Grazie a Marjane Satrapi, ho capito quanto noi siamo ignoranti…

Mi ha molto rattristato sapere della morte di Marjane Satrapi. Ho un ricordo indelebile della lettura del suo libro più famoso, Persepolis, scritto e disegnato con molta energia. Mi sorprese leggerlo, e soprattutto amarlo. Scrittura potente e poetica, con disegni semplici ma molto espressivi. Persepolis non era soltanto un lungo racconto autobiografico o una denuncia politica, ma era anche la storia di un popolo e del suo rapporto con il mondo.

Qualche tempo dopo, vidi il film tratto dall’opera, sempre realizzato dalla Marjane Satrapi. Un film che semplifica, ma che mantiene intatto il messaggio dell’autrice. Un film che andrebbe trasmesso al posto di tante inutili trasmissioni europee quando parlano del rapporto tra europei e musulmani.

Ho letto anche le altre opere, belle per carità, ma mai potenti quanto Persepolis stessa. Sono opere diverse, e per forza non risentono della stessa dimensione. Sono semplici graphic novel che hanno il dono di farci ancora comprendere meglio lo spirito romantico della Satrapi.

Marjane Satrapi sapeva benissimo che non avrebbe mai più potuto realizzare un’altra Persepolis, ma il suo nome nella storia della cultura europea e mondiale ci resterà eccome.

Ho letto più di una volta Persepolis. Mi ha fatto capire una lezione importante. In questa lunga camminata della crescita di una bambina che diventa donna, divisa tra due mondi (quello europeo e quello iraniano), mi sono reso conto della tanta presunzione che c’è in giro nel volerci credere superiori per forza, e di come l’Europa sia un insieme di paesi ipocriti.

Sì. perché la Satrapi, nei pochi interventi televisivi (mai trasmessi in Italia), è sempre riuscita a mettere sotto scacco la presunzione culturale di eminenti politici che parlavano di come fronteggiare l’Islam ideologizzato.

Sinceramente ammiro la Satrapi, e ho versato qualche lacrima sapendo anche il perchè del suo decesso. In qualche modo, il finale che ci saremmo aspettati da un’Artista quale Marjane. Affine alla sua enorme sensibilità e al suo voler essere donna libera di decidere il suo destino.

Ho ripreso in mano l’edizione più economica del suo libro (possiedo anche un paio di copie più pregiate), e tavola dopo tavola ho ripreso una nuova lettura di Persepolis, chiedendomi perché nessuno dei grandi progressisti italiani abbia mai citato il lavoro importante della Satrapi in argomenti che oggi sono attualissimi.

E quando vedo questo spettacolo penoso in tivù, mi rendo conto di quanto sia importante avere una copia di Persepolis in biblioteca. Vorrei far notare che solo gli ambienti culturali hanno dato notizia del decesso di Marjane Satrapi, mentre quelli poiitici fanno forse bene a tenersene alla larga, in primo luogo perché non hanno mai letto il libro o visto il film. Tenendo conto anche delle altre, ahimé, poche opere in circolazione.

Marjane Satrapi merita di essere ricordata come un’Artista monumentale, perché la sua vita è stata un’impresa vera, reale, al di là di ogni ideologia politica presente e passata, accettando di essere donna e iraniana in un corpo unico, dandoci una lezione di indipendenza come pochi.

Oggi verso lacrime, ma domani ancora di più mi renderò conto che la sua testimonianza artistica è più vera di qualsiasi altra propaganda europea. Quando altri se ne renderanno conto, allora forse potremmo cominciarci a parlare con franchezza di determinati argomenti.

La Satrapi non era ipocrita. Ed è per questo che la sua mancanza non sarà considerata dai propagandisti di un mondo progressista che in realtà non lo è per niente.

La politica francese Sandrine Rousseau ebbe una discussione televisiva con la Satrapi a proposito degli usi e costumi tra due culture diversissime fra loro. La Rousseau fece la figura reale della politica supponente e ignorante.

La Satrapi in quel caso dimostrò come l’arte possa battere la presunzione di una politica che si finge progressista solo per pulirsi la coscienza in maniera ipocrita per mantenersi una platea di voti che non cambieranno mai le sorti di un popolo qualsiasi.

Persepolis continuerà a restate nelle biblioteche. mentre i politici come la Rousseau vanno e vengono. Sì, perché le menzogne spariscono nel nulla quando hanno smesso di urlare.

Ora vi lascio, Stasera voglio ridere, piangere ed emozionarmi con i disegni di Marjane Satrapi. E credo che sia giunta di regalare qualche suo libro a qualche mia conoscenza di sinistra. Sì, perché oggi più che mai Persepolis combatte perfettamente tutta questa vuota presunzione.

Aurélien Facente, 4 giugno 2026

Scrivere di Crotone e provare a descriverla nel bene e nel male…

Oggi voglio fare un articolo personale, far vedere alcuni scatti della mia città, del mio luogo, delle mie ispirazioni, del me stesso e basta.

Sarò chiaro su una cosa: un tipo come me a Crotone non piace. Addirittura viene definito “sprecato” o “negativo”.

In passato, queste parole mi facevano molto male. Quando sei ragazzo, desideri di far parte di un gruppo, e sono tanti i gruppi che mi hanno escluso o fatto peggio. Per vari motivi, quale anche un’assenza di un certo mondo adulto, anch’io finii nella spirale dell’odio verso Crotone, o meglio verso i crotonesi. Sbagliando, ma la rabbia accompagnata all’impotenza ti rendono cieco dal dolore.

Questo è un misero riassunto, sia chiaro. La mia storia d’amore con Crotone è fatta di alti e bassi, ma almeno ho voluto viverla fino in fondo,. C’è stato anche un periodo dove sono fuggito (e forse avrei fatto bene a restarmene fuori, mi direbbero alcuni), ma sono tornato per darmi una seconda chance.

Sì, perché alla fine non era Crotone quella che odiavo, Ma i vizi di tante, troppe, persone che mi avevano calpestato e sputato in testa, non tenendo conto che forse avevo da giovane una sensibilità abbastanza spiccata, Questione di linguaggi diversi, e francamente poi non avevo il tempo di consumare chissà quali vendette, tra l’altro ben considerate in un luogo dove il linguaggio è volutamente forte.

Crotone, nel bene e nel male, mi ha reso ciò che sono, e quello che ho ottenuto non ho mai voluto pubblicizzarlo a dovere. Anche perché di gloria mica si campa. Ho preferito rispondere con la filosofia azzardata di mio padre. Preoccuparsi a fare la differenza e basta,E questo mi è servito soprattutto negli anni dove ho voluto vivere un po’ più in ombra del solito, perché come figlio dovevo accompagnare mio padre nella convivenza del suo dolore e nella serenità della morte in seguito, con tutto quel che ne consegue.

A Crotone è comodo dimenticare e far finta di niente.

Lo dico in maniera generale, ma è la sola spiegazione che mi concedo di questa eterno luogo che si mostra come una bella donna da lontano, ma che nei suoi particolari è molto struccata. Certo, perché è più comodo dimenticare e fregarsene, e non darsi quasi mai una responsabilità.

Negli ultimi anni, ho notato quanto vivere Crotone sia diventato come vivere l’eterno giorno della marmotta, ovvero un giorno sempre uguale senza preoccuparsi del dettaglio e del domani. Dare scarsa attenzione al tempo, e meravigliarsi delle piccole cose come se capitassero solo oggi.

Parlo difficile adesso. Più che altro per deformazione fotografica, altra mia grande passione. Quella passione che dimostra da sola quanto io ci tenga all’anima di questa città bistrattata nel meridione italiana, fatta di personaggi unici ma molto contraddittori nel loro essere.

Mentre scrivo queste parole, ascolto Bad degli U2, e non credo che molti mi capiranno mentre scrivo questo passaggio. In realtà volevo farvi vedere alcuni scatti durante le mie parole, farvi vedere quello che vedono i miei occhi, quelli che sono gli attimi di un posto che tutti vedono, ma che molti non colgono. Non che sia il migliore fotografo al mondo. Ma sto rivedendo questi scatti, sapendo bene che quando ero presente in quei luoghi, in quegli attimi, il mio sguardo si posava su tante piccole storie che volevano far vedere Crotone per come la io amavo.

E quando mi mettevo a cercare quei tanti momenti, ero solo. Maledettamente solo. Ma tremendamente fortunato. Perché certi colori riuscivo solo io a vederli e a godermeli.

C’è una parte di me che scrive. L’ho fatto ogni giorno, in gran segreto su tante cose. Perché io volevo scrivere sin dalle scuole medie. La vita, però, mi ha portato a giocare diversi ruoli. Ho fatto il giornalista, il fotografo, il videomaker, e nel tempo ho imparato a fare anche qualche altro lavoro. Per imparare l’arte e metterla da parte. In verità, odiavo quest’espressione perché non ne capivo minimanente il significato. Oggi, invece, la capisco molto bene, Per via dell’insegnamento del fare la differenza al momento opportuno.

Perché io ho la volontà di non dimenticare, o meglio l’amore del non scordarmi.

Sì, perché per ricostruire l’anima di un luogo, non puoi permetterti di dimenticare. E se lo fai, vuol dire che ti nascondi dietro la maschera dell’ipocrisia, dell’occasione facile, della superficialità, Chi si trova in queste condizioni, tende poi a detestare il prossimo. Perché è cieco del proprio vizio dell’apparire.

Si ama Crotone, ma tra crotonesi ci si detesta.

Non l’ho detto io, ma tante storie del passato e del presente.

Ora è giunto il momento di aprire una nuova sequenza della mia vita artistica, professionale, fotografica, narrativa. Ho detto che avrei parlato di me. Ma più che altro del mio rapporto con Crotone.

Ho ripreso in mano tanto materiale che avevo memorizzato tra quaderni, file word, e qualche blog. Ora ho tanta voglia di raccontare tante storie di Crotone, vere o poco bugiarde. Voglio dare una mano a Crotone, a tutti quelli che mi dicono di scrivere e di provare a far leggere queste tante storie in un contesto dove la lettura non è che sia l’hobby principale.

Questo non significa non provarci. In questo momento storico, la comunità non solo è mutata, ma si è anche molto divisa.

Ho riletto tanto di quello che ho scritto. E comprendo soprattutto chi di Crotone non ha voluto più saperne, anche se poi il richiamo della madre è sempre forte, e alla fine ci torna a Crotone, magari riandandosene di nuovo con l’amaro in bocca.

Penso a tutte queste persone lontane che amano Crotone. Eccome se la amano, solo che non vedono radicali cambiamenti. Può cambiare un quartiere, una strada, una piazza. Ma la desolazione che si porta dietro la sufficienza non cambia. Sì, perché molti ritornanti che amano Crotone si accorgono di quella desolazione di cui si è tinta la città, nascondendo il proprio male come la polvere dentro al tappeto.

Progetto ambizioso e proibitivo quello di rispolverare tante storie che si stanno dimenticando? Non credo, visto che alcune sono già state scritte. E perciò perché non pubblicarle come un semplice regalo da poter condividere con chi ha bisogno di ritrovare quello spirito di comunità che si è abbastanza perduto negli ultimi anni, anche se poi ipocritamente ci diciamo che non è vero.

Perciò adesso preferisco uscire da questo loop ipocrita, e provare a dirse che a Crotone ci sono tante storie che adesso vale la pena raccontare, che siano buone o cattive. Già, perché senza di esse io non sarei cresciuto come essere umano, e senza di esse non ci sarebbe un’identità.

A presto.

Testo e fotografie di Aurelien Facente, 3 aprile 2026

Ho amato tanto le tue storie, caro Sam Kieth…

Ho avuto bisogno di qualche giorno per accettare che Sam non potrà più realizzare belle storie per noi lettori. Già, perché il grande Sam Kieth non è più tra noi.

Un colpo durissimo. Io sono un fan di Sam Kieth, e spero che qualcuno possa pubblicare di nuovo tutti i suoi piccoli capolavori.

Mi ricordo la prima volta che vidi i suoi primi fumetti Marvel. Aveva prestato le matite per Wolverine in una saga di dieci puntate per l’antologico Marvel Comics Presents. ma per capire la sua importanza ho dovuto accorgermi che aveva co-creato graficamente il personaggio di Sandman della Vertigo, l’opera più importante dello scrittore Neil Gaiman. Beh, fu proprio in quei primi numeri che capii di che pasta era fatto.

Sam Kieth non era un artista molto richiesto in Italia, o almeno era uno di quelli che ti dovevi andare a cercare a dire il vero. Disegnava poche opere all’anno. Aveva uno stile molto particolare. Per certi versi era possente come Bernie Wrightson per la sua capacità di saper disegnare i mostri, ma era anche figlio in qualche modo dello stile di Richard Corben. Ma trattasi di influenze e basta.

A dire il vero, Sam Kieth era qualcosa di più. All’inizio ci sorridevi per via dello stile non proprio adatto al mondo dei supereroi, ma dopo aver creato The Maxx, che colpevolmente è stato bistrattato in Italia, con un’edizione sempre interrotta e mai portata a termine, per non parlare del materiale inedito .

Poi arriva Batman ad aggiustare tutto.

Pensavo di averla persa, ma poi l’ho ritrovata.

C’è una storia che spiega bene perché Sam Kieth è stato un grande artista completo. La miniserie “Secrets” con Batman e il Joker è un piccolo capolavoro non solo di disegni, ma di tecnica della narrazione.

Prima di tutto, il soggetto della storia è originale, suddividendosi su almeno tre piani narrativi tra passato e presente, e un pizzico di futuro.

Con disegni volutamente d’impatto e anche un pochino grottesco, Kieth riesce a mettere in risalto la tematica della manipolazione dei media attraverso l’immagine.

Un’opera che continua a sua volta sia la visione di Frank Miller nel suo DKR, sia la visione di Alan Moore di cui la miniserie di Kieth diventa in qualche modo erede, perché riesce a suo modo dare seguito al finale della celeberrima graphic novel.

In realtà Kieth ci rivela il suo viscerale amore per Batman proprio dimostrandoci di conoscerne bene la filologia artistica, arrivando in parte anche a omaggiare Simon Bisley e Dave Mc Kean in alcuni tratti.

E riesce a fare tutto questo in una miniserie di pochi numeri, lasciando il segno.

Poi tornerà su Batman con altre storie, tutte scritte bene.

Ho voluto parlare di questa singola opera su tutte perché è la più accessibile per la reperibilità commerciale, ma nello stesso tempo è anche quella che ti delinea l’artista in tutta la sua potenzialità-

Io sono un fan di Sam Kieth, e cercherò di completare la collezione delle sue opere. Perché di artisti veri come Sam ce ne sono pochi, e molto probabilmente non ce ne saranno.

Fai buon viaggio, Sam.

Ho imparato tanto dal tuo modo di raccontare.

Aurelien Facente, 1 aprile 2026

Chuck Norris è una STORIA maiuscola

Sul finire degli anni 80′, tra compagni di classe maschietti, ci si diceva: “Ieri lo hai visto il film con Chuck Norris? Hai visto che forte?” Noi maschietti amavamo i film action alla Chuck Norris. Dopo Stallone e Schwarzenegger c’era lui.

Chuck Norris è andato via. Non ci sarà un altro Chuck Norris. Ora resta la leggenda.

Ci sono stati tre Chuck Norris.

Il primo è l’atleta, il campione del mondo di karate, l’unico che è riuscito a rendersi protagonista di un combattimento cinematografico nel colosseo con Bruce Lee, un altro modo di interpretare le arti marziali. Un combattimento iconico, con coreografie stupende e innovative per l’epoca. Una lotta che ha cambiato la storia del cinema, e ha rivelato al mondo che anche un occidentale poteva combattere ai livelli di una leggenda.

Poi c’è stato il Chuck Norris attore.

Ne ha prese di critiche, e non è che il suo cinema abbia sfornato capolavori intellettuali. Erano film d’azione molto leggeri, ma fatti tremendamente bene. Per via del ritmo, e comunque anch’essi hanno avuto diritto ad entrare nella storia del cinema. Delta Force ci entra di forza per via dell’ultima interpretazione del grande Lee Marvin, ma non solo. Negli anni 80′, pur se spacciatamente americano, è stato il solo film che ha descritto in modo realistico la Beirut che i telegiornali non raccontavano. Poi perché non citare la serie del Missing in Action, una trilogia che va vista per intero non solo per una spacconeria di propaganda militare americana, ma che sotto sotto riusciva a far intravedere che anche quella spacconeria aveva dato delle conseguenze terribili. Andate a vedere il terzo capitolo, e verso la fine ci sarà un resoconto duro delle conseguenze di un certo americanismo. Un cinema spettacoloso, ma non tanto ipocrita. L’apice arriverà con Invasion USA, il film più pulp e assurdo del cinema action, talmente esagerato da essere divertente. Ma Chuck ha interpretato altro. Non era il massimo dell’espressione, non era sexy, ma ci sapeva fare. Chi non resta estasiato dinanzi al suo scontro con l’altro storico artista marziale David Carradine nel poliziesco “Una Magnum per McQuade”?

Poi c’è il terzo Chuck Norris, quella della TV, ovvero il Walker Texas Ranger.

Paradossalmente il ruolo della sua vita, che lo fa assomigliare di più a se stesso. Attore e atleta nello stesso tempo in una serie poliziesca molto semplice nelle sue sceneggiature, ma che dà modo di far vedere che l’atleta è ancora presente, e addirittura si pregia della collaborazione di altri atleti, e fu un successone senza precedenti. L’ultima testimonianza di una produzione televisiva dal sapore anni 80′ che è restata nella memoria. Iconica la canzone della sigla.

Dopodiché Chuck è sempre rimasto nello sport. Sì, perché il suo cinema aveva uno scopo ben preciso, ovvero sviluppare l’imprenditoria nello sport di lotta.

Io sono e resto un fan di Chuck Norris. Perché riuscivo in qualche modo a identificarmi nel suo essere reazionario dinanzi alle ingiustizie. Era facile identificarsi. Non è un caso che il suo pubblico maggiore era quello degli adolescenti, ma anche di quelli che amavano il cinema d’azione in particolare. Non si pretende di riflettere sul destino del mondo, ma di divertirsi e basta.

Diciamoci la verità: Chuck Norris il titolo di icona dell’action se l’è meritato tutto.

Crescendo, ho avuto modo di informarmi sul suo “essere americano” al 100%

Si era fatto promotore di un programma sportivo sociale per tanti ragazzi e tante ragazze socialmente poveri. Gli ha concesso loro di praticare sport e di toglierli da contesti violenti. Andava di persona a verificare che il suo progetto funzionasse in una società che non guardava allo spirito sportivo, ma al dover essere sempre al top.

Per forza di cose, eri costretto ad ammirare un uomo del genere. Discilplina e umanità, al di là di qualsiasi credo politico. Non faceva mistero di essere repubblicano. Ma era un repubblicano degli anni 60′ e 70′, dove esisteva un’altra scala di valori e un altro modo di approcciare la politica.

Chuck Norris da qualche giorno non c’è più. Una parte della mia adolescenza se n’è andata. Mi sto rivedendo con occhio più adulto alcuni dei suoi film, e cerco di capire il periodo storico nel quale si è mosso.

Chuck Norris non è morto. Rimarrà immortale. Perché lui è un periodo storico. Oltre ad essere quell’eroe della porta accanto che vorremmo tutti come vicino.

Aurellien Facente, 23 marzo 2026

Ho detestato Bossi più per la spocchia che per le sue idee utopiche

Il senatur è stato il politico che mi ha introdotto a voler comprendere la politica nel 1994, quando divenne l’alleato discusso di Berlusconi e di Fini nel primissimo governo del centrodestra dopo la tragedia di Tangentopoli.

Prima, ne avevo sentito parlare solo attraverso quelle rassegne giornalistiche che si facevano nella scuola media. Si parlava di Lega Lombarda, ed era definito il partito razzista per eccellenza. Senza fare nomi in particolare, senza mai capire che cosa li spingesse a parlare di secessione. Era il 1988, quando ne sentii parlare la prima volta.

A casa mia, mio papà che era segretario del PLI, non se ne parlava. Forse perché considerava i leghisti come piccoli e incapaci di entrare in una maggioranza di governo.

Poi cresci, e cominci ad avere il potere di fare zapping.

Ci fu tangentopoli, e quello fu un assist per la Lega, che ebbe una sua prima evoluzione, crescendo.

Poi arrivò il Senatur, ovvero Umberto Bossi.

Quando lo vidi la prima volta, solo a brevi passaggi televisivi.

Pittoresco, odioso, terribilmente provocatorio, e involontariamente comico.

Poi ci fu l’imitazione realizzata da Dovì per il Bagaglino nei suoi format televisivi a renderlo iconico.

Sì, perché Bossi si prestava benissimo alla satira.

Ma superava alla gran lunga il suo pur bravo imitatore. Umberto bucava lo schermo. Non riuscivo a vederlo come politico. Non ci riuscivo, e forse per questo non riuscivo a detestarlo del tutto. Io sono oriundo (mezzo francese) e ne vedevo l’aspetto grottesco.

Nel 1994, le cose cambiarono un po’.

Era l’anno delle elezioni più importanti della storia italiana, e il partito che voleva puntare alla grande vittoria era Forza Italia, capitanato da Silvio Berlusconi, alleato allora al MSI di Gianfranco Fini e alla Lega Nord capitanata da Bossi.

A Crotone c’era voglia di cambiare aria, anche perché era anche un periodo storico particolare. La chiusura delle industrie crotonesi stava cambiando l’elettorato inevitabilmente, e le lotte operaie avevano fallito il bersaglio.

Perciò c’era voglia di cambiare aria.

Berlusconi volle come candidato alla camera nel suo partito il già noto maestro gioielliere Gerardo Sacco, che è ancora ben voluto dalla sua città ma l’elettorato non era convinto dell’alleanza con Bossi e la Lega. Glielo dissero pure davanti, e Gerardo fu eroico nel difendere la scommessa politica.

Non vinse le elezioni a Crotone il caro Gerardo, ma ciò bastò per far entrare lo spauracchio Bossi e la Lega in maniera pesante nell’immaginario politico dei crotonesi come il nemico da abbattere.

Intanto Bossi ebbe la sua storia politica.

Dimostrò a Berlusconi di essere un ago della bilancia per la tenuta del governo e della vittoria elettorale nazionale. Sì, perché la Lega raccoglieva al Nord il voto degli scontenti (dato innegabile), e nelle realtà locali sempre del nord ha avuto buone capacità amministrative, forse perché fuori dai giochi nazionali che rendevano il partito pittoresco dal punto di vista mediatico.

Poi avvenne quello che succede a ogni personaggio che trasuda il potere, ovvero il sottovalutare che il diavolo gli si nasconde in casa. Ciò gli causò la caduta politica, e se tenne il passo, nonostante anche l’avvento di una malattia devastante, era perché era riuscito a mantenere dietro di sé una base elettorale decisiva.

Ora so di scrivere un riassunto striminzito di un personaggio controversissimo, ma ha fatto parte della storia anche meridionale sotto certi aspetti. Sì, perché era il Nemico per eccellenza, capace anche di superare quel Fascismo del quale non si è sentito parlare per qualche anno. Bossi era più cattivo del fascismo stesso, dicevano i miei amici comunisti locali che tendevano a prenderlo troppo sul serio.

Io resterò sempre convinto che Bossi sia stato un abilissimo stratega. Per emergere, ha giocato una carta provocatoria efficace, quella del parassitismo meridionale che esiste in tante zone, e ha colpito duro con la questione della secessione. Questa provocazione ha ridato vigore a macchine elettorali che sarebbero state spezzate dopo i fatti di tangentopoli, ed è per questo che le sue vittorie hanno un sapore più forte. Perché pur restando piccolo, restava decisivo.

Cosa che non riesce al suo erede Salvini, che è proprio l’opposto del Senatur.

Qualche giorno fa, il Senatur si è spento.

Il Nemico è morto.

Molti ancora lo detestano, e lo detesteranno.

Si tratta del prezzo da pagare per i personaggi controversi.

Ma da biasimare saranno sempre i suoi nemici.

Perché politicamente sono lontano da Bossi, ma gli do il merito che per un periodo ha saputo restare al vertice pur restando piccolo. Riesce a pochi personaggi politici, soprattutto quando si parla di un lungo periodo di tempo. E questo perché sapeva che i voti contavano eccome.

In cuor suo, sapeva che buona parte delle idee utopiche non le avrebbe mai realizzate (la nuova secessione era più una festa trash che una realtà), e le sole vittorie che si è portato a casa hanno dei nomi ben pittoreschi, tra cui la deregulation. In una cosa, però, ha vinto. LKa decentralizzazione dello Stato verso le Regioni con la questione sanitaria in particolar modo. Una sfida non vinta dal punto di vista della cittadinanza (i problemi si sono quintuplicati a discapito della spesa stessa), ma dal punto di vista politico è vinta. Perché poi neanche gli avversari sono tornati indietro a cambiare le cose, in virtù del fatto che le Regioni sono un bacino di voti cui la politica romana tiene ben conto, a discapito ovviamente della totalità dei cittadini del territorio italiano.

Il Senatur ha dimostrato poi che il trash vince. Un bel po’ di cafoneria portata in visione televisiva era molto efficace. Sembrerà strano, ma nonostante i processi e le polemiche, la Lega è stato il partito che ha aperto di più le porte verso i media, usandoli a loro piacimento (il vantaggio è un’altra cosa), mischiando la vecchia tradizione nordica con lo spettacolo del trash (Miss Padania, con tutto il rispetto, era l’emblema di questa visione), E tutto questo lo ha reso molto longevo rispetto alla vita media di un segretario di partito.

Se ci pensate bene, è una lezione che oggi servirebbe a ripetere proprio a coloro che lo considerano nemico. Sì, perché il voto di oggi, visti i risultati attuali, non ha più il valore di ieri, dove il nemico comunque era un valore aggiunto al voto.

Non sono mai stato vicino alle idee di Bossi, e sono sempre stato convinto del fatto che andarci contro sempre e comunque era un errore perché negava la fase del dialogo.

Un mio vecchio professore di filosofia, durante una lezione di filosofia politica sparò una domanda: “Vi siete mai chiesti se Bossi avesse ragione in parte del suo credo politico?”

La domanda non era idiota. La capii dopo qualche anno da adulto. Infatti, non era con il campanilismo politico o territoriale che si combatteva la politica del Senatur, perché era proprio questo di cui si serviva per mantenere il proprio consenso elettorale. Bisognava combatterlo a viso aperto con programmi accettabili e alternativi.

Ripeto, non ho mai amato Bossi, ma un posto nella storia della politica italiana se l’è guadagnato tutto. Perché è riuscito nella grande impresa di far vedere la stupidità ipocrita negli altri partiti politici. Lo fece in maniera trash e irruenta, ma alla fine sono gli altri che hanno abbassato il livello di linguaggio politico, mica lui,

Che Dio lo abbia in gloria.

Aurelien Facente, 23 marzo 2026

U Partito di Cani Arraggiati

Barking enraged shepherd dog outdoors. Blurred effect is made for reason.

Non me ne vogliano i cani. Neanche i padroni. Ma c’è un partito che imperversa a Crotone che francamente ne potremmo fare a meno. Sono molto nevrotici e incazzati con il mondo, e magari hanno anche qualche buon intenzione, ma… meglio tenersi alla larga.

Sto parlando dei “Cani Arraggiati” che tradotto in italiano sarebbe semplicemente la definizione in dialetto calabrokrotoniate dei cosiddetti cani arrabbiati.

Si fanno riconoscere subito. Prima di tutto, mostrano il collare di appartenenza ideologico, indifferentemente a sinistra o a destra. Difficilissimo che cambiano parere, ma la loro qualità si ferma qua.

Non sono mai contenti e non sono mai felici. Sempre incazzati con il mondo e con il sindaco avversario. All’avvicinarsi delle elezioni diventano un abbaiare continuo contro l’avversario, e hanno la peculare caratteristica che sanno tutto loro e che gli alleati devono stare alle loro regole. Sono capaci anche di farsi un partito a loro immagine e somiglianza. Ma sono sempre arrabbiati.

Guardateli bene in faccia, e se non avete cani a casa non potrete mica conviverci, perchè il loro ritmo di vita è accelerato.

A Crotone i cani arraggiati son tanti, e li riconosci dalla loro capacità di prendere a morsi qualsiasi gruppo che dopo un po’ guarda caso si spacca.

I cani arraggiati non riescono a rispondere alle domande del dopo. Devono solo abbattere il sindaco, il presidente della regione, il presidente del consiglio senza se e senza ma…

Ma se trovano l’ossicino o il biscottino che preferiscono, allora diventano mansueti e si fidelizzano al padrone che li adotterà finché gli darà da mangiare qualche bocconcino. Altamente inaffidabili, diventano risorsa solo quando sono accontentati nel loro piatto.

A Crotone stanno arrivando le elezioni. Si sente già ringhiare e abbaiare. I cani arraggiati sono lì pronti ad abbaiare sull’elettore che non li voterà.

Perché, diciamocelo chiaramente, meglio un parente o una persona con la quale si può ragionare. E no nù cane arraggiato…

A Crotone si stanno avvicinando le elezioni comunali.

I cani arraggiati stanno uscendo dalla loro cuccia.

Munitevi di biscottini per cani. Ne guadagnerete di salute mentale. E soprattutto smetteranno di abbaiarvi quando il biscottino sarà mangiato.

Attenzione ai cani arraggiati…

Testo di Aurelien Facente, 16 marzo 2026

CANDY, ovvero quando un brano ti ricorda un’epoca che non tornerà più

In una notte buia e tempestosa, mi sono ritrovato chiuso nello studio a provare a scrivere e avevo attivano una live per condividere musica con un paio di amici. Tra rock e techno spunta all’improvviso la prima storica sigla di Candy, un cartone manga animato che andava in onda tra gli anni 80′ e divenne super replicato nelle reti Fininvest negli anni successivi, con una canzone reinterpretata da Cristina D’Avena (che, pur essendo bella, non aveva la freschezza del primo brano).

Sì, perchè la versione dei Rocking Horse (pseudonimo dei Superrobots) era totalmente diversa dalle canzoni che giravano tra le band che si occupavano di realizzare brani per i cartoni animati provenienti dal Guiappone (quelli che poi oggi definiremmo manga).

Ora chi ha visto Candy in tutto il suo svolgersi, sapeva benissimo di assistere al lungo romanzo di una ragazza costernata di tragedie. La letteratura giapponese è un continuo confronto con la tragedia, ma con lo scopo che la sfida della vita era accompagnata da prove terribili il cui unico scopo era dimostrare di farsi valere dal punto di vista umano.

Quindi, sebbene fosse un cartone animato (o manga) costruito per un pubblico femminile (ma a livello di storia non era così), la scusa di vederlo era rappresentato sicuramente per ascoltare la storica canzone, che constrastava apertamente con il plot di Candy.

Sì, perché poi si trattava di un brano che rispecchiava lo spirito di una società, dove la ricerca del sorriso era la caratteristica migliore per dimostrare di essere umani.

A quel punto, avevo capito che riascoltavo la canzone di Candy per rivivere un periodo dove ci veniva concesso di sbagliare per permetterci di crescere. Negli anni 80′ le lacrime non erano proibite perché dovevamo rialzarci e prendere in mano la nostra identità. Non era importante dimostrare di essere perfetto, ma conquistare l’età adulta.

Pochi minuti per ricordare un’epoca senza precedenti che ora è totalmente sparita. Non solo per questioni di tendenze.

Mi sono ricordato anche degli episodi della serie, di come fosse empatica, e di come le autrici fossero state capaci di farci vivere la tragedia e il riscatto di Candy. Un’opera del genere non sarebbe pensabile per il pubblico di massa (sì, perché oggi non ci sono produttori che osano più di tanto)

Mentre fuori imperversavano vento e pioggia, ho chiuso la live e mi sono rimesso a riascoltare la canzone di Candy. In realtà ho fatto una ricerca per capire se ci fosse un editore che ne vendesse il manga originale, e purtroppo non esiste perché le due autrici originali, Kyoko Mizuki e Yumiko Igarashi, si sono volute fare la guerra giudiziaria, dimenticando forse che sarebbe ora di rilasciare Candy con una certa libertà. se non altro perché ha segnato un’epoca di valori che molti farebbero bene a scoprire e riscoprire.

I maschietti non erano avvezzi alla serie (così come altre serie al femminile), ma con Candy era diverso. Sì, molto diverso. Forse perché era la nostra sorellina, e avremmo tanto voluto darle quel principe azzurro, che alla fine si presenterà appena Candy sarà diventata una Donna con la d maiuscola.

Ecco. Negli anni 80′, forse i maschietti erano ben più femministi di quelli di oggi. Perché abbiamo semplicemente conosciuto la dolce Candy.

Candy Candy sigla originale https://www.youtube.com/watch?v=gjLkx5C2h6Q

Testo di Aurelien Facente, 16 marzo 2026

Au revoir, Enrica. La classe non è acqua.

Si riprende a scrivere dopo una pausa forzata e lungua dovuta a traslochi e problemi di salute vari, e alla ricerca di un argomento dal quale ripartire dopo uno spaesamento dovuto a repentini cambiamenti… Ecco, cara Enrica, ricomincio da te, dalla tua scomparsa che mi ha molto attristato. Sì, perché fai parte della mia memoria di ragazzino che nei momenti di solitudine perché i genitori lavoravano, tu eri diventata una presenza della mattina o del primo pomeriggio. Stiamo negli anni 80′, e nel cercare il canale televisivo giusto piombavo sui tuoi programmi e restavo ad ascoltarti.

Non ho voglia di ricordare i nomi dei programmi. Non serve. Preferisco mantenere il ricordo della voce di una signora di classe molto autorevole che sapeva prenderti nella conversazione con gli ospiti, con quelli occhi vispi e sicuri che appartengono solo alle donne che sanno prendere in mano la propria esistenza.

Scrivo ascoltando canzoni anni 80′, e mi ritrovo a pensare a quell’epoca dove i tuoi occhioni spuntavano e rassicuravano.

Poi cresci, e cominci a vedere in volto la vera donna. Fossi nato in un’altra epoca precedente… Scherzo ovviamente, ma quella voce rassicurante e sicura mi teneva calmo nei miei capricci da infante. Poi avevo scoperto che eri pure mamma, E così avevo capito l’irigine di questa sicurezza elegante.

Sicurezza confermata nei primissini anni 90′, dove conducesti con la solita classe quel programma tutto al femminile che era Non è la Rai, cn tutte quelle ragazze acqua e sapone che noi maschi apprezzavamo perché erano quasi coetanee della generazione 70′, della quale facevo parte. L’appuntamento televisivo combaciava con il ritorno dalla cinque ore della scuola media, e mentre pranzavi vedevi tutte queste ragazze che ballavano, cantavano, sorridevano, e su tutte svettava la conduttrice Enrica che ti faceva capire con qualche sguardo e qualche sorriso che le ragazze andavano comunque rispettate.

Poi la Enrica sparì dal programma, che non fu più lo stesso. E, diciamoci la verità, non era la stessa cosa. Divenne una sorta di prototipo di quello che sarà Amici anni dopo, ma questa è un’altra storia.

La tivù aveva cominciato a cambiare, e avere la signora Enrica al timone era difficile. Perché la serietà e lo stile, perché la classe e l’educazione, perché l’identità della donna autorevole ma tollerante stava lasciando il posto a favore di qualcos’altro.

Il sorriso di Enrica era il sorriso della donna italiana ideale. Quella che noi vorremmo accanto a dire il vero. Non era un sorriso di sola apparenza, ma era un sorriso sostanzioso. Un sorriso di bellezza e di personalità.

Mi piacerebbe credere che ad un certo punto non abbia più voluto stare al gioco della produzione televisiva che stava compiendo passi indietro, e allora con classe e silenzio ha deciso di andarsene, preferendo diventare una presenza occasionale e non più protagonista.

Mi capitava di vederla ospite di alcuni programmi, ma non era la stessa cosa. Lo zapping casuale non aiutava.

E così è capitato che stamane, aprendo i siti d’informazione, ho saputo del suo addio fisico. Non la conoscevo di persona, ma da ragazzino è proprio grazie a lei che ho imparato a rispettare la donna in generale, soprattutto quelle donne che hanno stile e autorevolezza, con un pizzico di comprensione.

Riposa in pace, Enrica. Se fossi nato nella tua epoca, molto probabilmente ti avrei chiesto di danzare con me, in maniera elegante, come si faceva una volta. Può darsi che scriverò questo desiderio sotto forma di racconto, eo può darsi che lo terrò per me. Non lo so.

L’unica cosa che so è che un pezzo di grande televisione italiana è andato via, e non ci sarà più. Bisogna solo mantenerne il ricordo, almeno per quelli che hanno potuto assistere alla storia della vera televisione.

– Aurelien Facente, 12 marzo 2026

AFFLUENZA BASSA? COLPA DEL CALABRESE CHE NON VOTA. SIAMO SICURI?

Attenzione se leggete questo pezzo adesso. Sto scrivendo in piena domenica del primo pomeriggio del 5 ottobre, primo giorno di urne per la Calabria. E qual è la notizia che sconvolge qualche utente crotonese e calabrese? Che c’è bassa affluenza, e che la colpa è del calabrese/crotonese/catanzarese/cosentino/reggino/vibonese che non vota.

L’andazzo disastroso dell’astensione crescente va avanti almeno dalla caduta di Scopelliti, che è per giunta responsabile di una legge pastrocchio elettorale che di fatto penalizza i territori più piccoli, tra l’altro anche molto campanilisti. diciamoci la verità. Il credo calcistico è andato ben oltre, indice antropologico di una Calabria che dialoga contro se stessa, e la giustifica spesso e volentieri con il consueto e stupido alibi delle posizioni politiche, arrivando anche a delle scenette molto grottesche.

Già, la Calabria non ama tanto se stessa. Pardon, i calabresi non amano tanto loro stessi. Per incontrare un calabrese doc o vai in un agriturismo perduto in qualche landa perduta oppure devi andare all’estero, possibilmente paesi anglosassoni. là il calabrese lo trovi.

Qui. invece, trovi quelli di coccio.

Cittadini elettori, non offendetevi. L’astensione è presente da parecchio tempo in Calabria, con punte del 70%, come è accaduto a Crotone.

però i dirigenti di partito non s’interrogano su questo brutto fenomeno. Tanto ci siamo noi. e qua sta il problema. Se puntate su una legge elettorale che non ascolta i mugugni delle persone di tutti i giorni, che cosa vi pensate? Che basta calare dall’alto qualche emigrato di lusso e spiegarci che risolverà tutto con chissà quali misure? E giusto per rispettare la par condicio, neanche il colpo di scena mediatico a mò di Berlusconi abbia funzionato tanto.

Dal Montismo in poi (2011), la politica non è più amata. A malapena è sopportata, e queste leggi elettorali antidemocratiche che umiliano la scelta del proprio rappresentante sono una delle cause dell’allontanamento dell’elettore.

Poi in Calabria non ne parliamo, con l’emigrazione di massa che si ritrova ogni anno. Per non parlare dei cazzari, delle false promesse, delle clientele ristrette, dell’impossibilità di realizzarsi un’attività diversa. Per non parlare dell’isolazionismo imperante, susseguito da una certa ipocrisia insopportabile. Intanto il tempo passa, le cose cambiano, e siamo sempre più pochi.

Ormai la malattia c’è, ma non si dice. Guai ad affrontarla a viso aperto. Anzi, meglio ignorarla. Certo. Solo che poi con la realtà ci fai i conti. Eccome.

Guardate come è cominciata la diatribe elettorale tra Occhiuto (centrodestra) e Tridico (centrosinistra). Facciamo vedere i mega sondaggi. Poi, come per magia, questi sondaggi che davano vincente l’uno o l’altro spariscono. Poi arrivano i video recita su TIkTok (quelli dei candidati al consiglio), e al di là della retorica per l’amore per la propria terra appaiono dei chiari inviti al voto indirizzati ai calabresi esiliati per lavoro e per studio. Tutti in video. Poi per ultimo, la recita della necessità del voto, che in regime di astensione serve per affermare la propria credibilità.

Se gli indizi sono tre, allora si sa che il nemico di Occhiuto e Tridico non si chiama destra o sinistra, ma astensionismo. Non metto in mezzo il candidato Toscano perché è alla sua prima vera gara, e il suo minuscolo partito deve ancora prendere piede.

Il bello è che tutti credevano che bastasse la popolarità a riportare gli entusiasmi dietro le urne. Beh, non è così.

Sulla disaffezione elettorale e sull’astensionismo potrei scriverci un libro e anche produrre un documentario. Sono anni che lo denuncio nei miei stupidi live. Un argomento che non ha suscitato interesse neanche tra i miei amici giornalisti, che continuano a chiudersi ostinatamente nella divisione anacronistica tra fascisti e comunisti, come se questo fosse il problema principale.

La Calabria è una periferia della periferia mangiata dalla demagogia imperante. Già con lo sviluppo della comunicazione (non dei mezzi di comunicazione) linguistica si è indietro anni luce. Già vedere i video su TikTok intrisi di banalità anacronistiche stanno facendo il loro danno controproducente. Non parliamo poi dei manifesti. E non ultimo, l’impellente necessitò di affacciarsi in discussioni internazionali in un contesto regionale molto periferico hanno inquinato di fatto l’ascolto dell’elettore.

A proposito. Ci tengo a rispondere a qualche attivista troppo eccitato. Avevo scommesso che sarebbe finita con un astensionismo preoccupante, e che il voler evitare il problema rappresenta il problema stesso, che tra l’altro è solo la punta di un iceberg bello grosso.

Mi si rimprovera che non ho empatia verso i partiti attuali. Beh, faccio la distinzione tra le persone e i partiti. Soprattutto in questo decennio alla deriva dove la “Mostra delle Atrocità” di JG Ballard è di fatto una realtà acclamata.

Lunedì 6 ottobre ci sarà un verdetto- Ma non sarà un verdetto splendente.

Di sicuro sta terminando una fase storia durata un po’ troppo. L?astensionismo non è una giustificazione, ma una malattia che risponde al parassitismo politico. E la legge di un politico non creduto vale quanto un pezzo di carta igienica mentre sta per essere espulso dopo che qualcuno ha fatto i suoi bisogni.

Brutale dirlo. Ma è meglio ribadirlo. Se non altro perché almeno si potrebbe affrontare il problema per quello che è realmente: Diamocela tutta: l’elettore calabrese ha smesso di crederci. E non puoi fargliene una colpa se preferisce mollare. Pagherà il suo prezzo. Vero. Ma in mancanza di una vera protesta sentita, l’indifferenza diventa la sola risposta.

Altro che i sondaggi e le piazze piene.

Aurelien Facente, 5 ottobre 2025