, ad esempio, a combattere il mostro. Ho usato i social per riabilitare un’immagine difettosa per l’immaginario collettivo. Ci sono in parte riuscito, sapendo bene che non piacerò mai a tutti. Ammetto di aver patito tantissimo, ma almeno ci provo a rialzarmi. E ora che ho preso a calci il mio male, ho deciso appunto di ripartire da zero per provare ad andare là dove nessun individuo è mai arrivato. Grazie per questa bella conversazione. E spero che questa mia minuscola testimonianza vi sia servita. Grazie davvero.
Intervista in videoconferenza rilasciata il 7 settembre 2025.
Devo ammettere che mi sono divertito moltissimo in questa leggenda metropolitana tutta crotonese che prevedeva che a Crotone si stava girando un film di Batman che si aggirava per le strade, pur sapendo che nel 2018 avvennero le riprese di Silenzio Oscuro (regia di Severino Iuliano, con una storia firmata da lui e dal sottoscritto), un corto che venne pubblicato dopo varie vicissitudini nel 2021 su YouTube, Potete sempre guardarlo qui: https://youtu.be/XyOWluAn70o?si=AhGealZfqxiMZjXe
Fatta questa breve premessa, qualche mese fa su Facebook e su Instagram ha cominciato ad apparire Silent Knight, di cui ovviamente non posso svelarvi la trama, che però non è il seguito di quella produzione.
Infatti, Silent Knight nasce sotto un’altra concezione, partendo dal primo scopo di tastare il terreno. Della squadra di SIlenzio Oscuro siamo rimasti fattivamente rimasti solo io e l’attore di SIlenzio Oscuro. Per Silent Knight c’è un team vero e proprio, che però verrà svelato solo quando saremo ai titoli di coda.
Intanto accontentatevi di qualche foto backstage che vedrete iu questo articolo.
Non potendo svelare la trama, possiamo però svelare la formula che si basa su un connubio tra testo e immagini. Nella storia abbiamo voluto concentrarci su tre aspetti. La cultura fumettistica con la quale siamo cresciuti, e Batman ne fa parte. Il mondo dei cosplayer, unica attività artistica che pare abbia trovato un senso, e di cui Mike Palermo ne fa orgogliosamente parte. E nella realizzazione creare una storia con concetti sì collaudati, ma prendendo una strada diversa, se non quello dello sviluppo dell’idea.
Perciò molto si sta realizzando sul piano visivo.
Vero è che abbiamo usato varie location crotonesi in questa prima fase, usando la notte sempre. IN questo primo step abbiamo reimmerso Batman nella notte crotonese, dove alcune zone si prestano visivamente alla varietà di ambienti che non ti aspetti, ma che alla lunga risultano essere adatti non per replicare la città di Gotham City, ma per dare una visione fumettistica migliore. Quindi la notte diventa la tavolozza sulla quale concentrare uno dei perni centrali della storia.
Si tratta di una tecnica che in realtà esiste. Come fotografo mi sono ispirato al lavoro preparatorio del grande illustratore Alex Ross, che inizia a lavorare sui suoi lavori dopo aver fotografato i modelli, che poi diventano personaggi dei fumetti in maniera realistica. Con i diversi costumi indossati da Mike, però ho dovuto tenere conto di altre due visioni: quella di John Bolton (autore visivo di una splendida avventura di Batman, ovvero Man-Bat) e quella di Dave McKean (illustratore di Arkham Asylum, scritto da Grant Morrison, pubbliucato nel 1989).
Io aggiungerei anche Paul Pope, che con Batman 300 ha sviluppato visivamente un Batman del tutto diverso dagli standard, e comunque la sua visione urbana nella suddetta opera assomiglia molto all’urbanistica crotonese, fatta di luoghi bellissimi da una parte, ma inframezzata da posti degradati, ambientazione idonea per una storia la cui notte diventa una delle protagoniste.
La varietà degli ambienti crotonesi ha aiutato Mike a variare i suoi costumi in base alle necessità, perciò si è dato maggior spazio all’inventiva. Tanto che è proprio sui set che è nato un personaggio ex novo che farà parte integrande del progetto, la cui idea sarebbe quella di produrre una storia suddivisa su più parti, identificandole come numeri di una testata da leggere una volta al mese /ecco perché non è un fdm), incrociando le dita sulla possibilità di mettere in piedi anche qualcos’altro.
Silent Knight non è una storia che parla di Batman, anche se ne fa uso in qualche modo e lo farà seguendo un percorso molto originale a dire il vero. Sì, perché per lavorare su questo lavoro ambizioso abbiamo tenuto conto dell’esperienza precedente, discutendo anche di come presentare al pubblico una nuova storia che è stata quasi nella stessa città dove erano state fatte le riprese di Silenzio Oscuro. Ma su questo non voglio anticiparvi nulla, perché nell’esame visivo abbiamo realizzato effettivamente qualcosa di diverso, più vicino al mondo del fumetto rispetto a quello fotografico/cinematografico).
L’aspetto divertente, ripeto, è stato quello dell’incontro con le persone di tutti i giorni (di tutte le sere in questo caso), convinti che c’era Batman in città e che si stava girando addirittura un film con Superman a Capo Colonna. Questa serie di sequenze, rappresentano, però solo una parte del prodotto finale. Si tornerà di nuovo sul set per altre sequenze, e al momento non si esclude un ritorno di Batman. Anche perché con il resto del team… Ah, no. Stavo per raccontare la storia. Non va bene.
Ora vi faccio vedere il primo poster promozionale.
Che ci crediate o no, questa era prima una foto. Vi confesso anche che è uscita casualmente, il che vuol dire che non potrà ripetersi. Però questa foto rende bene uno dei concetti che saranno approfonditi nella storia, che si è presentata come una sfida difficile sin dall’anizio : come usare Batman senza usarlo? Ecco perché la collaborazione con il cosplayer Mike Palermo è stata fondamentale. Perché conosceva le espressioni facciali del personaggio e alcune pose che lo avvicinano parecchio. Oltre anche al fatto che i costumi portati e indossati erano di sua esclusiva creazione. Fotografandolo, ho visto sfilare dunque alcune sequenze che troveranno una loro dimensione nella storia.
Un’ultima foto. Qui davanti alla città di Crotone sulla Lega Navale. Quello che vedete sarà uno dei pezzi forti, un costume mai visto prima.
Ora vi chiediamo di aspettare ancora un po’. A marzo sarà pubblicato un numero zero. Che cosa racconterà? Al momento non lo so. So che si tratta di un prologo e che probabilmente ci sarà un primissimo indizio.
Silent Knight inizia ufficialmente la sua avventura nel mese di marzo 2025. Intanto godetevi questo piccolo dietro le quinte.
Giusto per dire che se vedete uno vestito da Batman per le strade di Crotone, molto probabilmente una troupe non è molto lontana.
-Aurelien Facente e il team di Silent Knight, gennaio 2025
Non ho nulla contro i lavoratori (700 circa) che hanno voluto difendere il loro posto di lavoro alla Datel, uno dei primi call center italiani al quale sarebbe doveroso dedicare una pubblicazione più dettagliata per capirne la storia.
Da subito, giusto per essere chiari, annuncio che questo articolo non sarà lacrimevole e nemmeno vittimista. Sono uno dei pochi che si vanta, stando a Crotone, di non averci mai lavorato, ma nello stesso tempo ammetto che non ho le qualità (caratteristiche) adatte per stare a fare il centralinista. Ma la Datel, ovviamente, non era solo la figura del centralinista, seppur prevalente come manodopera.
La Datel è oggi un argomento da dibattere e approfondire, ma farlo con la demagogia tipica del paesotto italiano è sbagliato. Perciò mi limterò ad un elenco di errori madornali che hanno portato alla chiusura di un qualcosa che sin dalla partenza non sarebbe durato in eterno.
Il progetto Datel nasce nel 1997, a poche settimane dall’alluvione del 1996. Il governo Prodi puntò molto su questo progetto, perché nella visione prodiana doveva essere il primo tassello per una reindustrializzazione di Crotone, dopo la chiusura delle fabbriche. Ma la differenza sta nel trattamento contrattuale.
Nel tempo, indipendentemente dai vari governi, Datel è stato un laboratorio di macelleria sociale, nel senso che qui viene sperimentato il contratto a termine, divenuto poi precariato. Situazione abbondantemente denunciata, e i Cinquestelle nazionali ci fecero delle vere e proprie campagne, pubblicando anche le testimonianze di chi ha lavorato nel call center, Di Crotone si sa che ci sono lavoratori rimasti e lavoratori che se ne sono andati, senza mai voler tornare tra l’altro.
Quindi doppio fronte.
Una classe di lavoratori che si contrappone in buon equilibrio a una classe di licenziati abbastanza adirati ha permesso di sviluppare la cosiddetta immagine “tra luci e ombre”, ma questo riguarda soprattutto l’aspetto privato del lavoratore. Ma non avendo testimonianze chiare da questo punto di vista, si accentua nel tempo un sentimento di disaffezione non verso i lavoratori, ma verso il sistema aziendale.
La Datel, negli anni seguenti, affrontò diverse crisi economiche con relativi licenziamenti e ridimensionamenti, tutti gestiti tra trattative sindacali, imprenditoriali e politiche. Ogni volta che ri raggiungeva ad un accordo, con buona pace della politica e dei sindacati, tutti a cantare vittoria, salvo poi ritornare ad affrontare periodicamente la medesima crisi. E gli accordi prevedevano sempre ammortizzatori sociali e incentivi fiscali, nascondendo ala pubblica opinione il vero duplice problema di fondo.
La figura del centralinista, generalmente, è sempre stata una figura professionale di passaggio. Negli Stati Uniti o in Inghllterra, è un mestiere visto come un deterrente economico per gli studenti universitari che lo praticano per mantenersi, vista la natura part time del mestiere. A Crotone questo part time è diventata la prassi, dando l’illusione che bastava questo per mantenere un’economia interna giù provata.
Inoltre è stata sottovalutata la rapida trasformazione tecnologica dei mezzi di comunicazione. In meno di vent’anni un telefono senza fili è diventato un microcomputer, e questa evoluzione verso lo sviluppo dell’AI ha sostituito di fatto il centralinista in genere. Ormai le aziende telefoniche si affidano ad automi spesso e volentieri, forti del fatto che i contratti sono talmente fragili da essere strappati con facilità, senza tenere conto dei lavoratori.
Datel poteva sopravvivere e imporsi? Due erano le cose da fare (forse anche una).
La prima era permettere che Datel fosse un primo tassello di una ricostruzione industriale non basata soltanto sulla telefonia, ma un mezzo che permettesse di interloquire con filiere vere e proprie, Non realizzando nuove industrie rivolte ad un mercato nazionale, giusto per intenderci, Datele resta da sola con tutti i limiti del caso. Quindi si campa di commessa e non di clientela. Questo gioco si è rotto perché riconosciuto come antiproduttivo (non rende economicamente). Il fatto che sia passata nel mercato del compri e vendi azienda a prezzi stracciati ne è la prova. Accordi momentanei solo per far respirare, ma mai sviluppare.
Abramo Cc – Sede di Crotone Ex Datel
L’altro errore è nella mancata evoluzione di Datel, con lo sviluppo dei social nel mondo. A Crotone non c’è una filiale del grandi network stile Facebook, Amazon o TikTok giusto per citare i principali. Avrebbe permesso al personale esistente un’ulteriore formazione, tra l’altro in un contesto territoriale a prezzi stracciati. E magari costruire una filiera, che è quella che serve per lo sviluppo e l’evoluzione di un corpo aziendale, che come si è dimostrato, lasciandolo da solo, non poteva andare avanti perché dimostratasi obsoleta.
Aggiungiamoci che molto ha contribuito la scellerata politica industriale europea, a cominciare dalle delocalizzazioni a tutti i costi, di cui Datel fece parte integrante (gli incentivi fiscali, ricordate?). Si forma all’estero personale a più basso costo, così diventa più facile sbarazzarsi dell’azienda italiana, la cui protezione statale non sarebbe mai durata eternamente.
Datel chiude, ma in un contesto di ottima compagnia visto che in Germania chiudono ben tre stabilimenti della Volkswagen e un impianto dell’Audi a Bruxelles. Lì la lotta è iniziata, qui solo le lacrime e i post su Facebook.
Certo, ci sarà la lotta sindacale a bassa intensità che alimenterà la demagogia della politica, altra grande colpevole di tutta questa vicenda, sia perché ha ostacolato la realizzazione della filiera, sia perché ossessionata dall’eterna assistenza statale (il che è un tutto dire se pensiamo all’incapacità del politico calabrese medio di mettersi realmente alla prova, poiché l’assistenzialismo è la chiave che lo mantiene alla poltrona). Oltre al fatto grave di aver ostacolato negli anni la nascita di altre realtà, come il caso Europaradiso perché o inquinava o perché era gestito da criminali (giusto per citare le accuse mai dimostrate in sede giudiziaria).
Poi l’ultimo nemico è stato il giornalismo locale in genere. Sì, perché non hanno mai promosso un vero dibattito sin dai tempi della prima crisi. Hanno preferito abbracciare il pietismo da una parte e l’assistenzialismo dall’altra, dimenticando che il progresso doveva essere la parole d’ordine. L’azienda magari mutava la funzione dei lavoratori, ma forse riusciva a tenersi in piedi.
Cosicché quest’azienda piomba nella periferia economica del mercato, e a un certo punto è meglio chiuderla perché non serve. Anche perché nel frattempo, in Italia, i contratti durano sempre di meno ed è più facile licenziare.
Però meglio lasciarsi andare alla nostalgia, dimenticando che si fa parte di un mondo che bisognerebbe guardare in faccia con più attenzione. Se dall’Inghilterra mi chiama un call center attraverso la voce di un automa, mi preoccupo e cerco di farlo presente. Perché se è successo a Londra, succederà anche qui con un effetto più devastante.
Ma sapete com’è, cari lavoratori? Meglio andare a gustare un palco, piuttosto che bloccare la statale 106 per far sentire la propria esistenza. Meglio il bavaglio della demagogia piuttosto che pretende una buona politica di defiscalizzazione che possa attrarre nuove energie che possano offrire uno sviluppo vero, a cominciare dagli scambi che potrebbero esserci. Meglio usare l’immagine del lavoratore maltrattato quando la nuova immagina ormai è un androide direttamente uscito dal peggior romanzo di Asimov.
Crudele la mia scrittura? Piena di cavolate? Forse, ma a chiudere i battenti è una realtà che è stata nutrita di illusioni. E tra la Volkswagen e la Datel chi avrà aiuti che permetteranno di ripartire bene secondo voi?
Ah, dimenticavo a che a livello nazionale e internazione, Crotone gode di una pessima fama per quanto riguarda lo sviluppo. Talmente pessima, che si preferisce evitarla. Basta vedere il lungo elenco di aziende chiuse (e qualcuna mai aperta).
La città non ha mai odiato i suoi lavoratori. Ma è anche vero che i lavoratori hanno voluto proseguire nell’inganno. E oggi, dispiace tanto, si ritrovano protagonisti di un incubo.
Storia curiosa di questo movimento civico. Ieri, in data 25 ottobre 2024, il noto gruppo civico Stanchi dei Soliti, capeggiato dal rivoluzionario Andrea Arcuri, esce dalla maggioranza con 3 dei 4 che sostenevano l’attuale sindaco Enzo Voce.
Di seguito, per correttezza, riporto per intero tutto il loro comunicato ufficiale:
Da oggi Stanchi dei Soliti lascia la maggioranza consiliare. Le motivazioni sono riconducibili a una sola ragione: la maggioranza ha imbarcato al suo interno persone elette nell’opposizione, scendendo quindi a compromessi rispetto ai principi originari che ci hanno permesso di vincere le elezioni.
In questa “nuova” maggioranza c’è Antonio Megna, delegato su Papanice, Danilo Arcuri, ex candidato a sindaco proprio contro Vincenzo Voce. Il loro passato politico è in continuità con la Giunta Pugliese, che invece dovrebbe rappresentare l’antitesi del governo Voce. Eppure, questi consiglieri, 𝗽𝗲𝗴𝗴𝗶𝗼𝗿𝗶 𝗻𝗲𝗺𝗶𝗰𝗶 𝗶𝗻 𝗰𝗮𝗺𝗽𝗮𝗴𝗻𝗮 𝗲𝗹𝗲𝘁𝘁𝗼𝗿𝗮𝗹𝗲, oggi vengono accolti a braccia aperte dalla maggioranza. Altrettanto preoccupante è la vicinanza alla maggioranza di Marisa Luana Cavallo, eletta addirittura con la Lega. Infine sono sull’orlo della maggioranza anche alcuni consiglieri di Forza Italia.
Un movimento che si chiama Stanchi dei Soliti non può accettare tutto questo.
Saremmo ipocriti se dicessimo che la giunta Voce non ha contribuito allo sviluppo della città. Crotone è una città nuova e diversa da quella che abbiamo ereditato. Finora abbiamo raggiunto 𝗶𝗺𝗽𝗼𝗿𝘁𝗮𝗻𝘁𝗶 𝗼𝗯𝗶𝗲𝘁𝘁𝗶𝘃𝗶 𝗶𝗻𝘀𝗶𝗲𝗺𝗲: riapertura del Castello di Carlo V, delle strutture sportive e del Teatro Comunale; l’apertura di cantieri rilevanti come la strada Tufolo Farina, la piscina Coni ed i primi passi dell’università. Abbiamo attuato anche altre iniziative di decoro urbano nelle periferie (Jorit e altri murales) o la pedonalizzazione di Piazza duomo.
Progetti importanti ma sicuramente non prioritari rispetto ai due grandi temi di Crotone: il servizio idrico e la bonifica, problematiche trentennali su cui ci saremmo aspettati una maggiore incisività della Giunta. Le nostre proposte sul servizio idrico, come il ripristino dei serbatoi idrici in località di San Giorgio e l’avvio di una negoziazione forte con SORICAL, sono state totalmente ignorate. Continueremo ad avere carenze idriche in piena estate, e 𝗰𝗼𝗺𝗲 𝗮𝘃𝘃𝗶𝗲𝗻𝗲 𝗼𝗴𝗻𝗶 𝗮𝗻𝗻𝗼 𝗱𝗮 𝘁𝗿𝗲𝗻𝘁’𝗮𝗻𝗻𝗶 a Crotone continuerà a mancare l’acqua.
𝗦𝘂𝗹 𝘁𝗲𝗺𝗮 𝗯𝗼𝗻𝗶𝗳𝗶𝗰𝗮 𝗲̀ 𝘀𝘁𝗮𝘁𝗮 𝗶𝗻𝗮𝘀𝗰𝗼𝗹𝘁𝗮𝘁𝗮 𝗹𝗮 𝗻𝗼𝘀𝘁𝗿𝗮 𝗶𝗱𝗲𝗮 di proporre un Referendum Popolare e l’avvio di una negoziazione con la Regione per proporre la prima 𝐿𝑒𝑔𝑔𝑒 𝑅𝑒𝑔𝑖𝑜𝑛𝑎𝑙𝑒 𝐶𝑟𝑜𝑡𝑜𝑛𝑒 a tutela del nostro territorio. Era questo l’intento di Iginio Pingitore, non quello di sostituirsi al legislatore regionale, bensì esprimere a gran voce la posizione del territorio: basta impianti di smaltimento, senza scuse e senza deroghe (ad oggi numerose nel Piano Regionale dei Rifiuti). Altrettanto ignorata è stata la Riforma delle Commissioni consiliari, 𝗰𝗵𝗲 𝗼𝗴𝗴𝗶 𝗽𝗲𝗿𝗺𝗲𝘁𝘁𝗼𝗻𝗼 𝗮 𝗺𝗼𝗹𝘁𝗶 𝗰𝗼𝗻𝘀𝗶𝗴𝗹𝗶𝗲𝗿𝗶 𝗱𝗶 𝘀𝗳𝗶𝗼𝗿𝗮𝗿𝗲 𝗶 € 𝟮𝟬.𝟬𝟬𝟬 𝗮𝗻𝗻𝘂𝗶 di gettone, senza perseguire risultati concreti. Siamo l’unico Comune in Italia in cui le commissioni si tengono alle 10:00 del mattino, in cui possono presenziare soltanto consiglieri che non hanno altra occupazione o che usufruiscono continuamente di permessi lavorativi, a scapito dei datori di lavoro. Per queste persone – di cui la maggioranza è piena – la politica è diventata una professione.
Non è questa la nuova Crotone che abbiamo promesso ai cittadini, che dall’esterno non percepiscono questi problemi, atavici e reali.
Nonostante ciò, siamo convinti che Vincenzo Voce vincerà le prossime elezioni, perché i cittadini, abituati a decenni di nulla cosmico, oggi beneficiano di una città diversa. Sui problemi atavici, però, siamo ai nastri di partenza. Da un punto di vista elettorale stiamo quindi 𝘀𝗰𝗲𝗻𝗱𝗲𝗻𝗱𝗼 𝗱𝗮𝗹 𝗰𝗮𝗿𝗿𝗼 𝗱𝗲𝗶 𝘃𝗶𝗻𝗰𝗶𝘁𝗼𝗿𝗶, rinunciando a una vittoria quasi scontata alle prossime elezioni. Ma se vincere significa stralciare i nostri valori ed i nostri principi -imbarcando in maggioranza di tutto e di più – preferiamo metterci da parte, 𝗽𝗿𝗲𝗳𝗲𝗿𝗶𝗮𝗺𝗼 𝘂𝘀𝗰𝗶𝗿𝗲 𝗱𝗶 𝘀𝗰𝗲𝗻𝗮, 𝗺𝗮 𝗮 𝘁𝗲𝘀𝘁𝗮 𝗮𝗹𝘁𝗮.
Siamo il primo gruppo politico della città che rinuncia a governare perché i nostri valori sono stati calpestati. Noi ci crediamo davvero in quello che raccontiamo ai cittadini.
Ringraziamo con estrema lealtà gli assessori 𝗙𝗶𝗹𝗹𝘆 𝗣𝗼𝗹𝗹𝗶𝗻𝘇𝗶 𝗲 𝗥𝗼𝘀𝘀𝗲𝗹𝗹𝗮 𝗣𝗮𝗿𝗶𝘀𝗲 per il lavoro finora svolto e l’abnegazione in questo percorso amministrativo. La loro presenza in giunta, non più riconducibile a Stanchi dei Soliti, da oggi in poi dipende soltanto dalla volontà del sindaco.
La nostra posizione in consiglio sarà obiettiva: i progetti a favore dalla città troveranno pieno accoglimento. Ma nessuno potrà più contare su una fiducia incondizionata o sulla nostra presenza soltanto perché mancano i numeri. La fiducia andrà conquistata provvedimento su provvedimento.
Come avrete intuito non dobbiamo partecipare alle prossime elezioni a tutti i costi. Se si presenteranno le condizioni, con persone 𝗿𝗲𝗮𝗹𝗺𝗲𝗻𝘁𝗲 in linea al civismo, ci saremo, altrimenti ci metteremo da parte.
Abbiamo iniziato a fare politica per passione e, sempre per passione, siamo disposti a finire il nostro percorso.
Ora provvediamo all’analisi logica del loro comunicato. Fermo restando il pieno rispetto della loro ideologia, a lettura avvenuta più che un atto rivoluzionario sembra più un atto suicida di tipo kamikaze le cui conseguenze saranno ovviamente catastrofiche, più per loro che per il resto della maggioranza. Perché? Perché siamo ad un anno dalle elezioni, e non c’è interesse a far cadere il sindaco, in qualsiasi posizione che ti ritrovi. Perché la città di Crotone non può permettersi un ulteriore commissariamento, che si è dimostrato nel 2020 letale per alcune forze, diciamo, tradizionali. Perciò la prudenza, e non per fare un favore a Voce stesso, ma per la frammentarietà di un elettorato, a parte i nostalgici (diminuiti) che andrà del tutto ricostruito. Il che rende questo atto più una supercazzola che un evento scioccante.
Non me ne voglia il capo politico, ma l’esplosione della bomba del giorno dopo non è avvenuta. Semmai timide risate e spernacchiamenti, anche se vengono riconosciute alcune buone intenzioni.
Nella sostanza, alla base della diatriba, ci stanno 3 ragioni, di cui due a lungo termine: la bonifica e la questione degli impianti idrici pubblici, che però sono grovigli burocratici che durano da decenni, e chi può sbrogliare non si trova a Crotone ma in piani molto più alti. Il consiglio comunale sulla bonifica ha sancito questo aspetto.
Ho l’impressione che il buon Andrea, seguito dagli altri, ha dimenticato che una rivoluzione politica è prima di tutto una rivoluzione culturale, e non sei tu a portarla avanti se in una democrazia non godi di un largo consenso popolare. I voti portati alle scorse elezioni non sono stati frutto della popolarità di Stanchi dei Soliti, ma del lavoro mediatico fatto dallo stesso Enzo Voce sin dai tempi della sua lista civica Classe Differente, e lui ha saputo cogliere nei momenti clou la chiave per accrescere la sua popolarità a differenza di Stanchi dei Soliti che hanno preferito dormire tra il 2011 e il 2020.
Riprende un cenno di popolarità grazie all’elezione di Voce, ma la politica mostrata sulla loro pagina Facebook è molto viziata dalla demagogia e dal superfluo, come il caso delle accuse contro un circo senza aver verificato di persona il maltrattamento degli animali, visione questa da telereality perché le accuse nella realtà devono essere provate. E intanto il suddetto circo paga la tassa del suolo pubblico, che all’ente Comune conviene e loro fanno parte della maggioranza. C’è da uscire matti solo a seguirne la logica. Questo giusto per citarne una.
Stanchi dei Soliti negli anni del sindaco Voce, vero, ha fatto e votato delle iniziative, dimostrando una fedeltà coraggiosa e commovente a tratti. Ma non ha accresciuto la propria popolarità, uscendo dai banchi del consiglio e proponendosi con il proprio banco in mezzo alla strada.
Sì, perché nel 2011 la chiave del loro primo consenso furono la strada e la piazza.
Dal 2020 ad oggi, hanno preferito Whatsapp e Facebook, e in alcuni casi hanno sfoderato nel confronto politico con qualche probabile elettore una saccenza, accompagnata da qualche improbabile esorcismo, che ha infastidito. Io, dal canto mio, la prendo a ridere, ma c’è chi si è offeso. Certo, perché dà sempre fastidio essere trattati come il bambino scemo e loro gli insegnanti di moralità.
Basta vedere come colpiscono gli avversari nel comunicato con tanto di nome e cognome, dimenticandosi (ma in realtà non le conoscono) che certe realtà politiche avversarie nascono non perché sono frutto di delinquenze criminali, ma di necessità storiche e opportunità anche politiche. Prendersela con la Marisa Cavallo perché è stata eletta (con più voti di alcuni dei Stanchi) nelle fila della Lega è stato ipocrita. Perché è risaputo che certe firme per convocare il Consiglio su argomenti proposti da loro hanno necessitato della firma anche della signora in questione, che però non ha questo enorme potete di influenza tale da sconvolgere le sorti del sindaco.
Per correttezza, anche Antonio Megna e Danilo Arcuri sono stati nominati e hanno la colpa evidente di essere stati candidati dalle liste organizzate da quell’Enzo Sculco tanto detestato politicamente da Stanchi dei Soliti (in verità è più un pallino ossessivo del suo leader), tanto da far capire a me da semplice elettore che in tutto questo tempo non hanno capito che cosa sia successo realmente in questo caos che hanno di fatto reso più ambigue agli occhi della gente questi rapporti istituzionali.
Un sindaco, per quel che se ne possa dire, ha il dovere di dialogare con tutti, anche con gli oppositori. Se poi questo dialogo permette di riparare su piccole cose in città, vuol dire che si è creato un piccolo patto da gentiluomini., Eticamente è discutibile, ma se hai bisogno della democrazia funzionante devi anche dialogare e prendere atto che il Megna o la Cavallo magari hanno conoscenze territoriali che possono servire a salvare la faccia all’Ente. Non è che l’opposizione non serva a nulla, e anche loro hanno un elettorato che devono rispettare. Anche se non piace ad Andrea.
Poi ovviamente il comunicato spiega anche altre cose, ma è contorto nel pensiero. il risultato finale è più quello di un capriccio piuttosto che di una visione politica vera. La prova sta nel volersi arroccare in una posizione che diventa, di fatto, suicida.
Fatti loro, direbbe un saggio.
Ma il sottoscritto la pensa diversamente, perché nel 2011 Stanchi dei Soliti rappresentò un piccolo punto di rottura, anche se prese poco più di mille voti. Rappresentava un qualcosa che partiva dai giovani che volevano costruire qualcosa d’importante per la città di Crotone. Avevano il gusto della provocazione intelligente. Ci si poteva parlare.
Poi qualcosa si è spento. Sostituito dallo scontato e dalla presunzione, e dalla falsa convinzione che la popolarità si possa tradurre in patrimonio di voti. Mai visione fu sbagliata, perché anche lo scemo del villaggio è popolare-
Vi siete vantati ad un certo punto di essere addirittura più liberi degli altri. Ma da ieri molti hanno visto le vostre catene. Le catene alle quali i vostri fantasmi passati vi hanno attaccato. E reso prigionieri di una visione che non vede la complessità del mondo attuale.
Alla fine, trovo che sia giusta la vostra uscita. Il principio etico può essere sacrosanto, ma la verità è che credevate di avere il controllo su una città che non diventerà mai a vostra immagine e somiglianza. Perché con i protagonisti di questa città non ci parlate, Anzi, appena avete un confronto acceso replicate con un fare arrogante e di poca classe, soprattutto verso chi conosce un po’ di più la città per quanto riguarda le persone.
La politica è il dibattito del futuro ed è il confronto sul presente. Puoi essere di destra, di sinistra, di sopra e di sotto. Puoi essere democratico o monarchico, ma devi sapere essere come il fiume che scorre. La roccia viene consumata dall’acqua. Potevate essere una roccia, ma alla fine siete granelli di sabbia. Le mie parole sono feroci e cattive, ma perché io ho sempre creduto nei punti di rottura per scuotere le anime. Credevo di vedere un modo di vedere la vostra politica come qualcosa di eccitante poiché erano passati anni e credevo che ci fosse stata della crescita intellettuale. Ma c’è stato un passo indietro enorme, bruciando la chance di dimostrare, tra tante difficoltà, che eravate diversi dagli altri. Ma la catena del capriccio ha avuto la meglio su di voi. Il che vi rende la dimostrazione che siete la perfetta dimostrazione della teoria di Michel Houellebecq sulla mutazione del soggetto politico nel mondo odierno. E siccome sono un estimatore di Houellebecq, per me, blogger da strapazzo, resta una misera soddisfazione.
Buona fortuna per tutto, con un pronto augurio di serenità- Sì, perché di quella ne avete enormemente bisogno. In mancanza di un elettorato.
Questo che state per leggere è un testo scritto nel 1994, ma forse papà lo ha abbozzato da qualche altra parte. Il Partito Liberale Italiano è stata una pagina importante della vita politica di Alfredo Facente, mio padre, a Crotone, ma non solo. Aveva intessuto rapporti anche a livello nazionale. Una volta, assistetti ad una riunione del partito a Catanzaro, in presenza dell’allora Ministro della Salute Francesco De Lorenzo, al quale ebbi l’onore di avere un suo libro autografato e di stringergli la mano nel 1988.
Quello che leggerete è uno sfogo. Non aspettatevi un testo, vista la tendenza a classificare tra destra e sinistra in Italia, collocato chissà come. Papà non era comunista, ma non era nemmeno di destra. Entrò nel Partito Liberale Italiano appena si laureò in Scienze Politiche a Roma, grazie al corteggiamento del fu Professor Maiolo, uno dei membri più rappresentativi del PLI a Crotone, e fu legato a esso fino allo scoppio di Mani Pulite. Sì, perché papà abbandonò il partito nel 1992, poiché a livello nazionale fu travolto dall’ondata di Tangentopoli. Tra l’altro in quello stesso periodo ci fu l’arresto dell’allora ministro De Lorenzo, che si dimise dall’incarico poco prima (sì, perché era coinvolto anche il padre). Papà sbatté letteralmente la porta.
Avendo letto queste parole, ho apportato delle piccole correzioni affinché non venga intaccata la privacy di nessuno. Essendo pura riflessione, mi guardo bene dal dire che quello che scrisse papà è verità, ma questa testimonianza è senza dubbio un punto di vista in un’epoca complessa per l’Italia e per Crotone. La riflessione suddetta è in realtà una lettera indirizzata al suo amato professore Maiolo (era stato suo insegnante al Liceo Classico Pitagora di Crotone, e fu lui a introdurlo e costruirlo politicamente nel PLI). una lettera che rivela una riflessione sull’epoca di allora. Non è un caso che proprio in quello stesso anno, il PLI si sarebbe sciolto.
Oggi esiste un nuovo PLI per la cronaca, ma è solo un partito piccolo che si vede solo nelle interviste di Bruno Vespa quando scattano le elezioni nazionali.
La brutta fine del mio partito
Caro professor Maiolo, voi mi mancate tantissimo. Non ho altro modo che scrivervi affinché da lassù possiate leggere queste mie parole.
Vi chiedo scusa se non sono riuscito a tenere il Partito che voi mi lasciaste in mano. Ho fatto tutto quello che potevo per provare a rinnovarlo, ma non mi hanno voluto ascoltare. Mi hanno letteralmente cacciato. No, non mi devo arrabbiare.
Sono io che me ne sono andato. In ogni caso, io e questo partito non possiamo restare insieme.
Mi rendo conto di chiudere la mia attività politica nel peggiore dei modi, ma non potevo restare in un posto che ha dato appoggio ad un ministro condannato. Anche io ho creduto in Francesco fermamente. Ci ho messo la faccia. L’ho presentato a mio figlio.
E quando la legge si è presentata, e con tutti gli inganni che stavano uscendo a galla. Roba da giocarsi quel poco di elettorato che avevamo costruito.
Professore, non prendiamoci in giro. Il Partito Liberale a Crotone è stato un divertimento per i tanti comunisti, ma quel poco che abbiamo costruito ha permesso a Crotone di essere una terra con un pensiero un po’ indipendente. E anche loro hanno i loro pensieri.
Certo, noi chiudiamo il partito. Io chiudo con la politica attiva.
Ma loro, i comunisti, hanno chiuso le fabbriche. Sì, perché si sono giocati il loro elettorato. Se ne accorgeranno tra qualche anno.
Giuro che non volevo finisse così. Noi batteremo i comunisti non alle elezioni, ma davanti a fatti storici che distruggeranno inevitabilmente entrambi gli elettorati. Anche se il nostro è molto più piccolo.
Professore, sono molto arrabbiato. Perché non riesco a vedere un futuro a Crotone. Abbiamo distrutto un presente. E per un periodo parleranno del passato, come se questo potesse tornare utile.
Io sono padre e non ho le risposte migliori per mio figlio, che quest’anno è stato pure rimandato in greco. L’abbiamo pure punito duramente, forse anche troppo. Mi rendo conto di avergli fatto male. Anzi, gli abbiamo fatto male.
Professore, lei sicuramente avrebbe saputo leggere nell’animo di mio figlio. È totalmente opposto a me, e forse è questo che mi spaventa.
Mi scuso per questo sfogo. Non avrei dovuto. Mio figlio non c’entra niente nella faccenda del Partito Liberale, ma vede… Ecco, lui si è trovato a crescere in ambienti scolastici prettamente comunisti. Sono stato bravo almeno a dargli la possibilità di metterlo in classi dove comunque ci stanno insegnanti che ragionano a mente larga, e così beneficerà di una libertà di pensiero non indifferente.
Eppure me la sono presa eccessivamente con lui. La verità è che quest’anno hanno fatto morire il PLI, mettendo fine ad un piccolo partito che comunque era riuscito a portare leggi civili all’interno della società italiana.
Lo stesso Francesco (De Lorenzo, N.d.A.) non è stato un cattivo ministro. La condanna lo disonorerà, ma lui ha rispettato i valori del ministero che ha gestito.
Gli altri… Non oso esprimermi. Mi rendo conto che ormai non riesce a essere un corpo unico il Partito Liberale. Non c’è una leadership riconosciuta. C’è chi, come me, ha sbattuto la porta. Altri, quelli eletti, hanno preferito sistemarsi altrove. Diciamoci la verità. Abbiamo preferito abbandonare la nave che affondava, ma loro lo hanno fatto come i topi. Io me ne sono andato con la mia scialuppa di salvataggio. Perché io glielo avevo detto che avrebbero condannato a morte il Partito Liberale. Certo, siamo stati tutti complici dell’inganno. Ma io li ho affrontati, professore. E mi hanno cacciato. Ma non sono complice della distruzione del partito.
Ora mi resta solo che fare l’insegnante a Isola (Isola di Capo Rizzuto, N.d.A.) dove, tra alti e bassi, riesco a insegnare qualche nostro valore alle alunne e agli alunni. Cerco di farlo pure con mio figlio, ma il lavoro di papà è ben altra cosa.
Potrei fare come gli altri miei amici di partito. Accasarmi altrove. Ma dove? Forza Italia non è ancora un partito. Devo capirlo. Dalle parti di Giorgio Almirante non oso nemmeno bussare. Non parlo poi di quelli di Via Panella (i comunisti, N.d.A.), perché mi farebbero mendicare piuttosto che darmi spazio.
Professore, mi sento perso. Ma non sarò il solo in questa triste storia.
La verità è che mi mancate tantissimo, Professore. Penso a lei, perché di sicuro lei stesso li avrebbe affrontati a viso aperto. E come me gli avrebbe sbattuto la porta in faccia. E io l’avrei seguita. E avremmo ricominciato da zero.
Devo arrendermi all’evidenza adesso. Crotone non avrà più un Partito Liberale, e dubito fortemente che lo avrà. Crotone ha un DNA troppo comunista per poterselo permettere. Ma i comunisti, da soli, non riusciranno a risolvere i problemi di Crotone, che tra un po’ comincerà ad avere problemi ben peggiori. E non sapranno risolverli. Sì, perché qui i comunisti, tranne qualche raro caso, difettano molto di cervello. Non vanno oltre il loro piccolo giardino. E presto la loro macchina elettorale si sfalderà, e non credo che i loro figli saranno disposti a continuare la tradizione del voto.
Sì, perché i figli degli operai andranno altrove. Inevitabilmente. Perché non avranno il lavoro del loro papà.
E pensare che io glielo avevo detto che non dovevano contare molto sull’industria. Se solo penso ai no che hanno dato a priori…
Professore, la sto annoiando. Lo so. Volevo solo dirle che ho finito di fare politica attiva. Farò il guastafeste però. Questo mi riesce bene.
Ma non riesco a non avere paura adesso, e come un maledetto lo sfogo a mio figlio, che non riesco a capire perché non si espone. Ha quindici anni. È vero. Ma non riesco a capire perché non si interessa alla politica come fanno alcuni suoi coetanei. So che non diventerà comunista. Anzi, non gli interessa nemmeno.
Ora è finita. Il Partito Liberale è morto.
Qualcuno lo rimpiangerà, e qualcun altro userà l’aggettivo “liberale” per farsi la sua sporca campagna elettorale.
Eppure, resto convinto che avremmo dovuto affrontare i nostri elettori e provare a riparare al danno fatto. Consegnare alla giustizia chi ha sbagliato è sacrosanto, ma avevamo il dovere di costruirci una seconda possibilità. Sì, perché nessuno di noi è come Francesco, e credo che Francesco lo sappia bene.
Vi confesso che non avrei voluto scriverne a proposito di questo atto di vandalismo nei confronti di un’opera che è, di fatto, un lavoro che crea discordia e dissenso. Non avrei voluto scriverne perché sarei tacciato di essere chissà che cosa quando in realtà una formazione artistica la posseggo, e avendo contribuito a mostre e opere d’arte in passato… Beh, una parola ce la potrei mettere.
Facciamo così. Vi propongo una scelta: una pillola rossa e una pillola blu. Se scegliete la pillola rossa, cambiate canale e non andate oltre. Credete che Crotone sia l’unica città al mondo meritevole di considerazione e avete una dimensione favolistica che purtroppo vi rende sensibili. Se è così, prendete la pillola rossa e non andate oltre.
Se invece scegliete la pillola blu, avrete a che fare con la lettura di un pezzo scritto da un blogger spietato, additato come fascista, razzista e quant’altro ancora. Questo è il prezzo che pago volentieri per mantenere lo sguardo dell’oltre, ovvero non fermarmi alla solita apparenza per esprimere chissà quale solidarietà, se prima non si prova a conoscere il male. Non quello che viene raccontato su qualche giornaletto. Si tratta di quel male o malessere tangibile che il più delle volte non viene visto e nemmeno ascoltato. Ora, se scegliete la pillola blu lo fate a vostro rischio e pericolo, ma almeno avrete la possibilità di non sentirvi ipocriti, L’ipocrisia rende ciechi. Invece qui bisogna guardare le cose con chiarezza.
Fermo restando che non ho nulla contro l’attività civica di IO RESTO, associazione che fa del civismo la sua attività principale. Potrei semmai discutere delle scelte artistiche, alquanto kitsch, che puntualmente hanno anche suscitato delle critiche, alcune anche molto ingenerose. Ma se l’arte non suscita dissenso, non suscita emozione. Lo scrisse la scrittrice inglese Jeannette Winterton nel suo bellissimo saggio “L’arte dissente”, oggi introvabile.
Dato che ho citato la Winterton, quindi già questo mi permette di poter dire la umilissima mia opinione, la domanda che mi sorge spontanea è dura ma obbligata: ma che vi credevate?
Partiamo da un presupposto. Qualche notte prima, nello stesso parco Pignera, sono state vandalizzate delle panchine. Gesto compiuto da sconosciuti che prima o poi puntualmente lo avrebbero ripetuto. Cosa avvenuta tra l’altro. Quindi, esiste un problema. E non si risolve con la solidarietà conveniente che si esprime su Facebook il più delle volte,
Partiamo da un altro presupposto storico. La barca in questione non è stata l’unica opera vandalizzata nel tempo. Ce ne sono state altre. Ne cito due: il monumento dedicato alla tragedia delle Foibe, qualche anno fa, ed era stato appena inaugurato. E il monumento dedicato ai caduti italiani in Russia nella Seconda Guerra Mondiale, dopo qualche giorno vandalizzato con scritte oscene.
Gesti compiuti con ovvietà da bulli in una città che in realtà non gli offre grandi aspettative, anche perché ferma mentalmente negli stessi cliché da almeno un buon biennio in maniera ferrea,
Dico bugie? Mi sapete dire quale opera d’arte è stata prodotta in maniera imponente da lasciare un segno nell’immaginazione mondiale? Se escludiamo il Rino Gaetano di Jorit, il resto è zero. Proprio perché si tratta di opere kitsch o di monumenti celebrativi di caduti in guerra che, però, hanno il compito di mettere in risalto i nomi di chi non è potuto tornare a casa, e perciò sono assolti dal dover essere belli per forza.
Ma che Crotone artisticamente parlando esprima del kitsch è fuor di dubbio. Non la prendete come una critica distruttiva. Il kitsch ha anche il suo perché, ma se saputo fare però. Penso al mitico Anton Furst che con un buon uso del kitsch riuscì a rendere uniche le atmosfere del film Batman di Tim Burton nel 1989, tra l’altro campione d’incassi. Ma Furst era Furst. E qui non esiste Furst,
Ora analizziamo l’opera danneggiata dal fuoco.
Un utente straniero si domanderebbe il perché della realizzazione di un’opera del genere. Fermo restando che non discuto l’idea artistica, ma il messaggio che vorrebbe dare.
IN qualche bella giornata un gruppo di persone si è messo all’opera di un lavoro che doveva indurre alla riflessione sui tanti esuli in mare che vogliono arrivare in Europa e che bisogna accoglierli perché qui si vive bene. Io sono d’accordo nel salvare vite umane, ma sarei ancora più felice se nella mia città non ci fosse nemmeno quella bidonville di stranieri che si era rifugiata sotto il cavalcavia Nord (quello che si affaccia ai resti della gloriosa industria di Crotone), oppure mi piacerebbe non trovare gente di notte che non ha un letto dove poter dormire.
Quindi quest’opera nell’immaginario collettivo nasce in un ambiente che è già un controsenso se ci riflettete un po’.
Ma non fermiamoci qui. Andiamo ancora oltre.
Crotone ha un alto tasso di disoccupazione e di precariato lavorativo. Siamo un’isola felice, davvero? La disoccupazione e il precariato eccessivo generano già di per sè una forma di degrado sociale che si chiama povertà, e se imponi un altro tipo di povertà come quella degli esuli, ti raccomando la bomba sociale. La povertà si tollera, scrisse Dominique La Pierre nel suo capolavoro “La Città della Gioia! ambientato in India.
La città si è impoverita, di fatto, e per di più bisogna sopportare un principio di propaganda pseudoeuropeista che incoccia con la realtà di Crotone che è un controsenso continuo.
Quando da appassionato di arte, ho visto l’opera, mi è salito un rigurgito. Non che la disprezzi, ma è il sapore kitsch che non andava. Anche perché, purtroppo per gli altri, avendo studiato all’università i testi di André Gide sul Congo, i testi di Ryzsard Kapuscinski che l’Africa l’ha vista davvero e i testi storici delle colonizzazioni in Africa… Beh, vi lascio immaginare quando ho capito che si trattava del solito film a senso unico su un fenomeno di enorme portata che si riduce al solito chiché per non dirsi di essere… ecco,.. razzisti.
In ultimo c’è un qualcosa che mi disturba artisticamente parlando, ovvero la canonizzazione della disgrazia. In Italia abbiamo la triste mania di canonizzare la disgrazia per autoassolverci di eventi che sono purtroppo capitati. A Crotone si è voluto vivere per forza intensamente un evento tragico come il naufragio di Cutro non affrontando il trauma, ma cercando di autoassolverci come se quel delitto marittimo fosse colpa nostra. E mentre piangevamo, non ci siamo accorti che la città di Crotone ha bisogno di guardare oltre perché troppo prigioniera degli stessi argomenti da un buon quarantennio.
E certo. Perché conviene far vivere un pensiero retrò e restare fermi nel tempo. Come se questo lavasse le coscienze. Nella realtà non è così, altrimenti non si esprimerebbe il dissenso in tal modo. Anche se dà enormemente fastidio.
Ora, rivedendo, l’atto vandalico, non giustificabile, si è venuto a creare un paradosso. Ora l’opera in questione ha il suo sapore di verità. Perché il viaggio nel Mediterraneo, ma anche in altri mari, per la migliore vita non è un viaggio colorato, ma un percorso pieno di insidie e di incognite, e queste persone non arrivano con un transatlantico super attrezzato. Ora l’opera vandalizzata assume la sua reale funzione, e permette di vedere chiaramente il racconto che essa vuole trasmettere.
La tragedia.
Si dice che non tutto il male viene per nuocere.
Ma, qualche volta, capita che un male faccia vedere con chiarezza un altro male.
Anche questa è una verità-
Mi auguro che dopo attenta riflessione si tenga in considerazione di tenere il monumento in questo modo. Ovvero quello di un viaggio difficile e pieno di insidie. Solo così si può far passare il messaggio nella sua verità.
Altrimenti possiamo sempre raccontarci lo stesso film. Un film irritante tra l’altro.
Vi esprimo la mia comprensione perché doverosa. Mi auguro che i colpevoli siano trovati (nutro i miei dubbi qua), e che prima di condannarli a priori si abbia la decenza quantomeno di ascoltarli. Perché a Crotone esiste un folto gruppo di cittadini che non ha ascolto e, cosa più grave, viene denigrato quando solo osa fare una riflessione.
Ma si sa. Capire il dissenso è un argomento troppo difficile qui a Crotone.
Ora chi ha memoria un pochino ci pensa. Ieri 17 maggio si è tenuto un concertone di quelli memorabili con la splendida voce della protagonista dei reality show Arisa, portata in pompa magna dall’agenzia spettacolo capitanata dalla giunta Voce.
Fin qui nulla di male. Siamo alla festa della Madonna di Capo Colonna, ed è giusto puntare sempre più in alto. Al di là dell’ambizione, il risultato finale è demenziale. Non il concerto, ma quella che voleva essere una provocazione, un sussulto di coscienza, uno sforzo combinato perché la gente stia da chi di bonifica ne ha fatto una battaglia vitale, talmente vitale che sarà il principale argomento elettorale nei prossimi due anni, ovvero la bonifica dei siti industriali dismessi di Crotone. Un argomento ormai trentennale che oggi ha il sapore di un remake fatto male, tra l’altro con l’inserimento della Madonna di Capo Colonna che di sicuro attirerà le ire di San Giuseppe.
Guardate la foto seguente:
Uno striscione vistoso che fa effetto solo sulle testate online e sul profilo Facebook di qualche prode condottiero che sembra si sia risvegliato.
M a passiamo alla foto successiva, di almeno dieci anni prima.
Qua siamo in una bella mattinata di dieci o undici anni fa, davanti al Comune di Crotone. Un numero di persone ben più sincero di quello che offre l’illusione ottica di un concertone di piazza. Anche qui si combatteva contro Eni, ma i personaggi di adesso non sono quelli di allora. Oddio, c’erano, ma siccome a capo c’era l’attivista famoso di nome Pietro Infusino (in compagnia di altri prodi guerrieri), quelli di oggi non sembra che amassero farsi vedere in compagnia del soggetto appena nominato. E certo, perché Pierino è scomodo, se ne approfitta, passa da un partito all’altro. Però dalle foto di un decennio fa, la lotta non era la stessa di quella che viene proposta oggi?
Beh, ieri si è invocata la Madonna. Come se la Madonna avesse tempo di guardare lo striscione per lanciare chissà quale benedizione. In altri tempi, un gesto come questo sarebbe stato considerato blasfemo. Non la preghiera per Maria, ma il fatto che in questo remake pasticciato ci siano persone che anni prima denigravano gli Attivisti No Eni, che al primo punto mettevano sempre l’argomento della bonifica come obiettivo principale.
Certo era che dieci anni prima, almeno per decenza e per rispetto, Pietro e gli altri non invocavano il potere della Madonna, ma l’azione di tutte quelle istituzioni che potevano e dovevano fare qualcosa.
Ho preso come esempio Pietro Infusino e gli altri per dimostrare che l’attività di protesta odierna suona come un remake girato male, portato avanti da soggetti che subodorando una campagna elettorale e lunga hanno bisogno di farsi vedere ovunque, senza capire e far capire che razza di proposta, anzi controproposta, porterebbero avanti nei riguardi della multinazionale che, a detta loro, dovrebbe fare la bonifica usando qualche nave interstellare, portando i rifiuti in un’altra dimensione spaziale.
Il problema della bonifica dei siti industriali crotonesi è prima di tutto logistico, parola questa che ovviamente non viene proferita da questi magici combattenti che pregano la Madonna affinché possa intervenire, senza chiedersi se la Madonna stessa abbia il tempo reale di ascoltarli nella loro esibizione molto grottesca.
Anche perché verrebbe da pensare come mai questa azione non fu fatta durante il Capodanno Rai a Piazza Pitagora, quello che con Amadeus per intenderci. Beh, lì l’azione sarebbe stata plateale perché in mondovisione Rai, e allora sì che avrebbe fatto un po’ di rumore.
La verità sapete qual è, cari lettori?
Che lo fanno per opporsi a Voce stesso, che senza dare grandi spiegazioni è passato dal ruolo di urlatore di piazza a diplomatico della città al servizio del dialogo con la multinazionale (dialogo che bisogna pur sempre avere), e solo questo dimostra che sulla bonifica tanti nostri condottieri di palle di ne hanno raccontato a iosa, dimostrando per l’ennesima volta che il processo di bonifica non è la storiella che viene portata avanti con demagogia e chiari scopi elettorali. Altrimenti non durerebbe da una trentina d’anni, non credete?
Gli attivisti No Eni, anche se in maniera confusa, addirittura hanno campeggiato nella vicinanze dell’impianto della multinazionale, e la loro azione si è sciolta nel tempo proprio perché alcune facce che si vedono adesso non hanno voluto unirsi all’epoca, denigrando proprio quel gruppo di persone che aveva comunque il valore della spontaneità. Al di lù di quello che si potrebbe pensare del piccolo leader Infusino, che adesso potrà gioire nel vedere che una decina di anni dopo sono spuntati fuori i suoi cloni dormienti.
Ora aspetto naturalmente la grigliata di pesce davanti all’impianto della multinazionale, e la scampagnata a Capo Colonna post Madonna di Capo Colonna per capire dove si vuole andare a parare.
La bonifica è un argomento troppo complesso per essere un mezzo propulsivo di propaganda elettorale.
Ah, ultimo appunto. So che farà male. Ma non credete che Arisa si sia svegliata stamane pensando di fare da portavoce a una manifestazioncina come quella di ieri.
Il gesto sembra abbastanza eloquente. Ovviamente scherzo, perché quel gesto era rivolto ad altro argomento. Ma per capire come il momento dell’invocazione della Madonna sia stato proprio fuori luogo e molto trash.
Comunque, concerto o non concerto, si è capito il perché dei trent’anni di stallo.
Ma una promessa ve la faccio: se organizzate la grigliata mi faccio vedere. Se non altro perché sarà più insaporita di qualche manifestazione dal carattere orgasmico mentale di quella che ho potuto vedere ieri.
La sola cosa certa è che state realizzando un remake fatto male delle lotte dell’amico Pietro Infusino, che stando lontano da Crotone sta ridendo a crepapelle ricordandosi degli sfottò che gli riservaste negli anni. Sfottò anche molto crudeli tra l’altro.
E con franchezza credo che questo spieghi perché non c’è la partecipazione sincera della gente di tutti i giorni.
Aspettiamo con trepidazione la prossima puntata di questa situation comedy.
Sono decenni che si parla di bonificare gli ex siti industriali di Pertusola e Montedison, ora di proprietà ENI. Decenni passati tra processi e petizioni popolari firmate e controfirmate per un qualcosa che a Crotone va comunque fatto.
La bonifica è l’argomento elettorale. La resa dei conti sulla quale la politica locale, tra l’altro frammentata e piena di attori teatranti, si è ormai arenata.
In campagna elettorale si promettono rivoluzioni e cambiamenti mitologici.
Nella realtà di tutti i giorni avviene proprio il contrario.
Perché non si conosce la storia industriale nei particolari, non si sono fatte le dovute analisi storiche e sociali, non si riconosce che ormai quella realtà non esiste più dalla fine del secolo scorso (gli anni 90′), e per decenni si è andati per inerzia. Salvo poi sottoscrivere un accordo (giunta comunale Pugliese) che chiuderebbe la questione.
Ora in tutta la discussione portata avanti da opposizioni sgangherate e maggioranze camaleontiche, il dubbio che si sia arenata la barca è molto presente. Perché tutti, ma proprio tutti, cadono nel lato pratico della questione.
E da qui apriti cielo. Quanta fantascienza fantasiosa viziata dalla propaganda demagogica che ha invaso le menti di coloro che si ergono a rappresentanti della comunità crotonese, tra l’altro ormai sparpagliata e non unita (ma qui le cause sono anche altre).
I nodi arrivano al pettine. E quando l’oggettività della verità arriva, ecco che tutti si fanno male. Le opposizioni un po’ di meno, ma quando erano maggioranza anche loro sbandieravano imprese fantascientifiche. Ora hai il sindaco Voce che si è fatto votare per la questione ambientale, e pochi ricordano che fu il solo a parlare di un termovalorizzatore funzionale ai bisogni della città durante una nota trasmissione televisiva locale, La memoria corta fa brutti scherzi, ma lui stesso paventò la necessitò di un termovalorizzatore, che è quello che si realizzerà di qui a breve. Serviorà per la bonifica? Ma certo che sì, Produrrà un ulteriore danno ambientale? Beh, se resti dell’idea che il mondo è fermo dagli anni 90′, la risposta sarebbe sì. Ma in 30 anni i progressi sono stati fatti, solo che la demagogia politica non la vede.
Ora il dubbio mi sorge. Senza prendere le parti di nessuno in particolare, e senza neanche giudicare l’esito dell’ultimo consiglio comunale, l’impressione è che tutti più o meno si siano presi un ceffone senza precedenti, e che la politica cittadina si sia mostrata molto più politicante che professionale. le favolette raccontate in campagna elettorale sono restate favolette che ormai tutti vedono, e ahimé giustificarsi con degli screenshot su Facebook non è tanto producente. Anzi, porta all’effetto contrario. Perché in questa partita illusoria di voler convincere chissà quali elettori, tutti quanti peccano nel loro più grande difetto, ovvero l’essere padroni di una verità che di fatto è stata solo fuffa fino ad ora. E continuerà ad esserlo, visto che il termovalorizzatore del ventunesimo secolo sarà realtà.
In tutti questi anni, nessuno si è posto la seguente domanda pratica: e se i rifiuti da bonifica, di cui non conosco la quantità reale se non dopo le operazioni di scavo, non se li fila nessuno?
Ed è proprio qui che la demagogia cade nella sua menzogna.
Perché? Facciamo un salto in Giappone. La centrale nucleare di Fukushima. Distrutta a causa di un terremoto di proporzioni spaventose, tale centrale è stata la tragedia del Giappone, nonostante fosse all’avanguardia in tutto. Eppure la catastrofe ci è stata, e le scorie hanno avuto bisogno di un trattamento marittimo. Ma i rifiuti nella sostanza sono rimasti in zona. Così come è avvenuto in altri siti dismessi nel mondo.
A Crotone avverrà la stessa cosa. Lo richiede la logistica, e soprattutto lo richiede un altro fatto politico della quale i nostri si son dimenticati di raccontare. Ve la ricordate la favoletta dell’autonomia del rifiuti tanto decantata in passato durante le campagne elettorali tra Comuni calabresi e Regione Calabria? Che dicevano in sostanza? Ognuno dovrà pensare al suo senza se e senza ma.
Ora si possono convocare consigli di tutti i tipi per parlare della questione, ma servirà molto probabilmente a poco. Perché, alla fine dei conti, questa storia dovrà finire in un modo o nell’altro, e pensare di bloccare ancora tramite tribunali non risolverà il problema. Non ci siete riusciti prima, e non ci riuscirete nei prossimi giorni.
Tanto vale iniziare il tutto con l’accordo del 2019 e chiuderla una buona volta per tutte.
La bonifica non è un argomento di campagna elettorale.
Ma è stata usata a suon di demagogia per troppo tempo.
E si sa che la demagogia è la menzogna politica per eccellenza.
Al prossimo episodio. Fidatevi. Ormai è una telenovelas che batterà il record detenuto dal serial Sentieri. Di questo passo mi procurerò una carrozzina. Sperando però di avere ancora una buona memoria.
Ma voglio restare ottimista. Confido molto nella figura del generale. Sì, quello che è attualmente il commissario alla bonifica. Petizioni permettendo.
Monologhi censurati che poi vengono letti in altre piattaforme è il controsenso di questo periodo storico. Tanto che spuntano come funghi tanti censurati e per i motivi più disparati. Tutto avviene in un periodo storico dalle mille contraddizioni, a cominciare dal fatto che ormai l’elettorato non ne vuole sapere più di una certa propaganda politica che non si capisce dove voglia andare a parare, quando il problema principale è chiaramente l’economia della vecchia classe media (quella che stava a sinistra una volta idealmente),
La vecchia classe media tra astensioni varie e voto di protesta abiura la sinistra di oggi, che nelle sue tante incarnazioni preferisce la telenovela nei tanti e troppi talk show piuttosto che parlare con la sua gente a tu per tu.
E allora un disaccordo su base economica viene tradotto in censura. Un testo passabile (la storia di Matteotti, da ricordare sempre, nell’ennesima salsa), finti partigiani che si credono essere i grandi eroi di oggi ma che con la donna che vende la frutta la mattina non ci parlano.
Mentre tentano il rigurgito sulla cancellazione di un programma che molto probabilmente non avrebbe fatto gli ascolti (in tv conta la cassetta, soprattutto in tempi di magra), dimenticandosi volutamente che la lottizzazione della Rai odierna è frutto di una legge del fulminante governo Renzi a propensione PD , giusto per ricordarlo.
Quelli del governo di adesso fanno semplicemente quello che i loro predecessori hanno fatto prima di loro, ovvero non si preoccupano della qualità del programma in sé, ma decidono cosa è meglio trasmettere, prendendo di fatto i posti di autori e produttori che non sono più di razza, ma di etichettatura.
Oggi lo scrittore, vuoi o non vuoi, è una creatura mediatica, ma ha pochi lettori di fatto. Rispetto alla maggioranza di pubblico che non legge, forse perché non ha i venti euro per pagarsi il libro ben curato dallo Scurati di turno, il quale si eleva a vittima sacrificale e perseguitata, quando è riuscito nella magica impresa a entrare a far parte della letteratura popolare delle poche lirette, trasmettendo gratis il suo testo, delle quali qualche agenzia aveva interesse a vendere nonostante la banalità demagogica.
Una commedia del controsenso intrisa di farsa e di frustrazione personale di chi crede di avere ragione, salvo poi scontrarsi con una realtà di isterici da una parte e di menefreghisti dall’altra.
E poi su Facebook ci stanno gli utenti, quelli di sinistra che giocano a fare gli antifascisti. Ce ne sono parecchi. Li riconosci perché come pappagalli ripetono la stessa cosa, trascurando il lato commerciale della questione.
Mi hanno accusato di essere fan di Pino Insegno, che tra l’altro è un ottimo doppiatore per chi non lo sapesse, e di non girare le biblioteche. Beh, io mi servo spesso alla Mondadori della mia città. I libri li sfoglio. Ho letto Sartre, Camus, Fenoglio, Silone, Guareschi, e altri che non cito. L’ultimo libro efficace contro il pensiero nazista l’ho letto pochi mesi fa,. La Maschera di Marmo, scritto da Jean-CHristophe Grangé, uno dei giallisti più audaci che conosca. Ecco, quello è un libro che nel suo intrigo fa riflettere sul periodo storico dove è ambientato. Ma poco importa se in Italia non ha venduto, e poco importa se è passato inosservato.
Però il popolo di Facebook riesce a giudicarti attraverso l’icona del tuo avatar e ti giudica quando metti in risalto la contraddizione.
Il fantasma che loro decantano tanto in realtà non può tornare perché c’è un elettorato che vota ben altro, se vota, ed è un elettorato molto liquido, dalle mille contraddizioni. Cercano rappresentanti calati nel presente perché sanno che di nostalgia non ci si nutre proprio, e quando la fame prende il sopravvento col cavolo che vanno a pensare alle grandi imprese di quasi un secolo prima, anche perchè quelli che si spacciano per nuovi partigiani sono spesso demagoghi che non sanno accendere un fuoco in alta montagna.
Di fatto, il ritratto che ne sussegue è impietoso, volutamente votato verso il trash. S’inventano espressione mitologiche, e poi perdono miserevolmente le elezioni senza aver fatto i conti con l’oste. Allora vanno alla ricerca perenne del nemico da mostrare in prima pagina, quando il vero nemico è dentro di loro. Un nemico che si chiama presunzione (e non sta solo a Sinistra), della quale ci siamo nutriti fin troppo negli ultimi anni.
Loro invincibili ed eterni e migliori degli altri, Certo, a raccontare favolette che non hanno nulla di pragmatico, aggettivo questo che andrebbe accompagnato all’azione politica in sè.
I periodi storici iniziano e finiscono. Non durano in eterno, Passano attraverso anche anni di sofferenze.
Per me, che sia destra o sinistra, il politico più pericoloso è quello che crede di conoscere senza sporcarsi mai le mani come fa il contadino quando coglie i pomodori. Perché il politico che crede di conoscere il futuro è il primo degli idioti. Sempre. Magari poi si ravvede, ma lo fa quando l’elettorato sparisce.
A Crotone c”è un vecchio detto: “A gatta si frica nà vota sula (lsi inganna la gatta una volta sola)”.
Ecco, la gatta è l’elettorato.
E se non siete pratici di gatti, potete stare giorni a cercare di accarezzarli. Ma si sa che i gatti graffiano e fanno male.
Intanto, il dato di fatto è che il campo largo sa molto di masturbazione mentale, giusto per citare Giulio Cesare Giacobbe che su tale argomento psicologico ci ha scritto un saggio utile e divertente che oggi si trova in edizione economica tra l’altro.
Glielo regalerei personalmente al signor Scurati giusto per farsi un sorriso. Ma poi si offenderebbe quasi di sicuro.
Purtroppo è un dato di fatto che oggi quello che propone la multi task force della sinistra italiana è un mondo paralleto senza capo nè coda. Se dovessimo definirlo in maniera colta ed educata lo chiameremo film mentale, ma nella sostanza resta sempre una masturbazione mentale.
E la gente comune non voterà mai in queste condizioni.