Coronavirus KR – Diario dalla Zona Rossa, primo giorno

   Giorno 1, mattina.

   Mi sveglio tardi volutamente. Non ho fretta. Conosco bene le regole del lockdown. So già dove si trovano i miei confini. Mi vesto, dopo essermi opportunamente lavato. Colazione. Un saluto a mamma prima di uscire con il cane. Ispeziono la mia personale zona rossa. Ho cambiato casa da un po’. Più centrale, ma meno in vista direi. Più adeguata. Nuovi vicini. Meno confidenza. Paradossalmente più spazio di manovra.

   Ho sempre la mascherina addosso. Pochissime persone in giro. Rispetto delle distanze. Anzi, sembra proprio che la gente voglia proprio non incontrarsi. Ma ci si saluta comunque. Dopo essermi fatto il giro mattutino con il cane, riscendo con la telecamerina e faccio la mia diretta numero 1 della giornata. Ho deciso di apparire in video ogni giorno, in differenti momenti della giornata se necessario. Vale lo stesso detto del lockdown: la mia presenza rappresenta una speranza di sopravvivenza mentale per chiunque, anche se sono antipatico. Perché conferma che il virus si può in qualche modo combattere.

   Giorno 1, tardo pomeriggio.

   A casa mia non c’è la televisione. Lo smartphone e il PC sono le uniche cose che servono da ricettore di notizie. Sono convinto da tempo che il mondo mediatico in genere sia più alla ricerca del sensazionalismo verso l’orrore piuttosto che alla sostanza e alla rassicurazione. A Crotone arriva la notizia della protesta. In zona rossa molte attività restano chiuse. Bisogna prevenire il contagio. In verità è la crisi sanitaria che si vuole prevenire. Ospedali al collasso in Italia. Aumento dei contagiati. Il virus fa paura perché il racconto mediatico è impuntato sull’orrore, ma di virus ce ne stanno a migliaia sulla faccia della Terra. Solo che ogni tanto ne esce uno nuovo, figlio della sua epoca. Il Coronavirus è il perfetto virus del ventunesimo secolo. Un virus metropolitano. Un nemico minuscolo e invisibile. A distanza di qualche mese, la società ne prende inevitabilmente le misure. La scelta mediatica è quella di farne lo strumento perfetto per innalzare la paura nelle persone. La politica ne fa un uso misto. Da una parte la paura fa sempre comodo per tenere il potere in mano, che fa sempre comodo in una democrazia. Eccome se fa comodo. Non c’è mica bisogno della mascherina per affermarlo.

   Però sono sicuro che alla fine sarà sempre l’umanità a prevalere sul virus e sulla paura. Lo ascolto dalla voce di qualche amica, dalla sua voglia di sorridere e di vivere.

   Riprendo a scrivere un diario perché la mia personale testimonianza possa servire a qualcuno. Perché anche questa è una forma di solidarietà.

   Per me la mascherina non è una protezione. Assolutamente no. Per me la mascherina fa parte della corazza che indosso. Sono un cavaliere senza padrone adesso. Un cavaliere senza principessa si può dire. Ho una regina. Mia madre. Avrei voluto una principessa vicino a me. Un sorriso mi avrebbe aiutato. Ma terrò duro. Perché forse un giorno lo troverò. Ma in realtà non posso chiedermelo adesso. Ora devo soltanto pensare di essere degno del nome di mio padre, che prima di morire mi ha affidato il compito di proteggere la donna che lui stesso amava, a modo suo sempre, e che ha cercato di proteggere fino alla fine.

   Perciò non mi posso permettere di soggiogare alla paura degli altri. Perché devo fare in modo che mia madre possa sorridere. E così la mascherina diventa un elmo e il mio corpo una corazza. E devo mettere da parte il mio cuore che si dovrà accontentare di amare in silenzio.

Giorno 1, prima serata

   Un po’ di persone per le strade. L’urlo delle persone che vogliono farsi sentire, persone che vogliono vivere, che non vogliono arrendersi, che vogliono lavorare rispettando le precauzioni. Il contagio c’è. E a loro non fa paura. Sì, perché in natura l’essere umano è dotato di un meccanismo di reazione dovuto all’istinto di sopravvivenza.

   Quando vedi la gente reagire, non lo fa per mostrare la stupidità. Non è una questione di stupidità sopravvivere. È la vita che si esprime in questo modo.

   E sono felice di vedere le persone che reagiscono in questo modo. Perché il loro urlo è un segno chiaro di voler vivere e di prendere misura con la paura.

   La morte è un passaggio inevitabile dell’esistenza.

   La verità è che le persone non vogliono venire a patti con la propria fragilità, e allora puntano il dito contro per non venire a patti con le proprie paure.

   In una società dove si punta al top badando poco alla sostanza e avendo badato solo al superfluo, quando si affaccia la paura tutto viene devastato, a cominciare dall’egoismo con il quale ci ritroviamo a scontrarci.

   La polizia fa il suo mestiere di sorvegliante. Accompagna le persone per la città, facendole esprimere il proprio dissenso. I poliziotti sono esseri umani che hanno scelto di indossare la divisa, e per una volta riesco a vedere bene la loro umanità. Anche loro si unirebbero alla gente per far sentire la loro rabbia. Perché anche loro hanno una famiglia alla quale dare una risposta, una prospettiva.

   Un’epoca complicata questa. E mentre uso la mia voce per stare vicino alle persone, e mentre il mio smartphone riprende parte del racconto, la mia regola da ora in poi non sarà mai condannare qualcuno perché vuole vivere. Io condannerò solo chi vuole che gli altri si rassegnino perché bisogna assecondare la propria paura.

   Non è il periodo per assecondare l’egoismo altrui. Perché è proprio in questo genere di situazioni che lo sciacallo ama muoversi.

   Giorno 1, notte

   La mia pagina Facebook è lo strumento principale del racconto. Faccio un resoconto della giornata sempre. Non sono un giornalista. Sono un narratore. Ho cambiato l’orario del serale. Il coprifuoco è alle 22.

   La paura è presente. La gente che si collega con te a volte vuol sentirsi una favoletta contro la paura che assecondi le sue paure. E se glielo dici, ti condanna pure. Non me la prendo perché, per quanto possa ripeterlo, non è da tutti affrontare la paura a viso aperto. Ci vuole tempo, e bisogna accumulare un’esperienza in poco tempo. Si tratta di una scelta.

   Quando spengo il collegamento, vado sul balcone che affaccia su una via principale. Semafori lampeggianti, luci urbane, e un fottuto silenzio anomalo. E l’impressione di essere incatenato a qualcosa, ma non sai cosa. Provo a dormire.

Aurélien Facente, novembre 2020

Coronavirus KR – Come sopravvivere alla psicosi di un ipotetico secondo lockdown?

Vi faccio l’annuncio. In caso di improbabile lockdown, io mi divertirò. Ho la testa addestrata per farlo. Non ci credete? Ho tutto quello che mi serve per sopravvivere mentalmente, e sarò anche un pochino stronzo nel farlo.

   Ho delle regole preziose, però, se pensate di sopravvivere bene a un nuovo lockdown (che non sarà nazionale stavolta).

   Sono regole di puro suggerimento che potrebbero servirvi in caso doveste arrangiarvi per troppo tempo dentro casa.

   La prima regola è spegnere la TV, o usatela solo per guardare qualche film. I telegiornali sono fatti in modo per trasmettervi angoscia, mentre le trasmissioni di approfondimento sono frustranti. Spegnete e curate la serenità. Se siete soli, dovete contare su voi stessi e basta, perciò eliminate qualsiasi fonte di angoscia. Andate solo sul sito dell’Ansa oppure andate sul sito del ministero della Salute.

   La seconda regola è imparare bene le regole, anzi esercitate la memoria. La regole, nel suo insieme, hanno una flessibilità. Vi danno sempre un’alternativa, anche se non la vedete. Imparare bene le regole vuol dire ripeterle con rispetto a chi fa uso della divisa del poliziotto, che sapendo che le conoscete userà sempre flessibilità e rispetto, perché conoscere a memoria le regole vuol dire anche collaborare e soprattutto non perdere tempo.

   La terza regola è l’educazione. Siate educati e non arrabbiatevi mai. Durante il lockdown, incontrerete tante persone spaventate, a livello di psicosi pure, che non vi daranno mai retta. Essere educati vuol dire saper prendere le informazioni. Il vostro obiettivo di giornata devono essere le informazioni. Ogni notizia può esservi utile. Sapere che nei supermercati non c’è alcol etilico ad esempio vi eviterà di far perdere tempo. Essere educati vuol dire guadagnarsi sempre una risposta. Siate educati sempre con le forze dell’ordine quando vi fermano. Anche loro sono umani e non vogliono perdere tempo perché il loro lavoro è prezioso.

   La quarta regola è affrontare la paura. Potreste vivere l’esperienza dentro un palazzo fatto di vicini psicotici, perché la paura accentua la psicosi. Dovete essere forti e comprendere che ognuno affronta la paura in modo proprio. Fatevi vedere sempre con un buongiorno. Il primo desiderio delle persone è avere una parvenza di normalità che può bastare per raccontare la giornata che passerà inesorabilmente. Anzi, se il vicino vi vede decisi si aprirà e magari sarà proprio lui a raccontarvi quello che vede in tivù. Se poi è una persona anziana, andategli sempre a prendere il latte. Uscite voi e fate il piacere.

   La quinta regola è la microcomunità. Dentro un palazzo abitano tante persone. E tante persone vuol dire avere anche persone fragili. Instaurate un rapporto di stretta collaborazione. Se voi non trovate l’alcol, riferitelo ai vostri vicini. Meno persone escono, meglio è. Ricordatevi che una buona collaborazione vi garantisce la tranquillità e fa capire all’altro che insieme, ognuno nel proprio ruolo, si può uscirne. Abituatevi a prendervi cura di una famiglia in difficoltà e basta. Non più di una, e fatelo fare anche agli altri. I più fragili vanno protetti, ma soprattutto va dato loro forza. La vostra riuscita è uno stimolo per chi accetta di essere preso in cura da voi. Non fatevi mai sensi di colpa se non potete aiutare altre persone. Non potete aiutare tutti, ma di sicuro potete creare una microcomunità funzionale intorno a voi. Il che è già molto in una situazione di confinamento.

   La sesta regola è non temere le critiche. Ci sarà sempre qualcuno che vi criticherà perché andate a fare la spesa o perché andate a prendere informazioni. Vi troverete inevitabilmente dentro una cappa di paura, e solo pochi oseranno capirvi. Dovete sforzarvi a essere immuni, e rispondete in maniera accesa solo lo stretto necessario con una verità indistruttibile: pensa alla tua sopravvivenza che io penso alla mia. Voi dovete seguire voi stessi, e non avete tempo per gli altri, a patto però che non inizino a collaborare e a rispettare il vostro io. C’è gente che prende troppo seriamente il lockdown. Si sentiranno eroi, ma gli eroi sono ben altri. Perché un eroe, con prudenza, affronta. Mica si tappa in casa. Comunque non sentitevi eroi.

   La settima regola è porsi degli obiettivi durante la giornata. Fate poche cose. Non strafate mai. Non abbiate timore di fallire. Essere abili richiede esercizio quotidiano, Ponetevi sempre l’obiettivo di avere informazioni, ed evitate discussioni, soprattutto con le forze dell’ordine. Anzi, siate sempre sinceri e obiettivi. Uno degli obiettivi di giornata è prendere appunti sempre. Vi aiuta a essere rapidi, e soprattutto a non farvi notare. Nei supermercati, ad esempio, dovete essere bravi a sapere dove si trovano le cose. Questo aiuterà gli stessi impiegati a fare meglio il loro lavoro.

   L’ottava regola riguarda voi stessi, soprattutto se siete soli. Non preoccupatevi di sentirvi non capiti. Tutti sono soli in qualche modo e tutti si sentono incompresi. Ci sarà un momento dove potreste sentirvi in colpa e vi verrà voglia di spaccare qualcosa perché vi sentirete inutili. Provate a pensare che c’è gente che sta peggio di voi, che non sa che cosa sia la paura e ne sta facendo una tragedia. Ci sarà un momento in cui avrete bisogno di conforto. Se lo cercate nella religione, sappiate che potete benissimo pregare in casa. Il Signore apprezzerà ugualmente. Oppure potete fare un’altra splendida idea. Scrivere la giornata, sfogare tutto dentro un quaderno. Ciò vi aiuterà a migliorare la resa degli appunti da prendere in ogni caso. Se avete qualcuno, allora date spazio ai sentimenti. Siate sempre in prima linea per ascoltare. Non mettete in primo piano le vostre paure, a patto che non sia chiesto esplicitamente. Ricordate che per il vostro partner dovete essere forti, ma soprattutto dovete essere umani.

   La nona regola riguarda il trasgredire le regole. Se non siete abili, non conviene mai farlo. Se proprio ci tenete a rischiare, allora segnatevi tutti gli orari dei posti di blocco. Muovetevi a piedi, e mai in macchina. Se avete voglia di fare una passeggiata, createvi un percorso a tappe. E soprattutto cambiate sempre supermercato. Lo so. Si tratta di una furberia. Ma se serve, almeno ha una sua funzionalità. Perché magari siete intolleranti al glutine, e allora avete bisogno di alimenti particolari. Trasgredite il giusto, senza esagerare. Non prendete mai le vie principali, ma soprattutto quelle secondarie, perché sono quelle che vi aiuteranno a muovervi più in fretta. Cercate di uscire facendo più tappe, e prendete sempre nota sulle file dei supermercati.

   La decima regola è la più importante. Quanto volete bene a voi stessi? Chiedetevelo, senza pensare di passare per egoista. Si tratta di una questione di serenità interiore. Perché nel lockdown imparerete a confrontarvi con voi stessi. Prendete quest’occasione per provare a migliorare qualcosa di voi. Prendete cura di voi stessi come non mai a casa. Sorridete. Siate positivi. E soprattutto non siate materialisti. Date spazio un po’ al romanticismo, ma non eccessivo. Accendete la fantasia. Scoprite le vostre qualità. Curate la positività. E soprattutto vivete perché tocca a voi vivere. Durante la pandemia muoiono purtroppo delle persone, ma al vostro posto avrebbero voluto una seconda possibilità. Perciò non fatevi problemi a sorridere, e soprattutto non fatevi trascinare dalla psicologia del senso di colpa che altri useranno contro di voi per mettere una mano sul cuore sulle tante vittime del coronavirus. Voi dovete entrare nell’ottica che siete voi stessi i malati e magari ne avete anche uno in casa. Quindi curate la vostra serenità, sempre.

   Con queste dieci regole, sono sopravvissuto mentalmente al lockdown e potrei sopravvivere anche al prossimo lockdown.

   Dimenticavo: sono un appassionato di romanzi di fantascienza oltre che di cinema. In certi momenti mi sembrava di essere Jena Plissken in Fuga da New York. Certo, l’idea è un po’ folle. Ma almeno diverte. Eccome se diverte.

Aurélien Facente, ottobre 2020

L’ultimo arrivederci di Jole Santelli e la mancata occasione di chi si professerebbe essere migliore…

Giuro che ho pensato tanto a quest’articolo prima di scriverlo. Ieri (15 ottobre 2020) la giornata è iniziata con una notizia che ha sconvolto il mondo calabrese e italiano, ovvero la prematura scomparsa della Governatrice della Calabria Jole Santelli.

   Avevo dato un “nomignolo” simpatico. La magica Jole. Nulla di così offensivo, ma forse quella sua voglia di sorridere all’avversario mi aveva colpito.

   Premetto che non ho mai conosciuto la signora, se non per via d’informazione. Sapevo che era un’accanita fedele di Silvio Berlusconi, e che come parlamentare vantava di un curriculum di tutto rispetto. Aveva anche i suoi difetti, ma era una delle poche che poteva vantarsi di non aver mai cambiato casacca. Cosa molto rara nella politica opportunista di oggi. Anzi, andrebbe molto rivalutata.

   Sapevo che per un periodo si era cimentata nel ruolo di vicesindaco di Cosenza.

   E poi la possibilità di vederla in prima linea con la sua prima elezione diretta come Presidente della Regione, e allora ho avuto modo di conoscerla in maniera politica attraverso le apparizioni tv dovute.

   Mi colpì la sua facilità di non cercare per forza lo scontro, ma di voler risolvere in qualche modo il tutto con un sorriso. Nel primo round televisivo con gli altri tre candidati alla presidenza della Regione Calabria, la magica Jole riuscì a sorprendermi quando invitò gli altri candidati ad un’amichevole cena per parlare della Calabria, al di là di come sarebbero andate le elezioni.

   Elezioni che vinse la magica Jole, ma con un risultato anomalo, poiché più della metà degli elettori non si recò alle urne.

   Jole entrò così ad amministrare un ente regionale che era percepito come qualcosa di lontano, accompagnata da una ciurma di liste e consiglieri che proprio non piacevano alla gente.

   Ci si mise pure il Coronavirus di mezzo, e così Jole entra nel suo ruolo facendosi conoscere come la Governatrice che emana le ordinanze.

   Ma in televisione usa spesso la seguente espressione: “Popolo Calabrese.”

   Premetto che sono lontano dalle politiche di Forza Italia, ma ho prestato attenzione alla breve amministrazione della Governatrice Santelli.

   Otto mesi sono pochi per essere giudicati politicamente parlando, ma otto mesi sono sufficienti per capire che forse Jole, al di là dello schieramento, era la Presidente di cui la Calabria aveva bisogno come momento storico.

   Una Presidente Donna in una Regione difficile. Una Donna che non ha mai fatto mistero di vivere un momento difficile perché afflitta da un male che sapeva di pistola puntata alla tempia. Una Donna che in campagna elettorale non aveva mai parlato male di nessuno, ma che era stata anche la prima a dare gli auguri sportivamente a chi magari era avversario. Una Donna che non negava il sorriso a nessuno, proprio perché lei stessa, in quanto convivente con un male, sapeva che il sorriso era una medicina potente.

   Mi colpirono molto le sue parole, quando ammise di convivere con un male: “Quando una persona subisce un attacco così violento alla propria vita, quando il dolore fisico si fa radicale e incomprimibile, allora quella persona ha due strade: deprimersi e farsi portare via dalla corrente, scegliere che il destino scelga per lei. Oppure attivarsi, concentrarsi e soprattutto ribellarsi. Io sono una persona danneggiata dalla malattia. Quel verbo e quella parola sono gli esiti della lettura del libro di Josephine Hurt (Il danno, appunto) che mi è stato di grande aiuto. Mi hanno obbligata a inquadrare l’esatta misura del dolore e di testare la capacità di replicare alla sofferenza, addirittura di resistervi e infine di dominarla.” (La seguente è tratta da un articolo del Fatto Quotidiano)

   Avendo avuto in passato perso una persona cara per un simil male, il rispetto per questa Signora divenne primario.

   La criticavano perché ballava la tarantella con i sostenitori del centrodestra, la criticavano perché aveva problemi a parlare, la criticavano perché non si vergognava di essere Calabrese, la criticavano perché forse era più propensa a dare un sorriso piuttosto che a far pesare il dramma.

   Jole era un’anomalia positiva della politica calabrese e nazionale. Una di quelle anomalie che servono però alla Storia di un Luogo. Perciò, quando ho saputo del suo ultimo arrivederci silenzioso, non nascondo di aver acceso una candela per lei.

   Ho letto le notizie scritte e ho letto le impressioni di tale evento. La maggior parte erano pensieri positivi, che ne riconoscevano in qualche modo la volontà di far valere la sua calabresità. Anche gli avversari, sportivamente, l’hanno salutata con affetto.

   Poi ci son stati gli sciacalli, quelli che non sono mai contenti. Ho letto parole di odio e parole di bulli, tutti con il dito puntato contro. Facile farlo quando l’avversario odiato non può nemmeno rispondere all’attacco moralista dello sciacallo.

   Avrei preferito di gran lunga il silenzio, e aspettare il cosiddetto processo storico. Ma certa gente, proprio perché non conosce il valore del sorriso, si prende il lusso, con la becera scusa del libero pensiero, di gettare merda e fango, come se tutto quello che è negativo in Calabria fosse proprio figlio della politica proposta dalla Santelli.

   E poi ci sono quelli che usano lo stereotipo del fascismo. Quelli avrebbero dovuto mettersi un bavaglio alla bocca, giusto per qualche giorno. Il tempo di celebrare i funerali e di permettere almeno ai famigliari e agli amici più intimi di raccogliersi nel dolore.

   Quelli sono stati i peggiori, perché nella scrittura del loro pensiero facebookkiano hanno dimostrato di essere proprio peggio dei nemici che dicono di combattere.

   Un silenzio che sarebbe valso quanto il valore di un libero pensiero. Ma si sa che certe bocche e certe mani non sanno aspettare l’onda giusta del tempo, e perciò ne vengono travolti. È pur vero che la morte si nutre di verità, ma la delicatezza appartiene a chi la Democrazia l’ama.

   Ma in quest’epoca nefasta e avversa, molto probabilmente la Jole Santelli avrebbe risposto con un sorriso, spiazzando così i cattivi.

   Riposa in Pace, Presidente Santelli. Non avrai conquistato i tuoi avversari politici, ma adesso sei nel cuore di chi riesce a vedere nel sorriso un percorso di semplice prospettiva.

  E così chiudo la mia scrittura chiedendomi se mai avrò la fortuna di poter conoscere un’altra persona politica che fa del sorriso un’opportunità di positività.

Aurélien Facente, 16 ottobre 2020

Le avventure del professor Vincenzo perseguitato dalle teorie strampalate di Fantapall

Il mio Whatsapp ogni tanto salta. Alcuni mi inviano articoli che sembrano più delle barzellette che pezzi inerenti l’attualità. Una della testate più condivise in città è Fantapol, che io definisco affettuosamente Fantapall.

   Sì, perché a raccontar palle è abbastanza abile. In piena emergenza coronavirus, standosene bene a casa, il giornalista racconta di risse violente nei supermercati, risse mai avvenute. Giusto per fare un esempio.

   Però è divertente, devo ammettere.

   Ogni tanto un sorriso ci vuole, ma poi la cosa è seccante quando si vuol far credere di essere padroni della verità.

   Bene, Fantapall in questo periodo è ossessionata dal denigrare e delegittimare il professor Vincenzo, un noto candidato a sindaco che in questi giorni è impegnato a portare avanti il proprio progetto politico.

   Ora, se io fossi il giornalista di Fantapoll mi preoccuperei di capire perché il professor Vincenzo si presenta, quali sarebbero i suoi candidati, quali sono i programmi che propone, quali obiezioni da fargli sui contenuti che non mi convincerebbero, e magari fargli una critica politica onesta, anche se mi è antipatico. Mi preoccuperei di capire perché tanta gente ha partecipato alla presentazione delle liste. Cercherei di capire perché questo signore è popolare. Senza fare neanche tanti pronostici.

   Ecco, seguire il buon professore dal punto di vista sociale sarebbe un reportage abbastanza interessante, anche perché i lettori vorrebbero capirci di più.

   Io, ad esempio, sono un lettore che ama approfondire. Mi piace farmi un’idea dei candidati, vedere che cosa propongono, capire il loro grado culturale e verificare la loro idea di dimensione di uno spazio cittadino.

   Voi pensate che leggerete tutte queste cose che richiederebbero tra l’altro un lavoro accurato e obiettivo? No.

   Mi mandano un articolo dove il professor Vincenzo è al bar a incontrare qualche conoscente, e magari a questi signori dichiara di candidarsi. E ci sta. Quanti candidati vanno al bar per proporsi agli amici e ai conoscenti? No, secondo Fantapall gli amici son pochi, come se il bar stesso potesse riempirsi di migliaia di persone all’istante così per magia.

   Un articoletto senza logica, ma molto divertente.

   Ieri (29 agosto 2020) la pubblicazione di un altro articoletto divertente. Una macchina parcheggiata all’angolo con tanto di morale sul codice della strada. E indovinate a chi appartiene la macchina? Proprio al professor Vincenzo.

   Ora, prima di scrivere l’articolo, mi chiederei almeno se la macchina non si fosse guastata e per necessità si è parcheggiata lì. No, ci si inventa che la macchina blocca il passaggio alle carrozzine per disabili, che è in divieto di sosta e fermata e quant’altro ancora. E anche se fosse, magari sarebbe utile chiamare qualcuno delle forze dell’ordine prima di scrivere l’articolo. Così, giusto per avere un chiarimento. No, neanche questo.

   E allora via con la pubblicazione.

   E così mi inondano il Whatsapp per leggere questa roba demenziale.

   Ora il professor Vincenzo non ha bisogno della mia difesa. Però adesso ho paura che il professor Vincenzo sarò protagonista di un articolo dove magari vola su un asino volante, oppure un altro articolo dove magari si metterà a parlare con Pinocchio, oppure un altro dove magari si scriverà che vorrà andare a farsi un pellegrinaggio fino a Serra San Bruno.

   Insomma, la demenzialità più pura.

   E così continua la triste narrazione del giornalismo crotonese, che va sempre più giù pur di raccontare barzellette.

   È vero che siamo in regime di par condicio.

   Allora aggiungiamo che Fantapall non è il solo a raccontare felicemente delle palle.

   Mi hanno inviato qualche giorno fa il link di un blog dedicato ai Vichinghi, e poi vedi il blog e vedi tanti articoletti fantasiosi su un noto segretario della Lega, come se quelle pubblicazioni illuminanti acchiappassero lettori.

   Caro professor Vincenzo, come può ben vedere ogni esponente politico è perseguitato da qualcuno che ama raccontare palle. Lei almeno ha Fantapall. Pensi che c’è chi è addirittura stalkerizzato dai Vichinghi…

   E poi dicono che i blogger sono fabbricanti di fake news…

   Detto da chi racconta e pubblica palle tra l’altro sembra addirittura un complimento…

Aurélien Facente, agosto 2020

L’ipocrisia codarda dell’italiano ai tempi del Coronavirus

C’è una guerra che io personalmente non sopporto. Una litania che mi trovo ad assistere da almeno 30 anni, almeno quando ho cominciato a distinguere il bene dal male e quando ho cominciato a studiare i gravi fatti della Seconda Guerra Mondiale, e di conseguenza il male che i regimi dell’epoca hanno fatto a tante, troppe persone.

   Giusto non dimenticare, ma per tanti italiani che conosco di quella lezione dura non hanno capito nulla. Lo vedo su Facebook principalmente, ma mi ci scontro anche dal vivo.

   L’eterna guerra degli antifascisti contro i fascisti. Tutto quello che gli antifascisti (esercito formato principalmente da radical chic moralisti in primis) è una litania di odio verso quello che la pensa diversamente da loro. Un virus difficile da scacciare e con la quale non si riesce a ragionare il più delle volte. La loro fissa è quella. Tutto quello che non è partigiano è fascista e basta.

   Non è che dalle altre parti la questione è meglio, sia chiaro. Il succo è lo stesso, solo che usano l’epiteto “comunisti”.

   La cosa che hanno in comune le due tifoserie è il reciproco odio verso l’altro, e se vuoi startene per i fatti tuoi ecco che ti bollano come uno che non si vuole schierare, come se lo schierarsi per forza sia qualcosa di eccezionale.

   Quest’odio negli anni si è accresciuto sempre di più, facendomi capire che è sempre meglio restarne fuori. Li adoro, in entrambi i casi, quando predicano la tolleranza, eppure sono pronti a scannarsi.

   Con il loro modo di fare hanno infettato il web, i notiziari, i talk show e tutto quello che c’era da infettare. Quando ci si sono messi pure i 5stelle, definiti fascisti da uno schieramento e definiti ex comunisti dall’altro. Insomma l’apoteosi dell’ipocrisia assoluta. Tutto questa trasmissione di odio è diventata il cancro del pensiero libero.

   A volte, sembra di assistere ad un eterno litigio tra mamma e papà, e poi osano chiedere ad un figlio unico se è meglio la mamma o il papà. Il discorso più ipocrita che si possa fare.

   Per loro non esiste il pensiero indipendente, quello che si limita a ragionare e ad ovviare il pratico per risolvere i problemi. No, bisogna per forza essere di parte.

   Quando uno vive questa storiella per parecchi anni poi se ne allontana. Perché francamente rompe i cosiddetti, anche perché, nella maggior parte dei casi, uno vuole vivere tranquillo. Poi c’è anche chi ama il confronto. E ci sono stupendi confronti, ma lo diventano quando sono i pensieri a incontrarsi e non le bandiere.

   Fatta suddetta premessa, è bello notare il dibattito delle voci politiche su Facebook. Sempre le solite storielle. Ok. Rispettiamo le convinzioni, ma facciamo uscir fuori anche le ipocrisie.

   Primo fatto: un omicidio brutale a Minneapolis, USA, a danni di un uomo di colore da parte di alcuni poliziotti. Rivolta feroce da parte dei cittadini. Bruciano il commissariato. Nota bene: negli Stati Uniti siamo nel pieno della pandemia Coronavirus.

   Il pensiero medio italiano? Hanno fatto bene. Giustizia. Tutti insieme assembrati a condannare gli assassini.

   Pensiero personale, tanto per capirci: la brutalità, quando porta alla morte, va sempre condannata. A Minneapolis è accaduto qualcosa di estremamente grave che ha portato alla gente comune di protestare con ferocia. Molta gente si è messa insieme per realizzare una rivolta, e l’hanno fatto, in barba alla pandemia. Quindi, consegue che quando la gente si muove tutta insieme diventa una forza incontrollabile. Ovviamente questa brutta storia avrà una fine.

 

  Secondo fatto: Milano, Piazza Duomo, 30 maggio 2020. Un’enorme folla manifesta. La manifestazione è organizzata dai Gilet Arancioni, capeggiata dal generale in congedo Pappalardo. Migliaia di persone. In Lombardia siamo nel pieno epicentro della pandemia Coronavirus in territorio italiano. I manifestanti non hanno rispettato le distanze di sicurezza.

   Il pensiero medio italiano? Incoscienti, coglioni, fascisti, e quant’altro ancora. Tutti bravi a condannare una manifestazione che non ha bruciato un commissariato.

   Pensiero personale: al di là dei Gilet Arancioni, la piazza era formata anche da gente che aveva voglia di tornare a vivere in qualche modo. Da condannare? Tranne l’aspetto pittoresco, il tutto è da comprendere perché in mezzo a tutta quella gente ci sono tante persone che molto probabilmente non hanno goduto di un aiuto statale oppure si troveranno a fare i conti con un probabile fallimento o con un licenziamento. Semmai, quelli che puntano il dito dovrebbero chiedersi come ha fatto un personaggio pittoresco come il generale ad agire indisturbato e a organizzare una serie di manifestazioni in tutta Italia, e il bello è che lo stesso generale lo annunciava da giorni in diretta Facebook. Chi è che ha sottovalutato la questione?

   Obiettivamente, anche qui un’enorme folla che andava lasciata manifestare. Perché la gente non la fermi.

   Ora, ovviamente, i due eventi sono diversi per natura e motivazioni. Hanno solo in comune la massiccia partecipazione di persone che desiderano esprimere un malessere.

   Bene, in questi due eventi l’ipocrisia si è manifestata più che bene.

   Alla fine, in Italia, ho capito che forse Camillo Benso di Cavour ha fatto un errore di valutazione nel voler per forza unire l’Italia. Ma non credo che il Cavour avesse prospettato tutta quest’ipocrisia del tutto italiana.

Aurélien Facente, maggio 2020

Coronavirus KR: La massa si muove

Nell’emergenza Coronavirus ho criticato apertamente due provvedimenti in particolare. Uno era la prossimità di duecento metri da casa, liberamente interpretata da qualche signore in divisa. La seconda era il divieto di passeggiare in solitaria, seppur munito di mascherina. Aggiungiamoci pure la chiusura di alcuni luoghi ideali per passeggiare, e ci siamo tutti dovuti atteggiare.

   Un altro aspetto da criticare è il terrorismo mediatico portato avanti da tanti organi di stampa e di televisione. Un terrorismo amplificato anche da buontemponi che sui balconi filmavano persone che, magari, erano uscite per necessità.

   Questo, nell’insieme, ha portato la gente ad odiarsi.

   Pur capendo la necessità del momento, la gente, nel 95% (dato sorprendente tra l’altro), si è comportata nel migliore dei modi.

   Ma la quarantena, o meglio la prigionia forzata, alimenta anche il malessere.

   Non tutti hanno la possibilità di godersi un bel panorama. Tanti non godono nemmeno di una buona compagnia dentro casa. Tanti eroi di tastiera pronti a giudicare e condannare il prossimo perché magari si è preso cinque minuti di respiro.

   Tengo a precisare una cosa: il virus esiste ed era necessario lasciare spazio ai nostri sanitari, se non altro per permettere loro di lavorare al meglio.

   Il governo, nel suo insieme, avrebbe dovuto porre un freno serio al terrorismo mediatico.

    Non l’ha fatto. Ha lasciato la palla al Presidente del Consiglio, che si è trovato gioco forza in una situazione inedita nel dover prendere provvedimenti molto discutibili tra l’altro. Ma questa è un’altra storia.

   Nel frattempo, una pattuglia di sindaci sceriffi che ti parla in video e ti colpevolizza anche per una carezza. E non una parola d’incoraggiamento. Molti a puntare il dito contro. Un terrorismo mediatico tale da alimentare l’odio piuttosto che la solidarietà.

   E così si accende la miccia di una dinamite pronta a scoppiare in qualsiasi momento.

   Aggiungete gli epiteti “fascisti” e “comunisti” che ormai ci perseguitano dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, quando il regno dell’incertezza non ha voluto dare spazio alla speranza, il vero sentimento che unisce.

   Già, perché se si uccide la speranza uccidi le persone, o meglio le armi di qualcosa che non lascia spazio alla ragione.

   In questi mesi, il terrorismo mediatico (e se n’è reso conto pure il Governo guarda caso) ha solo alimentato un cancro: quello della disperazione.

   E c’è chi riesce a cavalcare quell’onda. Perché tutti noi ci nutriamo della speranza. Perché molti di noi hanno bisogno di ottimismo, di sentire che c’è un domani, che possiamo costruircelo.

   Nella paura del Coronavirus si è innescata la dinamite della reazione.

   Ormai le piazze iniziano a riempirsi, alla faccia delle regole imposte e delle ideologie politiche.

   A Piazza Duomo a Milano, nel giorno 30 maggio 2020, una manifestazione con tante persone vestite di gilet arancioni, guidate da un vecchio generale. Lasciamo perdere il contenuto per un attimo. Ho letto le opinioni e ascoltato i pareri, e letto anche gli articoli della stampa. Un effetto meteorite di opinioni, senza volersi rendere conto di un fatto essenziale: la massa, quando si muove, non si ferma.

   Sulla posizione politica se ne può discutere tranquillamente. Ma in mezzo a quelle migliaia di persone, erano tutte da condannare? Erano realmente tutti fascisti? O c’erano anche persone che avevano voglia soltanto di tornare a vivere con un po’ di dignità?

   Facile condannare. Troppo facile. Tra l’altro, con una domanda non posta: ma si poteva fermare, si poteva evitare? Certo, ma solo se non sottovaluti.

   Se chiedi un sacrificio, devi dare in cambio una speranza. Se prometti aiuti economici, caro Stato, sai che devono arrivare tempestivamente. Puoi sempre controllare dopo. Invece, più di qualcuno, nella macchina governativa ha fatto il bullo burocratico.

   E così, giorno dopo giorno, tra tanta paura e tante annunciazioni di morti ecco che la miccia si accende fino a far esplodere un’altra bomba.

   Alla fine esce sempre un generale o un nuovo capo politico o qualche antieroe improbabile. La storia ne è piena di esempi. E soprattutto c’è un dato naturale incontrovertibile. Fa parte del DNA umano. Nelle epidemie e nelle pandemie di vecchia data è sempre accaduto che l’umanità, nel suo insieme, prima o poi si muove per adattarsi al male. Andrà avanti rompendo le regole perché sentirà il bisogno di rimettere in ordine il proprio ruolo. E quando lo fa, la domanda è sempre la stessa: come lo farà?

   E questa domanda non ha mai una risposta, ma solitamente spaventa i governanti, dove si troveranno anche loro davanti a una domanda inevitabile: e adesso?

   Già. E adesso?

Aurélien Facente, maggio 2020

Il bavaglio della censura governativa e social che si vuole usare nei confronti del libero pensiero all’epoca del Covid-19

Nella mia linea editoriale, se tale si può definire, ho sempre cercato di delineare la necessità del racconto per narrare la società. Uso la mia esperienza e i miei occhi per proporre, mai imporre, un semplice punto di vista, e quando mi sono occupato di determinati argomenti l’ho sempre fatto nella maniera più corretta possibile, avendo anche l’aiuto di qualcuno che magari ne sa più di me.

   Non sono un tuttologo, ma di sicuro ho letto e scritto tanto. So mettere insieme due frasi, e conosco abbastanza bene l’analisi logica. Sono stato educato dai miei genitori e dalla società nella quale sono cresciuto all’ascolto e a usare la testa quando serve.

   Ho praticato il giornalismo per alcuni anni, e mi piaceva. Ho abbandonato quando ho capito che il giornalismo italiano preferiva cercarsi i like piuttosto che curarsi la qualità della notizia. E così ha fatto la politica.

   Oggi politica e giornalismo vogliono il gradimento, ma non si curano della sostanza.

   Quando avviene questo binomio, la democrazia corre un grosso pericolo.

   Scrivere e raccontare non vuol dire compiacere.

   Assolutamente no.

   Però, se vuoi essere degno dello scrivere e del raccontare devi sempre farlo con la consapevolezza che parli alle persone, e parli anche di persone.

   Il mio personale approccio è forse più letterario, ma se devo denunciare prima mi devo preoccupare di raccontare e mettere insieme i dettagli. Perché la gara della notizia non deve essere a chi arriva prima per arrivare sempre primi, ma per come la racconti.

   Quando ho capito che bisognava essere superficiali, ho preferito abbandonare, spinto anche da situazioni strettamente personali.

   Dalla mia personale decisioni sono passati nove anni, e solo di recente ho deciso di ridare voce alla mia voce e alla mia scrittura. Perché essere indifferenti vale sempre fino ad un certo punto. Perché se hai la possibilità di fermare un mostro, lo devi fermare.

   Ecco perché sono tornato a scrivere, e a raccontare.

   Oggi, in Italia, si vive il Covid-19 o Sars-Cov2 o Coronavirus 24 ore su 24. Un martellamento di notizie alla rinfusa che hanno di fatto violentato le persone di tutti i giorni nella dignità, nell’economia e nella salute.

   Per oltre 50 giorni ho tenuto dirette con l’augurio che le persone di tutti i giorni riprendessero a respirare, a non farsi mangiare dalla paura. Nel frattempo, indagavo e mettevo insieme tante cose perché io non credo al cosiddetto “asino che vola”.

   Fermo restando che il sottoscritto non ha mai negato l’esistenza del virus e nemmeno che purtroppo ci sono stati tanti morti. Anche dalle mie parti è morto qualcuno per il Covid-19.

   Però ho sempre tenuto la testa vigile.

   Non ho mai creduto a quello che la tv e i media tradizionali hanno diffuso al 100%.

   Perché io sono un malato cronico, e non posso permettermi di condannare una persona infettata e asintomatica solo perché, purtroppo, non sapeva di esserlo. Il condannare persone che hanno solo avuto il desiderio di farsi una passeggiata in solitaria è uno degli orrori che questo battage politico-mediatico ha portato avanti per distogliere l’attenzione dal vero problema.

   Ritorniamo a noi.

   Bazzico i social da dodici anni ormai. Ne conosco i limiti e ne conosco i pregi, e soprattutto ne conosco il tipo di pubblico. Ho sempre rispettato le regole al 99%. Sui social applico una politica “attendista”, soprattutto quando si parla di realtà. Non ho mai promosso violenza, razzismo, pregiudizio. Ma il rispetto del pensiero sì.

   Nelle mie dirette Facebook ho sempre lasciato parlare le persone, anche quando m’insultavano. A volte, ho anche risposto. Perché il rispondere, anche se non piace, è una rassicurazione. Ho conosciuto tante persone impaurite, e alcune con il dubbio di poter aprire la finestra e respirare. Tante persone terrorizzate, quando in realtà il governo aveva la responsabilità di promuovere la prudenza, non d’imporla con una tal forza dittatoriale. Come se l’italiano medio non potesse capire.

   Gli italiani, nella Storia, hanno avuto sempre una grande forza. Non se ne rendono conto perché vivono il momento, ma quando si mettono insieme sono capaci di muovere un intero Paese, molto più della politica.

   Ho notato in questo periodo la chiara volontà di un sistema mediatico a voler fare sentire le persone in colpa, come se le stesse fossero responsabili della natura di un virus che si muove indipendente da tutte le volontà in campo. Ho notato l’umiliazione fatta a tanti cittadini, trattati come bambini capricciosi quando in realtà si fermavano per parlare. Mi è stato detto da un signore con la divisa che io avevo mentito sul mio diabete, ma non l’ho raccontato perché era una questione che riguardava me e che potevo tranquillamente dimostrare.

   Sia chiaro. Io non ho paura del Covid-19, ma lo rispetto. Così come rispetto la legge, anche se non mi piace.

   Perché la volontà di raccontare si muove sempre nella linea di confine. E se devi dare l’esempio, sul confine devi saperti muovere.

   Perciò, quando ho scoperto la notifica di Facebook che mi censurava alcuni link perché esageravano la realtà, mi è venuto da ridere.

   Due video da YouTube: uno riguarda me e riguarda la mia opinione, sorridente, sulle ordinanze del 29 aprile 2020 emanate dalla Regione Calabria, a firma della Governatrice Jole Santelli, che hanno fatto rumore sui social. Un rumore delirante, figlio dell’incertezza accumulata, delle persone che non sapevano quando uscire di casa per vedere un po’ di sole. Il video è stato bollito come una fonte di notizie esagerata. Certo, ma la paura mica la cancelli.

   Poi un video pubblicato su YouTube dalla testata Byoblu24, con una lunga intervista fatta al giornalista Giulietto Chiesa, deceduto di recente tra l’altro. La condivisi sulla mia pagina pubblica principalmente perché considero, tuttora, Giulietto Chiesa un testimone eccezionale della nostra epoca, indifferentemente dal colore politico.

   Le persone che raccontano vanno sempre ricordate.

   Perciò per due link vengo punito leggermente dal sistema Facebook. Un piccolo bavaglio, come si suole dire. Pazienza. In fondo Facebook mi ha concesso spazio abbastanza, però ho l’impressione che adesso il libero pensiero non sia tollerato.

   Perché da una parte ci sono medici che vogliono parlare, che vogliono tranquillizzare le persone, che vogliono dir loro che la speranza non è morta. Perché ci sono giornalisti narratori che, andando contro le linee del pensiero governativo e televisivo, vi dicono e continuano a ribadire che le persone devono pensare con la loro testa.

   Il bavaglio, caro Zuckerberg, non lo puoi mettere a nessuno. Capisco le regole che vanno rispettate, sia chiaro. Ma quando il tuo social comincia a essere infettato, senza aver possibilità di controbattere in privato, dallo spettro della censura governativa e politica allora mi devo un pochino ricredere.

   Facebook si può incatenare. È un sistema virtuale. Basterebbe spegnerlo ad esempio.

   Ma il pensiero libero non lo puoi incatenare. Puoi frenarlo, ma non lo puoi incatenare. Ci hanno provato i grandi tiranni per poi essere rigettati dalla loro popolazione. Perché la tirannia è sempre una pagina oscura.

   Quindi, ai signori supremi dei social dico largamente che me ne infischio del bavaglio. Anzi, prego loro di lasciare uno spazio di difesa a garanzia dell’utente. Perché nella Storia si entra quando si lascia il pensiero camminare libero. L’affermazione della verità è un processo da conquistare, mai da imporre.

   La verità imposta nasconde sempre la più grande delle bugie.

Aurélien Facente, 12 maggio 2020

Video 1 contestato da Facebook
Video 2 contestato
Ascoltate il video del direttore di Byoblu24 perché conferma bene quello che ho scritto nell’articolo, ovviamente con le dovute differenze.