Mi ha molto rattristato sapere della morte di Marjane Satrapi. Ho un ricordo indelebile della lettura del suo libro più famoso, Persepolis, scritto e disegnato con molta energia. Mi sorprese leggerlo, e soprattutto amarlo. Scrittura potente e poetica, con disegni semplici ma molto espressivi. Persepolis non era soltanto un lungo racconto autobiografico o una denuncia politica, ma era anche la storia di un popolo e del suo rapporto con il mondo.
Qualche tempo dopo, vidi il film tratto dall’opera, sempre realizzato dalla Marjane Satrapi. Un film che semplifica, ma che mantiene intatto il messaggio dell’autrice. Un film che andrebbe trasmesso al posto di tante inutili trasmissioni europee quando parlano del rapporto tra europei e musulmani.
Ho letto anche le altre opere, belle per carità, ma mai potenti quanto Persepolis stessa. Sono opere diverse, e per forza non risentono della stessa dimensione. Sono semplici graphic novel che hanno il dono di farci ancora comprendere meglio lo spirito romantico della Satrapi.
Marjane Satrapi sapeva benissimo che non avrebbe mai più potuto realizzare un’altra Persepolis, ma il suo nome nella storia della cultura europea e mondiale ci resterà eccome.
Ho letto più di una volta Persepolis. Mi ha fatto capire una lezione importante. In questa lunga camminata della crescita di una bambina che diventa donna, divisa tra due mondi (quello europeo e quello iraniano), mi sono reso conto della tanta presunzione che c’è in giro nel volerci credere superiori per forza, e di come l’Europa sia un insieme di paesi ipocriti.
Sì. perché la Satrapi, nei pochi interventi televisivi (mai trasmessi in Italia), è sempre riuscita a mettere sotto scacco la presunzione culturale di eminenti politici che parlavano di come fronteggiare l’Islam ideologizzato.
Sinceramente ammiro la Satrapi, e ho versato qualche lacrima sapendo anche il perchè del suo decesso. In qualche modo, il finale che ci saremmo aspettati da un’Artista quale Marjane. Affine alla sua enorme sensibilità e al suo voler essere donna libera di decidere il suo destino.
Ho ripreso in mano l’edizione più economica del suo libro (possiedo anche un paio di copie più pregiate), e tavola dopo tavola ho ripreso una nuova lettura di Persepolis, chiedendomi perché nessuno dei grandi progressisti italiani abbia mai citato il lavoro importante della Satrapi in argomenti che oggi sono attualissimi.
E quando vedo questo spettacolo penoso in tivù, mi rendo conto di quanto sia importante avere una copia di Persepolis in biblioteca. Vorrei far notare che solo gli ambienti culturali hanno dato notizia del decesso di Marjane Satrapi, mentre quelli poiitici fanno forse bene a tenersene alla larga, in primo luogo perché non hanno mai letto il libro o visto il film. Tenendo conto anche delle altre, ahimé, poche opere in circolazione.
Marjane Satrapi merita di essere ricordata come un’Artista monumentale, perché la sua vita è stata un’impresa vera, reale, al di là di ogni ideologia politica presente e passata, accettando di essere donna e iraniana in un corpo unico, dandoci una lezione di indipendenza come pochi.
Oggi verso lacrime, ma domani ancora di più mi renderò conto che la sua testimonianza artistica è più vera di qualsiasi altra propaganda europea. Quando altri se ne renderanno conto, allora forse potremmo cominciarci a parlare con franchezza di determinati argomenti.
La Satrapi non era ipocrita. Ed è per questo che la sua mancanza non sarà considerata dai propagandisti di un mondo progressista che in realtà non lo è per niente.
La politica francese Sandrine Rousseau ebbe una discussione televisiva con la Satrapi a proposito degli usi e costumi tra due culture diversissime fra loro. La Rousseau fece la figura reale della politica supponente e ignorante.
La Satrapi in quel caso dimostrò come l’arte possa battere la presunzione di una politica che si finge progressista solo per pulirsi la coscienza in maniera ipocrita per mantenersi una platea di voti che non cambieranno mai le sorti di un popolo qualsiasi.
Persepolis continuerà a restate nelle biblioteche. mentre i politici come la Rousseau vanno e vengono. Sì, perché le menzogne spariscono nel nulla quando hanno smesso di urlare.
Ora vi lascio, Stasera voglio ridere, piangere ed emozionarmi con i disegni di Marjane Satrapi. E credo che sia giunta di regalare qualche suo libro a qualche mia conoscenza di sinistra. Sì, perché oggi più che mai Persepolis combatte perfettamente tutta questa vuota presunzione.
Oggi voglio fare un articolo personale, far vedere alcuni scatti della mia città, del mio luogo, delle mie ispirazioni, del me stesso e basta.
Sarò chiaro su una cosa: un tipo come me a Crotone non piace. Addirittura viene definito “sprecato” o “negativo”.
In passato, queste parole mi facevano molto male. Quando sei ragazzo, desideri di far parte di un gruppo, e sono tanti i gruppi che mi hanno escluso o fatto peggio. Per vari motivi, quale anche un’assenza di un certo mondo adulto, anch’io finii nella spirale dell’odio verso Crotone, o meglio verso i crotonesi. Sbagliando, ma la rabbia accompagnata all’impotenza ti rendono cieco dal dolore.
Questo è un misero riassunto, sia chiaro. La mia storia d’amore con Crotone è fatta di alti e bassi, ma almeno ho voluto viverla fino in fondo,. C’è stato anche un periodo dove sono fuggito (e forse avrei fatto bene a restarmene fuori, mi direbbero alcuni), ma sono tornato per darmi una seconda chance.
Sì, perché alla fine non era Crotone quella che odiavo, Ma i vizi di tante, troppe, persone che mi avevano calpestato e sputato in testa, non tenendo conto che forse avevo da giovane una sensibilità abbastanza spiccata, Questione di linguaggi diversi, e francamente poi non avevo il tempo di consumare chissà quali vendette, tra l’altro ben considerate in un luogo dove il linguaggio è volutamente forte.
Crotone, nel bene e nel male, mi ha reso ciò che sono, e quello che ho ottenuto non ho mai voluto pubblicizzarlo a dovere. Anche perché di gloria mica si campa. Ho preferito rispondere con la filosofia azzardata di mio padre. Preoccuparsi a fare la differenza e basta,E questo mi è servito soprattutto negli anni dove ho voluto vivere un po’ più in ombra del solito, perché come figlio dovevo accompagnare mio padre nella convivenza del suo dolore e nella serenità della morte in seguito, con tutto quel che ne consegue.
A Crotone è comodo dimenticare e far finta di niente.
Lo dico in maniera generale, ma è la sola spiegazione che mi concedo di questa eterno luogo che si mostra come una bella donna da lontano, ma che nei suoi particolari è molto struccata. Certo, perché è più comodo dimenticare e fregarsene, e non darsi quasi mai una responsabilità.
Negli ultimi anni, ho notato quanto vivere Crotone sia diventato come vivere l’eterno giorno della marmotta, ovvero un giorno sempre uguale senza preoccuparsi del dettaglio e del domani. Dare scarsa attenzione al tempo, e meravigliarsi delle piccole cose come se capitassero solo oggi.
Parlo difficile adesso. Più che altro per deformazione fotografica, altra mia grande passione. Quella passione che dimostra da sola quanto io ci tenga all’anima di questa città bistrattata nel meridione italiana, fatta di personaggi unici ma molto contraddittori nel loro essere.
Mentre scrivo queste parole, ascolto Bad degli U2, e non credo che molti mi capiranno mentre scrivo questo passaggio. In realtà volevo farvi vedere alcuni scatti durante le mie parole, farvi vedere quello che vedono i miei occhi, quelli che sono gli attimi di un posto che tutti vedono, ma che molti non colgono. Non che sia il migliore fotografo al mondo. Ma sto rivedendo questi scatti, sapendo bene che quando ero presente in quei luoghi, in quegli attimi, il mio sguardo si posava su tante piccole storie che volevano far vedere Crotone per come la io amavo.
E quando mi mettevo a cercare quei tanti momenti, ero solo. Maledettamente solo. Ma tremendamente fortunato. Perché certi colori riuscivo solo io a vederli e a godermeli.
C’è una parte di me che scrive. L’ho fatto ogni giorno, in gran segreto su tante cose. Perché io volevo scrivere sin dalle scuole medie. La vita, però, mi ha portato a giocare diversi ruoli. Ho fatto il giornalista, il fotografo, il videomaker, e nel tempo ho imparato a fare anche qualche altro lavoro. Per imparare l’arte e metterla da parte. In verità, odiavo quest’espressione perché non ne capivo minimanente il significato. Oggi, invece, la capisco molto bene, Per via dell’insegnamento del fare la differenza al momento opportuno.
Perché io ho la volontà di non dimenticare, o meglio l’amore del non scordarmi.
Sì, perché per ricostruire l’anima di un luogo, non puoi permetterti di dimenticare. E se lo fai, vuol dire che ti nascondi dietro la maschera dell’ipocrisia, dell’occasione facile, della superficialità, Chi si trova in queste condizioni, tende poi a detestare il prossimo. Perché è cieco del proprio vizio dell’apparire.
Si ama Crotone, ma tra crotonesi ci si detesta.
Non l’ho detto io, ma tante storie del passato e del presente.
Ora è giunto il momento di aprire una nuova sequenza della mia vita artistica, professionale, fotografica, narrativa. Ho detto che avrei parlato di me. Ma più che altro del mio rapporto con Crotone.
Ho ripreso in mano tanto materiale che avevo memorizzato tra quaderni, file word, e qualche blog. Ora ho tanta voglia di raccontare tante storie di Crotone, vere o poco bugiarde. Voglio dare una mano a Crotone, a tutti quelli che mi dicono di scrivere e di provare a far leggere queste tante storie in un contesto dove la lettura non è che sia l’hobby principale.
Questo non significa non provarci. In questo momento storico, la comunità non solo è mutata, ma si è anche molto divisa.
Ho riletto tanto di quello che ho scritto. E comprendo soprattutto chi di Crotone non ha voluto più saperne, anche se poi il richiamo della madre è sempre forte, e alla fine ci torna a Crotone, magari riandandosene di nuovo con l’amaro in bocca.
Penso a tutte queste persone lontane che amano Crotone. Eccome se la amano, solo che non vedono radicali cambiamenti. Può cambiare un quartiere, una strada, una piazza. Ma la desolazione che si porta dietro la sufficienza non cambia. Sì, perché molti ritornanti che amano Crotone si accorgono di quella desolazione di cui si è tinta la città, nascondendo il proprio male come la polvere dentro al tappeto.
Progetto ambizioso e proibitivo quello di rispolverare tante storie che si stanno dimenticando? Non credo, visto che alcune sono già state scritte. E perciò perché non pubblicarle come un semplice regalo da poter condividere con chi ha bisogno di ritrovare quello spirito di comunità che si è abbastanza perduto negli ultimi anni, anche se poi ipocritamente ci diciamo che non è vero.
Perciò adesso preferisco uscire da questo loop ipocrita, e provare a dirse che a Crotone ci sono tante storie che adesso vale la pena raccontare, che siano buone o cattive. Già, perché senza di esse io non sarei cresciuto come essere umano, e senza di esse non ci sarebbe un’identità.
A presto.
Testo e fotografie di Aurelien Facente, 3 aprile 2026
Ho avuto bisogno di qualche giorno per accettare che Sam non potrà più realizzare belle storie per noi lettori. Già, perché il grande Sam Kieth non è più tra noi.
Un colpo durissimo. Io sono un fan di Sam Kieth, e spero che qualcuno possa pubblicare di nuovo tutti i suoi piccoli capolavori.
Mi ricordo la prima volta che vidi i suoi primi fumetti Marvel. Aveva prestato le matite per Wolverine in una saga di dieci puntate per l’antologico Marvel Comics Presents. ma per capire la sua importanza ho dovuto accorgermi che aveva co-creato graficamente il personaggio di Sandman della Vertigo, l’opera più importante dello scrittore Neil Gaiman. Beh, fu proprio in quei primi numeri che capii di che pasta era fatto.
Sam Kieth non era un artista molto richiesto in Italia, o almeno era uno di quelli che ti dovevi andare a cercare a dire il vero. Disegnava poche opere all’anno. Aveva uno stile molto particolare. Per certi versi era possente come Bernie Wrightson per la sua capacità di saper disegnare i mostri, ma era anche figlio in qualche modo dello stile di Richard Corben. Ma trattasi di influenze e basta.
A dire il vero, Sam Kieth era qualcosa di più. All’inizio ci sorridevi per via dello stile non proprio adatto al mondo dei supereroi, ma dopo aver creato The Maxx, che colpevolmente è stato bistrattato in Italia, con un’edizione sempre interrotta e mai portata a termine, per non parlare del materiale inedito .
Poi arriva Batman ad aggiustare tutto.
Pensavo di averla persa, ma poi l’ho ritrovata.
C’è una storia che spiega bene perché Sam Kieth è stato un grande artista completo. La miniserie “Secrets” con Batman e il Joker è un piccolo capolavoro non solo di disegni, ma di tecnica della narrazione.
Prima di tutto, il soggetto della storia è originale, suddividendosi su almeno tre piani narrativi tra passato e presente, e un pizzico di futuro.
Con disegni volutamente d’impatto e anche un pochino grottesco, Kieth riesce a mettere in risalto la tematica della manipolazione dei media attraverso l’immagine.
Un’opera che continua a sua volta sia la visione di Frank Miller nel suo DKR, sia la visione di Alan Moore di cui la miniserie di Kieth diventa in qualche modo erede, perché riesce a suo modo dare seguito al finale della celeberrima graphic novel.
In realtà Kieth ci rivela il suo viscerale amore per Batman proprio dimostrandoci di conoscerne bene la filologia artistica, arrivando in parte anche a omaggiare Simon Bisley e Dave Mc Kean in alcuni tratti.
E riesce a fare tutto questo in una miniserie di pochi numeri, lasciando il segno.
Poi tornerà su Batman con altre storie, tutte scritte bene.
Ho voluto parlare di questa singola opera su tutte perché è la più accessibile per la reperibilità commerciale, ma nello stesso tempo è anche quella che ti delinea l’artista in tutta la sua potenzialità-
Io sono un fan di Sam Kieth, e cercherò di completare la collezione delle sue opere. Perché di artisti veri come Sam ce ne sono pochi, e molto probabilmente non ce ne saranno.
Sul finire degli anni 80′, tra compagni di classe maschietti, ci si diceva: “Ieri lo hai visto il film con Chuck Norris? Hai visto che forte?” Noi maschietti amavamo i film action alla Chuck Norris. Dopo Stallone e Schwarzenegger c’era lui.
Chuck Norris è andato via. Non ci sarà un altro Chuck Norris. Ora resta la leggenda.
Ci sono stati tre Chuck Norris.
Il primo è l’atleta, il campione del mondo di karate, l’unico che è riuscito a rendersi protagonista di un combattimento cinematografico nel colosseo con Bruce Lee, un altro modo di interpretare le arti marziali. Un combattimento iconico, con coreografie stupende e innovative per l’epoca. Una lotta che ha cambiato la storia del cinema, e ha rivelato al mondo che anche un occidentale poteva combattere ai livelli di una leggenda.
Poi c’è stato il Chuck Norris attore.
Ne ha prese di critiche, e non è che il suo cinema abbia sfornato capolavori intellettuali. Erano film d’azione molto leggeri, ma fatti tremendamente bene. Per via del ritmo, e comunque anch’essi hanno avuto diritto ad entrare nella storia del cinema. Delta Force ci entra di forza per via dell’ultima interpretazione del grande Lee Marvin, ma non solo. Negli anni 80′, pur se spacciatamente americano, è stato il solo film che ha descritto in modo realistico la Beirut che i telegiornali non raccontavano. Poi perché non citare la serie del Missing in Action, una trilogia che va vista per intero non solo per una spacconeria di propaganda militare americana, ma che sotto sotto riusciva a far intravedere che anche quella spacconeria aveva dato delle conseguenze terribili. Andate a vedere il terzo capitolo, e verso la fine ci sarà un resoconto duro delle conseguenze di un certo americanismo. Un cinema spettacoloso, ma non tanto ipocrita. L’apice arriverà con Invasion USA, il film più pulp e assurdo del cinema action, talmente esagerato da essere divertente. Ma Chuck ha interpretato altro. Non era il massimo dell’espressione, non era sexy, ma ci sapeva fare. Chi non resta estasiato dinanzi al suo scontro con l’altro storico artista marziale David Carradine nel poliziesco “Una Magnum per McQuade”?
Poi c’è il terzo Chuck Norris, quella della TV, ovvero il Walker Texas Ranger.
Paradossalmente il ruolo della sua vita, che lo fa assomigliare di più a se stesso. Attore e atleta nello stesso tempo in una serie poliziesca molto semplice nelle sue sceneggiature, ma che dà modo di far vedere che l’atleta è ancora presente, e addirittura si pregia della collaborazione di altri atleti, e fu un successone senza precedenti. L’ultima testimonianza di una produzione televisiva dal sapore anni 80′ che è restata nella memoria. Iconica la canzone della sigla.
Dopodiché Chuck è sempre rimasto nello sport. Sì, perché il suo cinema aveva uno scopo ben preciso, ovvero sviluppare l’imprenditoria nello sport di lotta.
Io sono e resto un fan di Chuck Norris. Perché riuscivo in qualche modo a identificarmi nel suo essere reazionario dinanzi alle ingiustizie. Era facile identificarsi. Non è un caso che il suo pubblico maggiore era quello degli adolescenti, ma anche di quelli che amavano il cinema d’azione in particolare. Non si pretende di riflettere sul destino del mondo, ma di divertirsi e basta.
Diciamoci la verità: Chuck Norris il titolo di icona dell’action se l’è meritato tutto.
Crescendo, ho avuto modo di informarmi sul suo “essere americano” al 100%
Si era fatto promotore di un programma sportivo sociale per tanti ragazzi e tante ragazze socialmente poveri. Gli ha concesso loro di praticare sport e di toglierli da contesti violenti. Andava di persona a verificare che il suo progetto funzionasse in una società che non guardava allo spirito sportivo, ma al dover essere sempre al top.
Per forza di cose, eri costretto ad ammirare un uomo del genere. Discilplina e umanità, al di là di qualsiasi credo politico. Non faceva mistero di essere repubblicano. Ma era un repubblicano degli anni 60′ e 70′, dove esisteva un’altra scala di valori e un altro modo di approcciare la politica.
Chuck Norris da qualche giorno non c’è più. Una parte della mia adolescenza se n’è andata. Mi sto rivedendo con occhio più adulto alcuni dei suoi film, e cerco di capire il periodo storico nel quale si è mosso.
Chuck Norris non è morto. Rimarrà immortale. Perché lui è un periodo storico. Oltre ad essere quell’eroe della porta accanto che vorremmo tutti come vicino.
Il senatur è stato il politico che mi ha introdotto a voler comprendere la politica nel 1994, quando divenne l’alleato discusso di Berlusconi e di Fini nel primissimo governo del centrodestra dopo la tragedia di Tangentopoli.
Prima, ne avevo sentito parlare solo attraverso quelle rassegne giornalistiche che si facevano nella scuola media. Si parlava di Lega Lombarda, ed era definito il partito razzista per eccellenza. Senza fare nomi in particolare, senza mai capire che cosa li spingesse a parlare di secessione. Era il 1988, quando ne sentii parlare la prima volta.
A casa mia, mio papà che era segretario del PLI, non se ne parlava. Forse perché considerava i leghisti come piccoli e incapaci di entrare in una maggioranza di governo.
Poi cresci, e cominci ad avere il potere di fare zapping.
Ci fu tangentopoli, e quello fu un assist per la Lega, che ebbe una sua prima evoluzione, crescendo.
Poi arrivò il Senatur, ovvero Umberto Bossi.
Quando lo vidi la prima volta, solo a brevi passaggi televisivi.
Pittoresco, odioso, terribilmente provocatorio, e involontariamente comico.
Poi ci fu l’imitazione realizzata da Dovì per il Bagaglino nei suoi format televisivi a renderlo iconico.
Sì, perché Bossi si prestava benissimo alla satira.
Ma superava alla gran lunga il suo pur bravo imitatore. Umberto bucava lo schermo. Non riuscivo a vederlo come politico. Non ci riuscivo, e forse per questo non riuscivo a detestarlo del tutto. Io sono oriundo (mezzo francese) e ne vedevo l’aspetto grottesco.
Nel 1994, le cose cambiarono un po’.
Era l’anno delle elezioni più importanti della storia italiana, e il partito che voleva puntare alla grande vittoria era Forza Italia, capitanato da Silvio Berlusconi, alleato allora al MSI di Gianfranco Fini e alla Lega Nord capitanata da Bossi.
A Crotone c’era voglia di cambiare aria, anche perché era anche un periodo storico particolare. La chiusura delle industrie crotonesi stava cambiando l’elettorato inevitabilmente, e le lotte operaie avevano fallito il bersaglio.
Perciò c’era voglia di cambiare aria.
Berlusconi volle come candidato alla camera nel suo partito il già noto maestro gioielliere Gerardo Sacco, che è ancora ben voluto dalla sua città ma l’elettorato non era convinto dell’alleanza con Bossi e la Lega. Glielo dissero pure davanti, e Gerardo fu eroico nel difendere la scommessa politica.
Non vinse le elezioni a Crotone il caro Gerardo, ma ciò bastò per far entrare lo spauracchio Bossi e la Lega in maniera pesante nell’immaginario politico dei crotonesi come il nemico da abbattere.
Intanto Bossi ebbe la sua storia politica.
Dimostrò a Berlusconi di essere un ago della bilancia per la tenuta del governo e della vittoria elettorale nazionale. Sì, perché la Lega raccoglieva al Nord il voto degli scontenti (dato innegabile), e nelle realtà locali sempre del nord ha avuto buone capacità amministrative, forse perché fuori dai giochi nazionali che rendevano il partito pittoresco dal punto di vista mediatico.
Poi avvenne quello che succede a ogni personaggio che trasuda il potere, ovvero il sottovalutare che il diavolo gli si nasconde in casa. Ciò gli causò la caduta politica, e se tenne il passo, nonostante anche l’avvento di una malattia devastante, era perché era riuscito a mantenere dietro di sé una base elettorale decisiva.
Ora so di scrivere un riassunto striminzito di un personaggio controversissimo, ma ha fatto parte della storia anche meridionale sotto certi aspetti. Sì, perché era il Nemico per eccellenza, capace anche di superare quel Fascismo del quale non si è sentito parlare per qualche anno. Bossi era più cattivo del fascismo stesso, dicevano i miei amici comunisti locali che tendevano a prenderlo troppo sul serio.
Io resterò sempre convinto che Bossi sia stato un abilissimo stratega. Per emergere, ha giocato una carta provocatoria efficace, quella del parassitismo meridionale che esiste in tante zone, e ha colpito duro con la questione della secessione. Questa provocazione ha ridato vigore a macchine elettorali che sarebbero state spezzate dopo i fatti di tangentopoli, ed è per questo che le sue vittorie hanno un sapore più forte. Perché pur restando piccolo, restava decisivo.
Cosa che non riesce al suo erede Salvini, che è proprio l’opposto del Senatur.
Qualche giorno fa, il Senatur si è spento.
Il Nemico è morto.
Molti ancora lo detestano, e lo detesteranno.
Si tratta del prezzo da pagare per i personaggi controversi.
Ma da biasimare saranno sempre i suoi nemici.
Perché politicamente sono lontano da Bossi, ma gli do il merito che per un periodo ha saputo restare al vertice pur restando piccolo. Riesce a pochi personaggi politici, soprattutto quando si parla di un lungo periodo di tempo. E questo perché sapeva che i voti contavano eccome.
In cuor suo, sapeva che buona parte delle idee utopiche non le avrebbe mai realizzate (la nuova secessione era più una festa trash che una realtà), e le sole vittorie che si è portato a casa hanno dei nomi ben pittoreschi, tra cui la deregulation. In una cosa, però, ha vinto. LKa decentralizzazione dello Stato verso le Regioni con la questione sanitaria in particolar modo. Una sfida non vinta dal punto di vista della cittadinanza (i problemi si sono quintuplicati a discapito della spesa stessa), ma dal punto di vista politico è vinta. Perché poi neanche gli avversari sono tornati indietro a cambiare le cose, in virtù del fatto che le Regioni sono un bacino di voti cui la politica romana tiene ben conto, a discapito ovviamente della totalità dei cittadini del territorio italiano.
Il Senatur ha dimostrato poi che il trash vince. Un bel po’ di cafoneria portata in visione televisiva era molto efficace. Sembrerà strano, ma nonostante i processi e le polemiche, la Lega è stato il partito che ha aperto di più le porte verso i media, usandoli a loro piacimento (il vantaggio è un’altra cosa), mischiando la vecchia tradizione nordica con lo spettacolo del trash (Miss Padania, con tutto il rispetto, era l’emblema di questa visione), E tutto questo lo ha reso molto longevo rispetto alla vita media di un segretario di partito.
Se ci pensate bene, è una lezione che oggi servirebbe a ripetere proprio a coloro che lo considerano nemico. Sì, perché il voto di oggi, visti i risultati attuali, non ha più il valore di ieri, dove il nemico comunque era un valore aggiunto al voto.
Non sono mai stato vicino alle idee di Bossi, e sono sempre stato convinto del fatto che andarci contro sempre e comunque era un errore perché negava la fase del dialogo.
Un mio vecchio professore di filosofia, durante una lezione di filosofia politica sparò una domanda: “Vi siete mai chiesti se Bossi avesse ragione in parte del suo credo politico?”
La domanda non era idiota. La capii dopo qualche anno da adulto. Infatti, non era con il campanilismo politico o territoriale che si combatteva la politica del Senatur, perché era proprio questo di cui si serviva per mantenere il proprio consenso elettorale. Bisognava combatterlo a viso aperto con programmi accettabili e alternativi.
Ripeto, non ho mai amato Bossi, ma un posto nella storia della politica italiana se l’è guadagnato tutto. Perché è riuscito nella grande impresa di far vedere la stupidità ipocrita negli altri partiti politici. Lo fece in maniera trash e irruenta, ma alla fine sono gli altri che hanno abbassato il livello di linguaggio politico, mica lui,
Barking enraged shepherd dog outdoors. Blurred effect is made for reason.
Non me ne vogliano i cani. Neanche i padroni. Ma c’è un partito che imperversa a Crotone che francamente ne potremmo fare a meno. Sono molto nevrotici e incazzati con il mondo, e magari hanno anche qualche buon intenzione, ma… meglio tenersi alla larga.
Sto parlando dei “Cani Arraggiati” che tradotto in italiano sarebbe semplicemente la definizione in dialetto calabrokrotoniate dei cosiddetti cani arrabbiati.
Si fanno riconoscere subito. Prima di tutto, mostrano il collare di appartenenza ideologico, indifferentemente a sinistra o a destra. Difficilissimo che cambiano parere, ma la loro qualità si ferma qua.
Non sono mai contenti e non sono mai felici. Sempre incazzati con il mondo e con il sindaco avversario. All’avvicinarsi delle elezioni diventano un abbaiare continuo contro l’avversario, e hanno la peculare caratteristica che sanno tutto loro e che gli alleati devono stare alle loro regole. Sono capaci anche di farsi un partito a loro immagine e somiglianza. Ma sono sempre arrabbiati.
Guardateli bene in faccia, e se non avete cani a casa non potrete mica conviverci, perchè il loro ritmo di vita è accelerato.
A Crotone i cani arraggiati son tanti, e li riconosci dalla loro capacità di prendere a morsi qualsiasi gruppo che dopo un po’ guarda caso si spacca.
I cani arraggiati non riescono a rispondere alle domande del dopo. Devono solo abbattere il sindaco, il presidente della regione, il presidente del consiglio senza se e senza ma…
Ma se trovano l’ossicino o il biscottino che preferiscono, allora diventano mansueti e si fidelizzano al padrone che li adotterà finché gli darà da mangiare qualche bocconcino. Altamente inaffidabili, diventano risorsa solo quando sono accontentati nel loro piatto.
A Crotone stanno arrivando le elezioni. Si sente già ringhiare e abbaiare. I cani arraggiati sono lì pronti ad abbaiare sull’elettore che non li voterà.
Perché, diciamocelo chiaramente, meglio un parente o una persona con la quale si può ragionare. E no nù cane arraggiato…
A Crotone si stanno avvicinando le elezioni comunali.
I cani arraggiati stanno uscendo dalla loro cuccia.
Munitevi di biscottini per cani. Ne guadagnerete di salute mentale. E soprattutto smetteranno di abbaiarvi quando il biscottino sarà mangiato.
In una notte buia e tempestosa, mi sono ritrovato chiuso nello studio a provare a scrivere e avevo attivano una live per condividere musica con un paio di amici. Tra rock e techno spunta all’improvviso la prima storica sigla di Candy, un cartone manga animato che andava in onda tra gli anni 80′ e divenne super replicato nelle reti Fininvest negli anni successivi, con una canzone reinterpretata da Cristina D’Avena (che, pur essendo bella, non aveva la freschezza del primo brano).
Sì, perchè la versione dei Rocking Horse (pseudonimo dei Superrobots) era totalmente diversa dalle canzoni che giravano tra le band che si occupavano di realizzare brani per i cartoni animati provenienti dal Guiappone (quelli che poi oggi definiremmo manga).
Ora chi ha visto Candy in tutto il suo svolgersi, sapeva benissimo di assistere al lungo romanzo di una ragazza costernata di tragedie. La letteratura giapponese è un continuo confronto con la tragedia, ma con lo scopo che la sfida della vita era accompagnata da prove terribili il cui unico scopo era dimostrare di farsi valere dal punto di vista umano.
Quindi, sebbene fosse un cartone animato (o manga) costruito per un pubblico femminile (ma a livello di storia non era così), la scusa di vederlo era rappresentato sicuramente per ascoltare la storica canzone, che constrastava apertamente con il plot di Candy.
Sì, perché poi si trattava di un brano che rispecchiava lo spirito di una società, dove la ricerca del sorriso era la caratteristica migliore per dimostrare di essere umani.
A quel punto, avevo capito che riascoltavo la canzone di Candy per rivivere un periodo dove ci veniva concesso di sbagliare per permetterci di crescere. Negli anni 80′ le lacrime non erano proibite perché dovevamo rialzarci e prendere in mano la nostra identità. Non era importante dimostrare di essere perfetto, ma conquistare l’età adulta.
Pochi minuti per ricordare un’epoca senza precedenti che ora è totalmente sparita. Non solo per questioni di tendenze.
Mi sono ricordato anche degli episodi della serie, di come fosse empatica, e di come le autrici fossero state capaci di farci vivere la tragedia e il riscatto di Candy. Un’opera del genere non sarebbe pensabile per il pubblico di massa (sì, perché oggi non ci sono produttori che osano più di tanto)
Mentre fuori imperversavano vento e pioggia, ho chiuso la live e mi sono rimesso a riascoltare la canzone di Candy. In realtà ho fatto una ricerca per capire se ci fosse un editore che ne vendesse il manga originale, e purtroppo non esiste perché le due autrici originali, Kyoko Mizuki e Yumiko Igarashi, si sono volute fare la guerra giudiziaria, dimenticando forse che sarebbe ora di rilasciare Candy con una certa libertà. se non altro perché ha segnato un’epoca di valori che molti farebbero bene a scoprire e riscoprire.
I maschietti non erano avvezzi alla serie (così come altre serie al femminile), ma con Candy era diverso. Sì, molto diverso. Forse perché era la nostra sorellina, e avremmo tanto voluto darle quel principe azzurro, che alla fine si presenterà appena Candy sarà diventata una Donna con la d maiuscola.
Ecco. Negli anni 80′, forse i maschietti erano ben più femministi di quelli di oggi. Perché abbiamo semplicemente conosciuto la dolce Candy.
Si riprende a scrivere dopo una pausa forzata e lungua dovuta a traslochi e problemi di salute vari, e alla ricerca di un argomento dal quale ripartire dopo uno spaesamento dovuto a repentini cambiamenti… Ecco, cara Enrica, ricomincio da te, dalla tua scomparsa che mi ha molto attristato. Sì, perché fai parte della mia memoria di ragazzino che nei momenti di solitudine perché i genitori lavoravano, tu eri diventata una presenza della mattina o del primo pomeriggio. Stiamo negli anni 80′, e nel cercare il canale televisivo giusto piombavo sui tuoi programmi e restavo ad ascoltarti.
Non ho voglia di ricordare i nomi dei programmi. Non serve. Preferisco mantenere il ricordo della voce di una signora di classe molto autorevole che sapeva prenderti nella conversazione con gli ospiti, con quelli occhi vispi e sicuri che appartengono solo alle donne che sanno prendere in mano la propria esistenza.
Scrivo ascoltando canzoni anni 80′, e mi ritrovo a pensare a quell’epoca dove i tuoi occhioni spuntavano e rassicuravano.
Poi cresci, e cominci a vedere in volto la vera donna. Fossi nato in un’altra epoca precedente… Scherzo ovviamente, ma quella voce rassicurante e sicura mi teneva calmo nei miei capricci da infante. Poi avevo scoperto che eri pure mamma, E così avevo capito l’irigine di questa sicurezza elegante.
Sicurezza confermata nei primissini anni 90′, dove conducesti con la solita classe quel programma tutto al femminile che era Non è la Rai, cn tutte quelle ragazze acqua e sapone che noi maschi apprezzavamo perché erano quasi coetanee della generazione 70′, della quale facevo parte. L’appuntamento televisivo combaciava con il ritorno dalla cinque ore della scuola media, e mentre pranzavi vedevi tutte queste ragazze che ballavano, cantavano, sorridevano, e su tutte svettava la conduttrice Enrica che ti faceva capire con qualche sguardo e qualche sorriso che le ragazze andavano comunque rispettate.
Poi la Enrica sparì dal programma, che non fu più lo stesso. E, diciamoci la verità, non era la stessa cosa. Divenne una sorta di prototipo di quello che sarà Amici anni dopo, ma questa è un’altra storia.
La tivù aveva cominciato a cambiare, e avere la signora Enrica al timone era difficile. Perché la serietà e lo stile, perché la classe e l’educazione, perché l’identità della donna autorevole ma tollerante stava lasciando il posto a favore di qualcos’altro.
Il sorriso di Enrica era il sorriso della donna italiana ideale. Quella che noi vorremmo accanto a dire il vero. Non era un sorriso di sola apparenza, ma era un sorriso sostanzioso. Un sorriso di bellezza e di personalità.
Mi piacerebbe credere che ad un certo punto non abbia più voluto stare al gioco della produzione televisiva che stava compiendo passi indietro, e allora con classe e silenzio ha deciso di andarsene, preferendo diventare una presenza occasionale e non più protagonista.
Mi capitava di vederla ospite di alcuni programmi, ma non era la stessa cosa. Lo zapping casuale non aiutava.
E così è capitato che stamane, aprendo i siti d’informazione, ho saputo del suo addio fisico. Non la conoscevo di persona, ma da ragazzino è proprio grazie a lei che ho imparato a rispettare la donna in generale, soprattutto quelle donne che hanno stile e autorevolezza, con un pizzico di comprensione.
Riposa in pace, Enrica. Se fossi nato nella tua epoca, molto probabilmente ti avrei chiesto di danzare con me, in maniera elegante, come si faceva una volta. Può darsi che scriverò questo desiderio sotto forma di racconto, eo può darsi che lo terrò per me. Non lo so.
L’unica cosa che so è che un pezzo di grande televisione italiana è andato via, e non ci sarà più. Bisogna solo mantenerne il ricordo, almeno per quelli che hanno potuto assistere alla storia della vera televisione.
Attenzione se leggete questo pezzo adesso. Sto scrivendo in piena domenica del primo pomeriggio del 5 ottobre, primo giorno di urne per la Calabria. E qual è la notizia che sconvolge qualche utente crotonese e calabrese? Che c’è bassa affluenza, e che la colpa è del calabrese/crotonese/catanzarese/cosentino/reggino/vibonese che non vota.
L’andazzo disastroso dell’astensione crescente va avanti almeno dalla caduta di Scopelliti, che è per giunta responsabile di una legge pastrocchio elettorale che di fatto penalizza i territori più piccoli, tra l’altro anche molto campanilisti. diciamoci la verità. Il credo calcistico è andato ben oltre, indice antropologico di una Calabria che dialoga contro se stessa, e la giustifica spesso e volentieri con il consueto e stupido alibi delle posizioni politiche, arrivando anche a delle scenette molto grottesche.
Già, la Calabria non ama tanto se stessa. Pardon, i calabresi non amano tanto loro stessi. Per incontrare un calabrese doc o vai in un agriturismo perduto in qualche landa perduta oppure devi andare all’estero, possibilmente paesi anglosassoni. là il calabrese lo trovi.
Qui. invece, trovi quelli di coccio.
Cittadini elettori, non offendetevi. L’astensione è presente da parecchio tempo in Calabria, con punte del 70%, come è accaduto a Crotone.
però i dirigenti di partito non s’interrogano su questo brutto fenomeno. Tanto ci siamo noi. e qua sta il problema. Se puntate su una legge elettorale che non ascolta i mugugni delle persone di tutti i giorni, che cosa vi pensate? Che basta calare dall’alto qualche emigrato di lusso e spiegarci che risolverà tutto con chissà quali misure? E giusto per rispettare la par condicio, neanche il colpo di scena mediatico a mò di Berlusconi abbia funzionato tanto.
Dal Montismo in poi (2011), la politica non è più amata. A malapena è sopportata, e queste leggi elettorali antidemocratiche che umiliano la scelta del proprio rappresentante sono una delle cause dell’allontanamento dell’elettore.
Poi in Calabria non ne parliamo, con l’emigrazione di massa che si ritrova ogni anno. Per non parlare dei cazzari, delle false promesse, delle clientele ristrette, dell’impossibilità di realizzarsi un’attività diversa. Per non parlare dell’isolazionismo imperante, susseguito da una certa ipocrisia insopportabile. Intanto il tempo passa, le cose cambiano, e siamo sempre più pochi.
Ormai la malattia c’è, ma non si dice. Guai ad affrontarla a viso aperto. Anzi, meglio ignorarla. Certo. Solo che poi con la realtà ci fai i conti. Eccome.
Guardate come è cominciata la diatribe elettorale tra Occhiuto (centrodestra) e Tridico (centrosinistra). Facciamo vedere i mega sondaggi. Poi, come per magia, questi sondaggi che davano vincente l’uno o l’altro spariscono. Poi arrivano i video recita su TIkTok (quelli dei candidati al consiglio), e al di là della retorica per l’amore per la propria terra appaiono dei chiari inviti al voto indirizzati ai calabresi esiliati per lavoro e per studio. Tutti in video. Poi per ultimo, la recita della necessità del voto, che in regime di astensione serve per affermare la propria credibilità.
Se gli indizi sono tre, allora si sa che il nemico di Occhiuto e Tridico non si chiama destra o sinistra, ma astensionismo. Non metto in mezzo il candidato Toscano perché è alla sua prima vera gara, e il suo minuscolo partito deve ancora prendere piede.
Il bello è che tutti credevano che bastasse la popolarità a riportare gli entusiasmi dietro le urne. Beh, non è così.
Sulla disaffezione elettorale e sull’astensionismo potrei scriverci un libro e anche produrre un documentario. Sono anni che lo denuncio nei miei stupidi live. Un argomento che non ha suscitato interesse neanche tra i miei amici giornalisti, che continuano a chiudersi ostinatamente nella divisione anacronistica tra fascisti e comunisti, come se questo fosse il problema principale.
La Calabria è una periferia della periferia mangiata dalla demagogia imperante. Già con lo sviluppo della comunicazione (non dei mezzi di comunicazione) linguistica si è indietro anni luce. Già vedere i video su TikTok intrisi di banalità anacronistiche stanno facendo il loro danno controproducente. Non parliamo poi dei manifesti. E non ultimo, l’impellente necessitò di affacciarsi in discussioni internazionali in un contesto regionale molto periferico hanno inquinato di fatto l’ascolto dell’elettore.
A proposito. Ci tengo a rispondere a qualche attivista troppo eccitato. Avevo scommesso che sarebbe finita con un astensionismo preoccupante, e che il voler evitare il problema rappresenta il problema stesso, che tra l’altro è solo la punta di un iceberg bello grosso.
Mi si rimprovera che non ho empatia verso i partiti attuali. Beh, faccio la distinzione tra le persone e i partiti. Soprattutto in questo decennio alla deriva dove la “Mostra delle Atrocità” di JG Ballard è di fatto una realtà acclamata.
Lunedì 6 ottobre ci sarà un verdetto- Ma non sarà un verdetto splendente.
Di sicuro sta terminando una fase storia durata un po’ troppo. L?astensionismo non è una giustificazione, ma una malattia che risponde al parassitismo politico. E la legge di un politico non creduto vale quanto un pezzo di carta igienica mentre sta per essere espulso dopo che qualcuno ha fatto i suoi bisogni.
Brutale dirlo. Ma è meglio ribadirlo. Se non altro perché almeno si potrebbe affrontare il problema per quello che è realmente: Diamocela tutta: l’elettore calabrese ha smesso di crederci. E non puoi fargliene una colpa se preferisce mollare. Pagherà il suo prezzo. Vero. Ma in mancanza di una vera protesta sentita, l’indifferenza diventa la sola risposta.
Quello che state per leggere è il frutto di una lunga conversazione tenutasi amichevolmente con una videoconferenza in lingua francese con un prof di scienze delle comunicazione e due suoi studenti ai fini della pubblicazione di un lungo studio che coinvolgerà vari testimoni che hanno vissuto i tanti cambiamenti che il web ha apportato nella società. Sapendo bene che la tesi non pubblicherà integralmente la testimonianza, allora la riporto qui tradotta in italiano. Buona lettura.
Introdurre Aurelien Facente non è cosa semplice. Abbiamo letto il suo libro blog RESPONSIBILITIES datato 2011, tra l’altro anche in maniera quasi clandestina vista la inedita costruzione dell’opera in sé, e lo abbiamo contattato perché lo consideriamo un testimone notevole per la nostra ricerca. Parlo di noi, ma in realtà io sono Jean, prof di scienze della comunicazione in Francia, e in compagnia di Elodie e Pascal, miei studenti alla fine del ciclo di studi, ho deciso di intraprendere un viaggio alla ricerca di testimoni della comunicazione ai tempi dei social e del web, persone che hanno vissuto in prima persone le mutazioni della società attraverso l’evoluzione di internet.
Con Aurelien, che ringraziamo per la sua disponibilità, abbiamo avuto una lunga conversazione. In lui abbiamo rivisto, anche se con i dovuti cambiamenti, l’antieroe di RESPONSIBILITIES, ma abbiamo anche conosciuto il vero Aurelien, un tipo poliedrico (ha un curriculum di vari mestieri), che a volte si comporta come un personaggio uscito dalle pagine di un romanzo qualsiasi di Charles Bukowski, ma con la schizofrenia di un eroe tratto dai fumetti di Grant Morrison o i romanzi di Joe Lansdale.
A Crotone, città dov’è nato, si sa tanto quanto si sa poco. Una contraddizione vera e propria. Molto presente sui social, Aurelien non è quello che appare. È altro, molto altro rispetto al fenomeno da baraccone che lui mostra di volta in volta.
Ci siamo dati appuntamento via web conferenza, e lui seduto comodamente in un angolo di un parco dentro la città, si è presentato puntuale in compagnia del suo cane selvaggio Jimbo, vestito casual e con gli occhiali scuri. I segni del tempo si vedono, ma è lui. La stessa sagoma della follia, così la definisce lui, di un libro scritto e realizzato sul web nell’ormai lontano 2011.
Si siede a terra con il cane sulle gambe, e ci dice di partire subito con la conversazione. E alla fine vuole fatto pure i complimenti…
Aurelien, non so con franchezza da dove cominciare, anche perché di cose ne hai fatte tante nella vita, e sono così tante che non si possono racchiudere in una sola professione o mestiere. Come ti racconteresti oggi?
Non esiste, scusate la mancanza di modestia, un aggettivo per uno come me. Diciamo che forse è meglio definirmi un piccolo autore che sa esprimersi con più mezzi per raccontare le proprie storie, che oggi possono presentarsi sotto forma di romanzo o essere narrate con una semplice fotografia. Se dovessimo vedere la questione dal solo punto di vista artistico, allora sono un autore che si è mosso usando tutte le evoluzioni del web, dove ormai è consolidato che devi trovarti un primo pubblico. Il problema, semmai, è mantenerlo. Mi sono trovato a fare tante cose nella vita perché mi sono trovato travolto dalla precarietà voluta dalla società europeista, ovvero nel ruolo di un lupo affamato in mezzo a tanti, troppi, cani incatenati. Pagherò fortissimo questo mio non conformismo, ma è quello che mi ha permesso di affrontare le sfide di questo tempo difficile.
Io so di non essere molto famoso a livello internazionale. Dopo la traumatica esperienza di RESPONSIBILITIES, ho cercato di vivere una vita più anonima e di combattere in parte la mia doppia celebrità a Crotone. In altre realtà sono sempre stato trattato come una persona, ma Crotone ha qualcosa di particolare nei miei riguardi. Dovrei parlare al passato, perché ormai sono tre o quattro che urlano il mio nome a vanvera. Sì, ho sofferto di estremi sulla mia persona. Non sto a fare l’elenco, ma ciò spiega in parte la mia natura poliedrica. Dovete immaginare che sin da piccolo sono stato cresciuto con un motore a diversa velocità con i miei coetanei, ma mi ha solo avvantaggiato per qualcosa. In età adulta, ho capito tantissimo di me. Soprattutto il valore del lupo affamato. Avrei voluto una vita più anonima. Lo giuro. Ma purtroppo quando ti chiami Aurelien a Crotone, non è che ne trovi tanti con il tuo nome. Oddio, sto facendo una critica ai miei genitori. La verità è che ci sono voluti parecchi anni per rendermi conto che dovevo accettare me stesso per quello che sono sempre stato. Oggi combatto i pregiudizi in un altro modo. Se dovessi definirmi realmente adesso, preferisco vedermi come un Omero giovane che sta cercando di capire come iniziare l’Iliade e come concludere l’Odissea.
Tu sei stato molto discontinuo nel tempo, ma non fraintendere il termine perché la tua discontinuità è dovuta a un fatto puramente mediatico. Ci colpisce molto che tu hai una certa padronanza dei mezzi di comunicazione, a cominciare proprio dal linguaggio dei social. Non hai enormi seguiti, ma sei uno di quelli che ha attraversato varie stagioni del web tenendo duro. Tu, come hai dimostrato in RESPONSIBILITIES, sei uno che ha sperimentato sulla propria pelle gli effetti negativi dei social. Eppure, pur avendo scritto un pezzo di storia molto attuale oggi, è come se ti andasse bene non superare una certa soglia di popolarità. Nel senso che preferisci essere minuscolo piuttosto che un gigante…
Che domanda difficile. Non so se riuscirò a dare una risposta soddisfacente e completa. Io mi sono iscritto sui social, esattamente su MySpace, alla fine del 2007. Già all’epoca li vedevo come un mezzo da usare e basta, e all’epoca furono rivoluzionari. Ma non sono la vita. Io concepisco i miei spazi social come un contenitore di ciò che faccio e basta. Ci vive il personaggio Aurelien con alcune sfaccettature, ma non la mia persona. Sono stato abile a separare i due aspetti, pur restando me stesso. Non è facile, e l’esperienza di RESPONSIBILITIES mi ha permesso di capirlo e di separare i due io tra reale e virtuale. Ci tengo a dire che i social non sono il male. Semmai è l’uso che ne fanno alcune persone, e avendone vissuto il lato malvagio so di cosa parlo. Sui social, è vero, ho conosciuto un mostro, ma è anche grazie ai social che sono riuscito in qualche modo a fermarlo, in assenza di leggi e mezzi che oggi funzionano. Perciò ci tengo sempre a dire di non imitarmi qualora vi trovaste davanti a qualcosa di brutto sui social. Andate direttamente alla polizia postale e fatevi guidare da loro. Perché quello che ho vissuto è estremamente doloroso, ed è stato molto difficile scriverci la parola fine. Mi fosse capitato oggi, di sicuro non mi sarei avventurato a scrivere un libro in tempo reale per ottenere un minimo di giustizia.
Sui social, in base alle mie esplorazioni, la maggior parte degli iscritti indossa una maschera, ed è molto probabile che non accettano la propria esistenza per quella che è in realtà. Questo fenomeno è più colpa dell’essere umano che della natura dei social stessi. Andy Warhol tra l’altro lo aveva anticipato, ma non avrebbe immaginato che la celebrità momentanea sarebbe passata attraverso uno smartphone.
I social ti aiutano a essere popolare, ma essere popolare non vuol dire essere capace, intelligente, migliore. Rischi anche di diventare un fenomeno da baraccone.
È vero però che adesso li usano una quantità abnorme di persone. E parecchia gente significa anche una grossa percentuale di stupidità. Quello che è certo è che molti individui gonfiano il proprio ego a dismisura, arrivando a credere di essere protagonisti di un film mitologico.
I social hanno scombussolato la società perché il mezzo in sé ha permesso, ed è un fatto positivo, di far vedere che ci stanno tante persone che pensano, che esistono e che scelgono. Sono tante ed è un bene. Almeno questo. Il problema è che si sono generate delle mostruosità per via del fatto che si sono sviluppate nuove forme espressive, e pensieri troppo liberi danno fastidio e molto anche. Il problema è che ci si illude, da parte del potere, di fermare questi pensieri, la cui verità è solo il più delle volte l’espressione di una sensazione del momento, che per natura non può essere definita verità. Quella, la verità, ha bisogno di tempo per essere vista come tale. Se vuoi bloccare il pensiero, dovresti spegnere le persone, non Facebook e simili.
I social, giusto per restare in tema, hanno scombussolato tre settori in maniera più irruenta, ma non li ha migliorati. Semmai è successo che sono peggiorati. Il mondo della politica in primis, parallelamente a quello dei giornali e delle tv, seguito poi a ruota dal settore finanziario, con la differenza che deve mantenere un ruolo più in sordina rispetto ai primi due per un semplice gioco delle parti. Tutti e tre, però, cullano il desiderio malsano di governare a priori sulla massa, usando proprio i social, ma nel farlo si sono dovuti esporre a dismisura, con risultati pericolosamente demenziali. La politica sui social è diventata al 90% satira spicciola.
L’informazione merita un discorso a parte. La finanza ha scoperto che non può governare tutta la massa, perché per crescere o restare tale ha bisogno della massa stessa per far circolare l’economia. Alla fine i soldi hanno valore se è la massa a usarli. Quindi oggi si trova davanti a un bivio, e proprio nel grande Occidente questo fenomeno è sfuggito di mano. Loro lo sanno, e vorrebbero spegnerlo. Ma non lo faranno mai.
Semmai, un domani, saranno costretti dagli eventi a mollare la presa e a cercare di lavorare al ritorno positivo di un sistema simil economico a quello degli anni ottanta, ovvero una società che a livello economico offriva delle opportunità e dove ognuno poteva costruirsi la sua scelta. Una società del genere rende più benestanti, e diventa perciò più semplice da gestire a livello sociale, tanto per cominciare. Un popolo che s’impoverisce si incattivisce. E non segue di sicuro i suoi leader. Dubito pure che ci credano.
Convinzioni discutibili le tue, ma con un fondo di verità inoppugnabile. Aurelien, tu sei un pioniere del web, e negli anni ti sei espresso su più ruoli, partendo dal giornalismo. Secondo te, perché politica e giornalismo ci hanno perso? E soprattutto in cosa hanno peccato?
Vuoi farmi litigare con i miei ex colleghi? Bene, andiamo per ordine. Io ho assaggiato il sapore della carta stampata. Negli anni duemila, ho imparato a scrivere rispettando il tema proposto, e andavo a cercarmi le notizie, verificandole sul posto. Nella pratica, io combattevo le idee diverse dalle mie, ma non censuravo e nemmeno condannavo le idee altrui.
Il passaggio su web ha distrutto il vero giornalismo italiano. Le tante e troppe testate hanno smesso di guardare i contenuti, e hanno preferito diventare delle grosse agenzie pubblicitarie a basso costo. I giornalisti che raccontano hanno lasciato il posto, e in tanti casi sono stati costretti, a piccoli personaggi televisivi che hanno infettato la tivù, che dopo la carta stampata ha preferito regredire piuttosto che migliorarsi. Allo stesso tempo, molte penne hanno dovuto ridimensionare i loro stipendi, perdendoci in tutto.
La qualità della notizia si è riabbassata a favore della propaganda politica pseudosocialdemocratica, diventando così il programma di varietà di bassa lega principale, con personaggi compiacenti che si spacciano per giornalisti.
La politica ha pensato bene di conquistare il web, addestrando macchiette e cialtroni a fare gli influencer. Ha funzionato bene per un po’, ma poi è arrivata la Polmonite 19, seguita dall’Ucraina e dai terribili conflitti in Medioriente. Lì hanno perso la rotta, e il pubblico ha cominciato a distinguere la cialtroneria.
Sto vivendo le elezioni regionali in Calabria. Basta vedere l’evoluzione dell’impatto su Giuseppe Conte ad esempio. Nel 2021 guai a scrivere contro di lui. Nel 2025 qualcosa è cambiato: tolti i tifosi, oggi si attira un sacco di critiche, alcune anche parecchio accese. Succede a lui, come anche agli altri attori di questa generazione politica. La gente li vede e li percepisce per quello che si sono rivelati essere, ovvero soggetti che non si fanno scrupoli a manipolare e a mentire. A questo si aggiunge un evidente peggioramento economico generale. E il distacco è fatto. Aumenta l’astensionismo perché la gente non crede ai cialtroni. Li definisco tali perché non hanno visioni politiche a lungo termine. Per non parlare poi del peggioramento culturale.
Oggi si è realizzata di fatto la figura del politico europeo descritta da Michel Houellebecq, che nel 1996 aveva denunciato tale dimensione dopo la firma dei trattati di Maastricht nel 1992.
Il web oggi vive una doppia natura, ma mi limiterò a dire che gli influencer sono un fenomeno destinato a essere passeggero, mentre chi realizzerà contenuti più veri è destinato a durare di più. Succederà anche con questa generazione politica che gioca a ping pong con sé stessa, visto che con la gente sarà sempre più difficile rapportarsi. In fondo non hanno capito che la gente di tutti i giorni è il loro cliente principale al quale devono dare un ritorno all’investimento democratico, oggi sull’orlo del fallimento. Saranno spazzati via perché la gente vuole vivere e basta, e francamente è stufa di sentire scuse in un contesto economico sempre più compresso. È un dramma per la democrazia, che esiste solo se le persone credono in un sistema di potere che rispetta proprio le persone stesse in primis. Oggi i politici nazionali ed europeisti perseguitano l’immaginario delle persone con storielle sempre più isteriche. Finirà male perché quando il potere prende in giro e si approfitta delle persone, queste ultime smettono di crederci e si innesca in loro una reazione che non sto a descrivervi. Gli europeisti escono sconfitti perché la gente non li considera credibili nel voto.
La scusa del sacrificio è una balla del sistema pseudosocialista, e un consenso reale che si abbassa di volta in volta si traduce in una lenta e costante perdita di credibilità internazionale, fenomeno che ormai è sotto gli occhi di tanti.
Puoi essere piccolo e povero, ma se sei credibile il re e la regina ti ascolteranno sempre. E così a ruota il popolo, almeno quello razionale.
Perché, secondo la tua esperienza, questo degrado non viene ammesso? E perché non viene raccontato come si deve? Ci siamo più limitati che evoluti?
Chi ambisce al potere crede di non sbagliare mai. Chi lo possiede si illude di essere sempre nel giusto. In Italia il discorso è molto antropologico. Dal defenestramento di Silvio Berlusconi nel 2010, e con l’avvento di Mario Monti e di un susseguirsi di primi ministri più teatranti che veri e propri politici di razza, ci siamo trovati infilati in una specie di automobile in perenne accelerazione per portarci chissà dove, seguita poi da un’eccessiva spersonalizzazione dell’identità politica a favore di Yes Men e Yes Women abbastanza privilegiati, ma con il grave difetto di non corrispondere utile al Paese rispetto all’investimento del voto. Mentre il loro portafogli è rassicurato, il Paese ha cominciato a spaccarsi di più invece di rafforzarsi, il tutto scambiato con qualche pezza.
Ci siamo così ritrovati una politica piaciona, sempre più macchietta e sempre più ignorantona, oltre che più istericamente europeista, il che è più un male che un bene.
La prima violenta battuta d’arresto è stata la Polmonite 19. Al di là della tragedia, la gente si è ritrovata confinata dentro casa a sorbirsi ore e ore di dannosi talk show sempre sullo stesso argomento e con propagande maccartiste. A me è sembrato di vivere esattamente il romanzo distopico di Charles Eric Maine intitolato IL GRANDE CONTAGIO, dove ad un certo punto ci vedo scritto proprio i dpcm del governo Conte, targato PD e CinqueStelle. Se si va avanti nella lettura del suddetto romanzo, si presenta anche lo scontro tra vaccinati e guariti, solo che nel mondo occidentale hanno voluto aggiungere la categoria dei No Vax, guarda caso.
Tale schema comunicativo è proseguito con la guerra tra Ucraina e Russia, e proseguito dai sanguinosi conflitti in Medioriente. Sempre lo stesso schema, con la conclusione che abbiamo capito che la UE è solo un pretesto politico assurdo e molto lontano dalle reali esigenze delle persone. La conseguenza è che molti di noi abbiamo smesso di crederci, e gli idioti pseudosocialisti della UE continuano imperterriti a fare gli idioti, senza mai farsi una domanda scomoda. Un politico che non nutre il dubbio è un politico che sarà sempre destinato a fallire, oltre che a farsi odiare.
Sarebbe ora di smettere di frignare e cominciare a fare molti passi indietro, che alla luce dei fatti non risuonerebbe proprio come una sconfitta, perché sarebbe visto come un atto di coraggio e di saggezza, seppur tardivo. Non accadrà purtroppo, ma il potere consuma molto i presuntuosi. Ci troviamo ora in una impasse particolare perché mai vissuta, in effetti. Per quindici anni almeno, è stata portata avanti una visione di soggetti che hanno smesso di ascoltare e di dialogare con la società di tutti i giorni, ovvero noi., e ora i loro castelli di carte stanno miseramente crollando perché sono impregnati di menzogne continue, che con tragicità si riflettono sulle poche e brave persone che vorrebbero tentare, ma che non sono promosse per via di un voluto impoverimento valoriale, visto che loro i valori li calpestano usando l’argomento come un alibi, quando si sa che è una manipolazione delle masse.
Ci troviamo in una giungla, ma nella giungla non conta solo il potere, ma il più astuto, ovvero il più abile e intelligente nel senso pragmatico. Quando Tarzan si presenterà, le scimmie smetteranno di urlare.
Tale processo è complicato perché adesso viviamo in una Idiocracy vera e propria. Ci sono molti idioti con sfoggio di laurea che credono di essere intelligenti, e lo mostrano bene con uno sbraitare continuo e inutile, con l’effetto di essere dei veri e propri ciarlatani. Se la massa smette di ascoltarti, smette di crederci, anche se ha idee opposte. Io sono cresciuto con mio padre segretario di partito in un’epoca dove i diversi poli partitici dialogavano. Non erano perfetti, ma non facevano cabaret,
Una democrazia vera si nutre anche degli sbagli delle persone, e deve permettere loro di capire da soli dove sta lo sbaglio. In un’idiocrazia questo non avviene. L’Italia è una piccola idiocrazia per adesso, ma ce la caveremo perché quando ci renderemo conto del potenziale del nostro DNA millenario allora risaliremo la china.
In altri paesi europeisti non avverrà questo fenomeno tragicamente. Questa generazione idiocratica ha fatto il passo più lungo della gamba, e sarà costretta a farsi da parte, con un primo periodo però molto duro.
Un dato è acclarato. Questa generazione politica ha abusato largamente del proprio potere. E sottolineo il termine “generazione”, da separare dai concetti della destra e della sinistra classica. I valori opposti di tal compagini sono stati usati come una maschera manipolatoria.
In un contesto serio e più pronto politicamente, non avremmo in tivù le Ronzulli, le Picerno, i Renzi, e tutta la restanza di oggi. Negli anni 70’ il parlamento era frequentato da personalità come Sciascia, giusto per fare un nome bipartisan culturale. Ora abbiamo delle bruschette arrostite che si accusano l’un l’altro, e la cosa peggiore è che non hanno proprio rispetto del loro stesso elettorato, ovvero quello che vorrebbe tornare a votare.
Discorso amplio sul quale riflettere, ma ora parliamo di te, Aurelien. Tu sei nato a Crotone, ci hai vissuto, e come Moebius hai vissuto un doppio io. Chi ha letto l’autobiografia di Jean Giraud, ne conosce il concetto. Tu, pur non essendo Gir o Moebius, in qualche modo gli assomigli. Però con moltissime differenze, sia chiaro. Questo tuo doppio io si è manifestato sul web, e pur non essendo un influencer super seguito… Rifacciamo la domanda: quanto questo tuo doppio io ti è stato utile?
Beh, vi ringrazio di avermi accostato al maestro Jean Giraud, ma la mia storia è totalmente diversa dalla sua. Io sono un doppio io sin dalla nascita, e non per scelta artistica. La mia arte, che possa essere fotografia o scrittura, è passata dal processo del doppio io, ma è sui social che si è sviluppata meglio, almeno per me. Non dico di essere perfetto, ma ho avuto le mie soddisfazioni.
Vedete, io ne ho approfittato per giocare moltissimi su tale concetto. Quando decisi di realizzare RESPONSIBILITIES, ho dovuto spogliare me stesso di tutto, diventando personaggio di romanzo da una parte e autore di reportage dall’altro lato. Il doppio io mi ha salvato e mi ha condannato. In RESPONSIBIITIES racconto della morte del mio amore e di ciò che ha comportato cacciare un mostro subito dopo. Di tale traumatica esperienza ne ho fatto un lavoro, arrivando a vivere un’altra storia anch’essa traumatica, seppur molto diversa per via del fatto che stavolta sapevo dove andare a parare. Ero più maturo. Tutto qua.
Il doppio io mi ha protetto nel processo di ricostruzione.
Sul web, confesso di essere più personaggio. Mi vanto della mia antipatia che mi concede un’allure di libertà. Su Facebook ho notato che tanti miei concittadini amano farsi vedere e ammirare in una vita che non è totalmente vera. Alcuni si realizzano delle vite parallele inesistenti. Ma non perdo tempo a giudicarli. Ognuno è padrone del proprio percorso. Io sono diverso da buona parte di tantissime persone perché io ho oltrepassato dei confini. Ho dovuto uccidere il mio cuore per mettere a fuoco le decisioni difficili da assumere. Non mi pento di quello che ho fatto perché la giustizia ha fatto il suo corso, e per fortuna non ci sono stati morti nel percorso che ho intrapreso. Però so di essere andato oltre, e questo ha compromesso vari rapporti.
Inevitabile, ma almeno non è ipocrita. Ho un rapporto abbastanza controverso con la città di Crotone. La vivo fino in fondo, talmente dentro che preferisco non mostrarla più di tanto. Alcuni insinuano che non amo la mia città, ma è fotografando Crotone che ho rimesso in gioco me stesso partecipando a vari contest fotografici di caratura mondiale, vincendone qualcuno tra l’altro.
Ho in progetto di regalarmi un’esposizione di alcuni miei lavori fotografici, sperando di regalare alla mia città una serie di scatti per far vedere ai miei concittadini dei colori che molto probabilmente non hanno mai visto.
Il mio doppio io è servito soprattutto a cercare la bellezza nascosta dei luoghi dove ho vissuto una parte della mia vita. Ma ripeto. Io vivo una Crotone così perché ho un modo diverso di vedere la vita.
Parliamo di arte e di web. Tu hai realizzato piccoli videoclip, hai scritto racconti sui primi siti e-book prima di Amazon, hai vinto contest fotografici in posti sperduti. Hai vissuto tante esperienze interattive, e anche se non adeguatamente pubblicizzate, è innegabile che determinate opportunità le hai vissute. Oggi l’artista senza il web non sarebbe artista? Sei d’accordo?
Più no che sì. Se parliamo di un’entrata in mercato, il web è necessario, ma il contenuto va saputo costruire. Il web ti rende celebre solo per il pubblico del web. Che è molto diverso da quello televisivo o cinematografico o dei bar. Un artista oggi deve essere più elastico nell’apprendere i mezzi tecnologici, ma non vuol dire che appena entri nei social lo traduci in fama e soldi. Anche un idiota può essere famoso, forse più dell’artista stesso. Uno bravo riuscirà sempre a farsi notare e a farsi valere. In Italia purtroppo c’è una cultura canonizzata e molto politicizzata. Nonostante la possibilità di mezzi che si è allargata, continuiamo imperterriti a sfornare storie che devono essere simpatiche politicamente parlando. Questo ha messo in crisi il nostro cinema. I piccoli autori però li vedi sul web, nelle piattaforme. Devo ammettere che sono molto contento di vedere dei registi horror che fanno lavori ben superiori a quelli americani nel costruire la storia. Tutto dipende da come usi il mezzo alla fine dei conti. In Italia l’avvento del web ha creato più crisi però, e molto è dovuto al fatto che crediamo di essere una cultura superiore senza avere studiato granché, e senza nemmeno confrontarsi sul campo più di tanto. Il cinema italiano ha una grande storia perché Mastroianni e Fellini si confrontavano, perché Pasolini parlava con Totò, perché Dino De Laurentis cercava prima una storia e poi il regista e gli attori. Oggi l’arte italiana, in generale, persegue una moda fasulla per compiacere il potere. L’arte vera non ha l’obiettivo di piacere e di essere asservita alla politica. Basta prendere a esempio le guarattelle napoletane. Ho avuto l’onore di conoscere e fotografare il grande artista Gaspare Nasuto che, purtroppo, non è più fra noi. Un burattinaio di grandissimo talento che ha saputo modernizzare il Pulcinella napoletano, avendo il coraggio di prendere con sé la maschera e raccontandola per quella che era. Ha dato tanto al teatro dei burattini e ha girato tantissimo. Non ha avuto bisogno del web per essere famoso, perché è stato il suo lavoro a parlare per lui. Un artista vero prende in prestito gli spazi e si mette a raccontare la sua arte con i suoi mezzi. Il web è solo una formalità. Poi possiamo anche parlare delle tecnologie di ultima generazione, ma non è la migliore tecnologia a rendere un film memorabile. No, il film ha anche altro.
Io ho usato il web per me stesso. Lo ammetto. Ma non è che mi ha reso l’artista più importante del mondo. Mi ha aiutato a sviluppare una personalità di sicuro. Mi ha messo a confronto con veri fotografi. Ma poi non è che ci ho ricavato chissà che cosa. Ormai se punti solo sul web, rischi solo di essere una meteora cui basta un click per sparire.
Possiamo farti una domanda più intima. Sei sereno? Sei innamorato? Che cosa ci puoi raccontare del tuo privato? Non troppo nei particolari, però. Perché tu in passato hai sovraesposto te stesso a discapito del tuo privato. Quindi, dopo quello che hai vissuto, hai avuto una seconda chance?
Ho una mia serenità. Ho affrontato una brutta malattia uscendone di recente e mi sono convinto a vivere un nuovo ciclo. Per quanto riguarda l’amore, ci sono voluti anni per ritornare a provare qualcosa. Ora la provo, ma la tengo per me. Preferisco starne un pochino lontano. Perché per adesso voglio vederla crescere, anche in qualche errore. Per me è già tanto che non mi sono arreso al trauma, perciò mi accontento. Non riesco a essere geloso e nemmeno possessivo. Ho serie difficoltà a pronunciare i miei sentimenti. Quello che ho vissuto dentro non lo auguro nemmeno ai miei nemici. Preferisco gioire in silenzio con una porta socchiusa. So che si tratta di una visione abbastanza romanticona, ma se vuoi dimostrare oggi il tuo amore devi anche essere pronto a vivere questo silenzio. L’amore vero gioca con il tempo per crescere. Pero, questa resta una mia visione, frutto di quel che ho vissuto. Io non sono perfetto. Lungi da me pensarlo pure. Io ho commesso azioni che mi hanno portato a oltrepassare dei confini che non potranno mai definirsi etici.
Comunque sono felice di una cosa: che non ho perso la facoltà di amare. Per alcuni anni, quel vuoto mi ha torturato. Ma è anche grazie a quel vuoto che ho capito la responsabilità dell’amore. Alla fine il Cacciatore di Fake (nb: in corso di pubblicazione su un sito wordpress) è il racconto di questa riscoperta.
Tra poco si consumeranno le elezioni regionali in Calabria. Mentre l’Europa non è compiuta di fatto, in Calabria si vota… Insomma, abbiamo notato che a differenza del passato tu non ti sei voluto esporre come facevi prima con tante dirette Facebook per raccontare il gioco elettorale giorno per giorno.
Non credo che essere presente in video possa cambiare l’esito elettorale, poiché sarà terribilmente condizionato da un astensionismo imponente. L’inizio della campagna elettorale l’ho trovato grottesco e scontato. Il gioco mediatico con relativi sondaggi non influenzerà più di tanto il verdetto finale di un ente che in alcune zone della Calabria è recepito come qualcosa di lontano. Certo è che i due principali contendenti, con un terzo incomodo che forse nemmeno raggiungerà il quorum, partono entrambi azzoppati, più che altro perché le rispettive coalizioni soffrono di demagogia acuta, eccesso di protagonismo e una comunicazione presuntuosa. Sono divertenti gli spot su Tik Tok.
L’elettore è oggi più esigente, e a ragione tra l’altro.
La Calabria è una regione che si è evirata con una legge elettorale che esclude i piccoli territori provinciali a vantaggio di quelli grandi. Crotone non ha avuto rappresentanti nella maggioranza, ma neanche all’opposizione. Il rappresentante eletto nelle fila dei Cinquestelle nel passato consiglio non so a cosa sia servito esattamente. Addirittura si ripresenta nella coalizione del nemico.
Mi rendo conto che questa percezione di lontananza abbia contribuito a complicare il rapporto con gli elettori. Questo è dovuto a una riforma idiota che ha depotenziato i territori provinciali. Per cosa poi?
Non giudico in questa conversazione i tanti candidati al consiglio regionale. Per loro già praticare questo percorso elettorale sarà una via crucis impregnata di cabaret, tanto per ripetermi. Detto con franchezza, preferisco fare da spettatore, e poi magari rivendicare qualcosa.
Purtroppo le dirigenze dei partiti non si rendono conto dell’antropologia del posto dove dicono di operare, e hanno la grave colpa di non aver provato a fermare l’emorragia astensionista. Non hanno mai voluto discuterla, e nemmeno capirla. Ciò renderà il risultato molto incerto, un risultato che purtroppo sarà viziato anche da alcuni cliché come la criminalità che esiste, in realtà molto bipartisan. Altro che destra o sinistra.
Non parlo poi delle sfide proposte, che poi sono molto influenzate dalle decisioni che si prenderanno a Roma e a Bruxelles.
Vi dirò che preferirei una campagna elettorale più realistica e molto meno fantasiosa. I calabresi sono un insieme di popolazioni ricche di contraddizioni, ma vogliono vivere in pace e sfruttare al meglio le proprie risorse. Non perdonano il presente, che purtroppo è figlio di gravi mancanze da parte delle dirigenze partitiche. Il calabrese oggi è molto diffidente. E mica glielo puoi rimproverare, soprattutto dopo quello che gli hanno fatto perdere.
Quale ricetta proporresti per combattere questo astensionismo, che poi è una malattia diffusa anche in altre parti d’Europa. Alle ultime elezioni europee, se ricordi, buona metà dell’elettorato ha disertato l’appuntamento del voto. Tu hai toccato questo tema con una celebre intervista curata da te con un ex consigliere regionale, il quale aveva pure descritto il problema.
Beh, è semplice. La montata di astensionismo ha portato la nostra politica a non essere credibile sul piano internazionale. Poi il discorso si fa subito complesso. Ripartiamo dall’inizio della nostra conversazione. C’è da risalire a un’intervista fatta a Michel Houellebecq datata 1996 pubblicata su Humanité, una rivista francese. In poche parole spiega il degrado portato avanti dalla firma di Maastricht. La posizione del discusso scrittore francese la condivido appieno, perché il degrado politico locale raccontato in quella stessa intervista è diventato realtà di tutti i giorni.
Il centrodestra berlusconiano si macchiò della legge elettorale denominata porcellum, una legge di cacca che rese mercenari i parlamentari più di prima. I governi non berlusconiani peggiorarono il porcellum con l’avvento del rosatellum. Si nominano i candidati dall’alto, e il più delle volte sono soggetti di cui l’elettore locale non sa una beata cippa, tranne che prenderà una bella paga.
Le elezioni regionali, di conseguenza, vivono lo stesso meccanismo. Perché l’attuale legge elettorale calabrese è quanto di più lontano si potesse immaginare. Certo, magari qui i candidati vengono scelti meglio. Ma è la circoscrizione che è troppo grossa, e Crotone rischia di non avere nessun rappresentante consigliere. A livello nazionale meglio stendere un velo pietoso.
L’elettore è come un lettore di romanzi. Ha bisogno di identificarsi in una presenza vera, non in un qualcosa di simpatico calato dall’alto. Un elettore, quando vota, investe su qualcuno che gli possa migliorare l’esistenza, non che gli faccia la morale da quattro soldi urlando in qualche stralunato talk show.
Oggi gran parte dei politici crede di essere utile e necessaria, addirittura adottando linguaggi isterici. A volte, quando vedo qualche talk show, sembra di stare in una classe piena di mocciosi capricciosi.
A livello locale, qualche soluzione la proporrei, ma è meglio di no. Aspetto l’elezione del Presidente della Regione prima di parlare di questi suggerimenti. Ora preferisco vedere i caproni scatenarsi tra i colli crotonesi, convinti che i loro santini su Facebook determinino la volontà generale dei cittadini a recarsi alle urne.
Il mio doppio io mi dice che avrebbero fatto meglio a discutere della malattia e di farlo con i cittadini, a costo di prendersi anche delle offese.
Per la mia misera esperienza, io so che una buona campagna elettorale va costruita ben prima degli accordi di coalizione e dei manifesti, e deve essere fatto dialogando con un corpo elettorale che deve essere costruito con sentimento di partecipazione e di squadra. Io saprei come fare, ma non lo dico. Ripeto che preferisco vedere i caproni scatenarsi tra i colli crotonesi, e quando scenderanno a valle saranno costretti a chiudersi nel recinto della loro presunzione.
Premetto però che qualche personalità capace esiste, ma la strada per la reggia di Catanzaro è di fatto una via crucis.
Aurelien, sappiamo che non parli dei tuoi progetti in essere, anche perché vieni da un paio di anni pesanti per quanto riguarda la tua salute, perciò alcune priorità sono giocoforza cambiate. Ti ringraziamo per questa bella chiacchierata. Non siamo d’accordo su alcune visioni, ma tu hai testimoniato la tua realtà ed è normale che tu abbia un tuo pensiero formato. Però una domanda finale te la vogliamo porre: perché i tuoi social hanno pochi follower rispetto ad altre realtà, ma i numeri, che non pubblicizzi quasi mai, dicono che hai dei seguiti?
Io non sono sui social per prendermi i like. Certo, ho realizzato vari contenuti. Ma i like non li cerco. Non sul mio personaggio. Io ho un brutto difetto per la società: sono un tipo che possiede un talento che dà fastidio a molti, ovvero quello di stare attento ai dettagli. A Crotone il mio rapporto con i concittadini non è stato buono per una fetta grossa della mia vita. Molti pensavano di avere a che fare con un passatempo. Ora, per tanti di loro, i ruoli si sono semplicemente ribaltati. E questo infastidisce parecchio. Me ne rendo conto. Perciò preferisco continuare per la mia strada da lupo affamato. La verità è che non ho da dimostrare nulla, se non essere degno del nome che porto. Qui a Crotone più di qualcuno mi dice che sono sprecato, ma è vivendo a fondo questa realtà periferica che ho imparato, ad esempio, a combattere il mostro. Ho usato i social per riabilitare un’immagine difettosa per l’immaginario collettivo. Ci sono in parte riuscito, sapendo bene che non piacerò mai a tutti. Ammetto di aver patito tantissimo, ma almeno ci provo a rialzarmi. E ora che ho preso a calci il mio male, ho deciso appunto di ripartire da zero per provare ad andare là dove nessun individuo è mai arrivato. Grazie per questa bella conversazione. E spero che questa mia minuscola testimonianza vi sia servita. Grazie davvero.
Intervista in videoconferenza rilasciata il 7 settembre 2025.