Top Gun: il sogno segreto di mio papà

Papà adorava gli aerei. Papà era un patito. Quando ero piccolo, il professor Alfredo Facente mi portava nelle manifestazioni aeree che si tenevano in Francia, tra l’aeroporto di Roanne e di Lapalisse. Papà mi portò a vedere la pattuglia acrobatica italiana all’aeroporto Sant’Anna, e quando vedeva i jet volare e fare le coreografie ritornava bambino. Papà, in cuor suo, voleva volare.

Ma, ahimé, la vista non glielo permetteva. Ha dovuto “accontentarsi” di restare un uomo d’acqua, vista la sua grande passione per il nuoto.

Nel 1986 sbarcò nei cinema il film “Top Gun” diretto da Tony Scott, con un Tom Cruise proiettato verso il successo.

Papà andò a vederlo al cinema Ariston nell’ottobre 1986. Ci andò da solo. Voleva portarmici, ma purtroppo mi prese la rosolia, una malattia dell’infanzia. E se ne fece una colpa. Perché vedere Top Gun al cinema gli permise di entrare nell’abitacolo dell’F-14 americano.

Al ritorno dal cinema, era mosso dalla meraviglia di un bambino. Spoilerava il film, adorava Tom Cruise, e soprattutto descriveva il valore di amicizia tra Maverick e Goose. Ma per lui era il volo che contava.

“Top Gun” fu trasmesso in tv per la prima volta da Canale 5. Ho dovuto accontentarmi dello schermo televisivo di un vecchio Grundig nel tardo 1988 per vedere le prodezze di Maverick.

Papà era sempre il bambino che amava volare. Io, a dire il vero, ero più affascinato dalla colonna sonora più che dagli aerei.

Però guardavamo le repliche, almeno una l’anno.

Passarono gli anni, e papà mi disse: “Guarda che vogliono fare il seguito. Dobbiamo vederlo quando uscirà. Dobbiamo vederlo al cinema perché voglio che tu abbia la stesa voglia di volare che ho io.”

E rimase in attesa di questo Top Gun che non arrivava, nonostante cercasse notizie sull’inizio della produzione. Si era pure messo in testa di scrivere una lettera diretta a Tom Cruise, dicendogli di sbrigarsi. Perché voleva semplicemente vederlo con me.

Gli anni sono passati.

Papà morì nel 2019. Una malattia tremenda. Però Top Gun lo teneva legato a me. Nei giorni lunghi del suo letto, mi chiedeva se avevano iniziato le riprese. Gli avevo dato la notizia che il film era entrato in produzione nel 2018 e che Tom Cruise sarebbe tornato a recitare nel ruolo di Maverick.

Papà, prima della sua dipartita, mi fece promettere che sarei andato al cinema con lui appena si fosse ripreso. Perché voleva volare con me.

Purtroppo per il prof. Alfredo Facente la chiamata in cielo fu anticipata.

Ieri 26 maggio sono andato a vedere il secondo Top Gun con Tom Cruise.

Ore 21.27 pago il biglietto del cinema Apollo.

Ore 21.30 inizia il film.

Mi siedo da solo, nel posto che papà ed io sceglievamo quando andammo a guardare altri film in passato. Mi sono messo nella posizione abituale, lasciandogli la poltrona alla mia sinistra. E ho guardato il film. L’ho guardato come lo avrebbe voluto vedere papà. Gli avevo promesso che avrei pagato il biglietto per vederlo.

E in qualche modo, mia impressione, era come se fosse stato accanto a me. Nelle scene di volo avrei visto i suoi occhi brillare, e poi magari si sarebbe voltato verso di me per assicurarsi che lo spettacolo mi piacesse.

Il film termina.

Le luci in sala si accendono.

E papà se n’è andato.

Esco con una piccola lacrima.

Arrivederci, papà. In qualche modo lo abbiamo visto insieme.

Grazie, Tom Cruise. Alfredo Facente in qualche modo è riuscito a volare di nuovo, con me nella cabina di pilotaggio.

Aurélien Facente, 27 maggio 2022

Inginocchiarsi non è una moda, ma deve essere un gesto spontaneo

Sta facendo discutere una strana moda culturale contro il razzismo. Sembra che adesso inginocchiarsi per dimostrare di essere contro il razzismo sia diventata la priorità per dimostrare di non essere razzisti. Beh, la simbologia può avere un significato profondo quando il gesto è spontaneo, ma non imposto.

In occasione degli Europei calcistici, se ne stanno ascoltando di tutti i colori letteralmente. Ormai è evidente che ci sono nazionali multietniche (la Francia in primis, ma anche Inghilterra, Italia, Germania per citarne altre). Lo sport mette pace dove la politica non riesce. La storia dello sport è piena di queste imprese. Basta studiarla. Nello sport tutto deve essere all’insegna della spontaneità. L’abbraccio degli azzurri italiani in mondiali passati è stato un esempio di forza e di unione.

Eppure la moda dell’inginocchiarsi deve essere praticata per forza. Come se la cosa dimostrasse già da sola che sconfiggerà il razzismo. Mi rendo conto che ci vuole una simbologia, ma se viene imposta da qualche capopartito per fare il piacione agli occhi del mondo rasenta l’ipocrisia al massimo.

Enrico Letta, ad esempio, impera in televisione con questo tipo di pensiero, che si potrebbe condividere se la cosa fosse vista come un invito alla riflessione. Ma evidentemente Enrico Letta e simili non hanno letto André Gide o James Baldwin nel dettaglio, oppure non conoscono il cinema di Spike Lee o forse non hanno nemmeno visto il film “Mississippi Burning” di Alan Parker. Potrei andare avanti nell’elenco di autori. Doveroso ricordare Harper Lee con il suo libro “Il Buio oltre la Siepe”. Ma potrei continuare.

Sono autori che, attraverso varie forme di narrazione, hanno combattuto e parlato meglio del razzismo più di altri, ma non hanno mica chiesto agli altri di inginocchiarsi.

Il simbolo della scusa, della richiesta del perdono, del porre la mano in segno di pace è un gesto di grande discrezione semmai. Deve avere una sua spontaneità se avviene con una certa discrezionalità. Se deve avvenire perché si deve fare spettacolo, allora sarà finto. O apparirà come tale. Non sarà convincente.

Ci sono modi e modi per dimostrare di non essere razzista, caro Enrico Letta.

Educare alla lettura di opere come “La Prossima Volta il Fuoco” di James Baldwin all’interno delle scuole, oppure farlo rieditare in una collana di libri economici affinché possa raggiungere una platea.

Promuovere la visione del cinema di Spike Lee nelle università o anche nelle scuole stesse, o perché non trasmettere in prima serata su RaiUno film come “Jungle Fever” o “Fà la cosa giusta” invece di propinarci di serate a perditempo con facce come quelle dei politici attuali? Non sarebbe meglio?

Fare gesti concreti di solidarietà senza fare la continua predica, evitando determinati spettacoli.

Lasciare spazio ad una vera informazione reale, e non ad amplificazioni della realtà.

L’uomo bianco ha commesso tante porcherie in passato, ma non è l’uomo bianco di oggi. Oggi la maggior parte degli uomini bianchi sanno che ci sono anche i gialli, i rossi e i neri. I bambini già crescono insieme senza guardare il colore dell’altro. Basta farsi un giro nelle scuole per verificare. Basta vedere quando giocano insieme, e quando saranno adulti troveranno il modo di continuare a essere amici. Lo faranno spontaneamente, non perché gliel’ha detto qualcuno in televisione.

Perché qua si decanta, ma non si guarda la realtà nel dettaglio.

Ogni luogo ha una storia. Ogni luogo ha delle persone. Ogni luogo si arricchisce quando il prossimo sa di avere le stesse possibilità di crescere come l’altro, in termini lavorativi, economici e culturali. Ogni luogo si arricchisce quando questo avviene con una certa spontaneità. Ogni luogo si arricchisce quando io voglio conoscere l’altro per quello che è, non per quello che mi appare. E richiede un certo tempo tra l’altro. Non si obbliga, ma si educa. Vale per me, come vale per l’altro.

La violenza si combatte sempre. Ma non lo fai imponendo. Perché la violenza c’è sempre stata. L’essere umano è violento per natura, e solo con il tempo acquisisce la saggezza. E l’acquisisce con la conoscenza e con la voglia di stare insieme all’altro.

Le grandi trasformazioni della società non sono mai avvenute perché l’hanno voluto fare i politici, che nella storia sono stati spesso i peggiori negazionisti. Basta studiare il mondo in cui agiva Martin Luther King. O provate a chiedere ad André Gide quando andò in Congo per poi tornare a denunciare il cattivo colonialismo francese. Ci saranno purtroppo sempre sacche di violenza e di ignoranza, ma si combatteranno sempre quando la voglia di conoscere e di stare insieme saranno spontanee.

La conoscenza è la migliore arma contro il razzismo, la cultura per combatterlo, il gesto spontaneo per dimostrarlo. Non perché lo dice qualcuno in televisione.

Un gesto ha sempre bisogno della discrezionalità del cuore per essere sincero. E sarà sempre così.

Aurélien Facente, 26 giugno 2021

Cultura da Virus: Resident Evil di Paul W. Anderson

Resident Evil è prima di tutto una serie di videogiochi prodotti dalla Capcom. Un successo commerciale per un videogame che ti dava la possibilità di vivere un’avventura quasi in prima persona in una città infestata da zombie infettati con un virus letale. Il successo fu tale verso la fine dei 90’, che si cominciò a pensare di farne un film.

   Nel 2002 uscì il primo film di Resident Evil, diretto da Paul W. Anderson, che tra l’altro aveva già diretto un altro film tratto dai videogiochi, quel Mortal Kombat mezzo riuscito nel 1995 che aveva già un ritmo indiavolato.

   Resident Evil è un film veloce. Appena meno di cento minuti. I primi dieci minuti sono un capolavoro. Descrivono l’incidente dentro il palazzo/laboratorio con tanto di fuoriuscita del virus. Una scena che farebbe felici i complottisti del coronavirus che sostengono l’esistenza di un virus militare realizzato in Cina, proprio a Wuhan. Magari il laboratorio è anche uguale. Ma torniamo al film.

   La telecamera del regista si sposta su Alice, interpretata da una efficace Milla Jovovich, di cui non sappiamo niente che si sveglia in una villa stupenda, ed è senza memoria. Dentro la villa appare un personaggio maschile, e subito dopo entra la squadra di mercenari mandata dall’Umbrella Corporation, e si scopre che la villa è l’ingresso di un super laboratorio sotterraneo dove vengono compiuti esperimenti genetici e si realizzano virus super distruttivi, ma talmente intelligenti da uccidere le persone e renderle zombie. Come la squadra oltrepassa la porta d’ingresso, inutile dire che ha inizio l’incubo.

   La sceneggiatura non offre spunti geniali, ma il film è uno spettacolo di tensione. Offre anche i suoi buoni colpi di scena. I personaggi sono abbozzati il giusto. Forse solo la donna mercenaria interpretata da Michelle Rodriguez è antipatica, sgradevole, rude e cazzuta. Il contrario di Milla Jovovich, che è una bella donna, ma saprà essere cazzuta il giusto. Un ruolo che ricorda molto quello di Sigourney Weaver in Alien e Aliens – Scontro finale, ovvero quello di una donna apparentemente fragile.

   Poi il film alza il ritmo, e non mancherà di mostrare i suoi effettacci speciali.

   Il particolare originale è la visione scientifica dello zombie, qui trattato come vero e proprio virus da abbattere e da evitare.

   Pur essendo l’adattamento infedele di un videogioco, Resident Evil entra di diritto nei film di fantascienza, del genere “virus”. In particolare proprio questo film, che purtroppo non regge il peso del tempo dal punto di vista degli effetti speciali, che ha un’atmosfera che non si ripeterà nei suoi cinque seguiti (che saranno ben più d’azione, alzando il tasso di spettacolarizzazione).

   Una menzione, però, la meriterebbe il diretto seguito, “Resident Evil: Apocalypse”, di qualche anno successivo per un motivo che si lega all’attualità dei giorni nostri.

   La scena della quarantena imposta alle porte della città immaginaria di Racoon City, che sarà isolata dal resto degli Stati Uniti.

   Una scena molto ben diretta.

   Okay, ci sono gli zombie. È horror puro. Fatto per divertire soprattutto. Dopotutto è un videogame adattato a film. Solo che, a rivedere oggi il primo film della saga, sembra che forse i media italiani ci stanno danneggiando il nostro senso di realtà proprio con una sceneggiatura presa da Resident Evil.

Aurélien Facente, marzo 2020

Qui il video degli Slipknot, la cui canzone funge da colonna sonora al primo film della saga di Resident Evil

Cultura da Virus: Doomsday di Neil Marshall

Mentre impazza in Italia ormai la fobia del coronavirus, vi consiglio di recuperare il film Doomsday di Neil Marshall, uscito nel 2008. Lo troverete in dvd, e forse su qualche emittente Mediaset (visto che fu Medusa a distribuirlo in Italia), ma guardatelo solo se avete lo stomaco forte. Il film è violento, tamarro, esagerato. Ma dannatamente fatto bene.

   La trama? Scozia, 2008. Un virus mortale impazza in una Scozia contemporanea, e la madre Inghilterra costruisce un enorme muro per imporre una quarantena con la forza. Si scatena la guerriglia. Una bimba riesce a fuggire, non senza difficoltà e perdendo anche un occhio. Ma la Scozia resta condannata a se stessa, e l’Inghilterra, in questa storia, costruisce la sua pagina più sanguinosa pur di contenere il virus.

   Passano gli anni. La bimba diventa adulta, e scopriamo che è una specie di super agente segreto, interpretata da una brava Rhona Mitra, al servizio del governo inglese. Adottata e cresciuta da un super commissario, interpretato ottimamente da Bob Hoskins, le sarà affidata la missione di andare in Scozia, perché un focolaio del virus mortale si è sviluppato a Londra, e pare che oltre il muro ci siano dei sopravvissuti, il che li rende ideali per sviluppare un vaccino.

   La super agente quindi ha l’occasione di tornare nella sua terra natia, dove scoprirà che dopo tanta morte si è eretta una società anarchica e violenta, molto medioevale nella crudeltà, e il viaggio la porterà ad incontrarne addirittura il re, interpretato da un ottimo Malcolm McDowell in uno dei suoi ruoli più nichilisti.

   E nel frattempo a Londra la pandemia scoppia.

   Vi ho raccontato il film, ma la fine no.

   Non serve. Tanto è prevedibile.

   Il film di Neil Marshall è un multigenere. Inizia come un film apocalittico, prosegue come una sorta di “Fuga da New York”, diventa un film horror barbarico per poi addirittura inglobare una corsa automobilistica da rivaleggiare benissimo con l’ultimo Mad Max (che uscirà anni dopo).

   Un mix che potrebbe risultare indigesto, anche perché il ritmo è indiavolato, il che è un pregio per un qualcosa che ha dei déjà-vu. Ma al di là di ciò, il film è importante riscoprirlo per due motivi principali.

   C’è un discorso fantapolitico, ma molto politico. Dinanzi a un’emergenza, i politici non temono di sporcarsi le mani. Anzi, usano la storia del virus e del probabile vaccino per rilanciare la propria campagna elettorale, a discapito della verità. Il che fa sembrare Doomsday, visto oggi in pieno periodo coronavirus, come un qualcosa di terribilmente profetico. Sì, perché poi c’è l’excursus sociale. La quarantena imposta, la zona chiusa, le regole ferree della cosiddetta zona rossa, ovviamente in un contesto più violento e più esagerato.

   Basta solo questo elemento per rendere appetibile il film, che però ha il difetto di essere estremamente violento, perciò pubblico avvertito: il film non è per bambini.

   Neil Marshall si era fatto conoscere per un horror spaventosissimo e notevole come “The Descent”, e in questo film mostra di saper usare bene la telecamera, soprattutto nelle numerose scene violente.

   Poi c’è il ritratto di una società disgregata, con i sopravvissuti lasciati nel più completo abbandono dalla madre Inghilterra, ma anche dal resto del mondo.

   In effetti, se uno ci riflette bene, l’indifferenza può essere un focolaio di un virus chiamato violenza.

   E poi c’è lei, l’eroina senza macchia interpretata da un’affascinante Rhona Mitra, che qualche anno più tardi interpreterà una serie tv che ha a che fare con un virus distruttivo, ovvero “The Last Ship”, ma qui ci si ferma.

   Doomsday è un film disturbante. Ecco, questo sì. Ma molto probabilmente è il solo che riesce a farci vedere l’estremismo di determinate scelte.

   E oggi, in periodo coronavirus, sembra proprio di vivere qualcosa di simile a Doomsday, solo che in questo film chiamato realtà non abbiamo ancora trovato l’eroe che possa farci dormire sonni tranquilli.

Aurélien Facente, marzo 2020

Cultura da Virus: 28 giorni dopo, di Danny Boyle

Un film che non passa in televisione da qualche anno è “28 giorni dopo”, il film che ha ridato freschezza e regia al versatile Danny Boyle, che mette in immagine una sceneggiatura di Alex Garland.

   Siamo a Londra. Un’epidemia devasta la Grande Inghilterra. Un virus sconosciuto partito da un animale. Un uomo che si risveglia dal coma, e rimettendosi insieme gira per le strade abbandonate di una spettrale e illuminata Londra di primo mattino. Ma la verità là fuori non è così illuminante.

   I contagiati sono in agguato pronti ad aggredire il prossimo, e così il protagonista, interpretato da un efficace Cillian Murphy, si trova all’interno di un incubo che ha distrutto e spopolato l’Inghilterra.

   La prima parte del film è dedicata all’esplorazione della Londra spettrale. Il protagonista incontrerà altri sopravvissuti. Si confronterà con realtà violente. Cercherà di capire dov’è finita la vera umanità.

   Poi inizia la seconda parte. Quella che ci rivelerà che forse c’è qualcosa di peggio dei contagiati del virus sconosciuto.

   Quella che riguarda la reale essenza dell’umanità, forse l’orrore più violento del virus stesso. E Jim, alias Cillian Murphy, affronterà deciso il tutto, tra militari impazziti e infetti simil zombie.

   Altri interpreti sono Naomie Harris, Brendan Gleeson, Christopher Eccleston. Un cast sconosciuto all’epoca del film (che uscì nel 2002).

   Non parliamo di incassi, ma parliamo del film in sé.

   Coraggioso e creativo. Parte come un film horror apocalittico, ma poi prende una direzione totalmente diversa.

   È un film, che nonostante la mole di scene violente (tutte logiche), non rinuncia mai a trovare speranza nella vita.

   Jim, il protagonista interpretato da Cillian Murphy, è forse uno dei più originali in un film del genere.

   Ci sono varie scene nel film che mettono a dura prova la psiche di Jim, già provata dal fatto di essere stato per giorni in coma. Eppure, nei suoi silenzi e nella sua consapevolezza, riesce a restare lucido e amante della vita in un mondo apparentemente finito, o quasi, come lui stesso scoprirà.

   Danny Boyle è un regista coraggioso. Sa essere delicato come pochi, ma sa anche essere crudele quando serve. Qui è accompagnato da una sceneggiatura di Alex Garland, autore alquanto geniale, cinematograficamente parlando.

   “28 giorni dopo” è film che vale la pena vederlo, anche se bisogna avere uno stomaco duro. Non tanto per le scene di violenza, ma per il fatto che ad un certo punto cambia registro. Diventa un film di odio, quell’odio umano che rende irrazionale una persona, soprattutto quando è mangiata dalla paura e dalla psicosi di dover sopravvivere.

   Film quindi estremo sotto tanti aspetti, ma il ritorno all’umanità, al voler tornare a vivere una vita è ciò che rende la storia unica.

   Perché il vero male, come scopriremo attraverso il viaggio di Jim, non sta nella natura ribelle di un virus, ma si annida nel cuore di un essere umano. E sta proprio a noi fare la differenza per ritornare ad un concetto di umanità vera.

   “28 giorni dopo” è presente nel mercato del dvd.

Aurélien Facente, 28 febbraio 2020

Cultura da Virus: Contagion di Steven Soderbergh

Steven Soderbergh non è un regista qualunque. È un autore raffinato e sperimentale. O lo ami o lo odi. Non ci sono vie di mezzo. Ogni suo film ha un suo perché, ma soprattutto ha un suo stile personale.

   Steven Soderbergh sa lavorare con i cast, sa scegliersi gli attori, sa usare la telecamera come farebbe un fotografo, sa lavorare con le immagini. Le sceneggiature dei suoi film lasciano dei perché alle volte. Non è un regista per tutti, ma quando esce un suo film, anche il più insensato in realtà ha un senso. Soderbergh ha un pregio. È un regista che sa lavorare su più generi.

   Quando Contagion uscì nel 2011, mi ritrovai sorpreso di questa scelta. Di raccontare attraverso varie persone il cammino di un virus che infetta il mondo. Dal trailer sembrava un film di genere, dai facili effetti, dal plot più sensazionalistico che di solito queste produzioni riservano.

   In effetti, non fu molto capito.

   Perché Contagion non è un film su un virus affrontato dagli uomini.

   È il viaggio di un virus attraverso le vite di tanti esseri umani.

   Nel film, i protagonisti sono vari. Hai lo scienziato, hai il dottore, hai il marito che perde la moglie e il figlio, hai la figlia impaurita, hai la dottoressa che agisce nelle zone di quarantena, ma soprattutto riesci a vedere il viaggio del virus, che diventa la scusa anche per raccontare quello che forse è il maggior male, ovvero la paura delle persone che si manifesta in ipocrisia e altro ancora.

   Non è un film buonista. Racconta i diversi modi d’interpretare la paura in un fenomeno complesso come la natura di un virus.

  Il cast fa il suo onesto lavoro. Matt Damon è un attore che sa dire la sua, così come Laurence Fishburne. C’è una bella Gwyneth Paltrow che è l’inizio del film, e anche se appare in poche scene sarà proprio il suo personaggio la chiave di tutta la lettura.

   La struttura del film è complessa, ma curata nei dettagli. Infatti, soprattutto dal punto di vista scientifico tutta la storia è attendibile. Anzi, sta già succedendo.

   Steven Soderbergh riesce in meno di due ore di descrivere l’effettivo impatto sociale (anche se il film una narrazione fantapolitica, che oggi è reale però), e non credo nemmeno che all’epoca gli autore avessero pensato a quello che sta avvenendo oggi con il coronavirus.

   Bene, Contagion è il perfetto film che racconta qualcosa di simile come il coronavirus. Il personaggio interpretato da Jude Law rappresenta proprio quel modo di fare notizia che non tranquillizza per niente, e perciò non aiuta. Ma è proprio attraverso gli occhi di questo personaggio che intravediamo anche il comportamento dei media, che ovviamente offrono il loro pasto quotidiano di notizie gonfiate di sana paura.

   In questi giorni, Contagion è un film da procurarsi.

   Se non altro, perché oggi, rivedendolo con più attenzione, risulta essere un film verità.

   In dvd lo trovate tranquillamente.

   In tv, in questi giorni, guarda caso non lo mandano in onda.

Aurélien Facente, 25 febbraio 2020

Cultura da Virus: The Contaminated Man (L’Esecutore) di Anthony Hickox

Se siete presi dalla paranoia del coronavirus, allora questo è lo spazio per voi. Uno spazio culturale (cinema e letteratura, ma anche altro) che vi farà capire quanto l’argomento epidemia è stato trattato in precedenza, e quante volte la finzione sia in verità molto connessa dalla realtà, perché gli autori hanno pur sempre bisogno della realtà per raccontare una storia.

   Primo film in rassegna è “The Contaminated Man” diretto da Anthony Hickox, uscito esattamente vent’anni fa nel 2000. Lo interpreta un bizzarro William Hurt accompagnato da un sempre bravo Peter Weller.

   La sinossi è abbastanza semplice: narra della fuga di un uomo contaminato da un virus letale, e della caccia dietro di lui.

   Il film, tecnicamente, è molto televisivo. Ma si lascia seguire bene. Il personaggio di William Hurt è abbastanza atipico e bizzarro. Interpreta uno scienziato che va a caccia di virus fuoriusciti da laboratori sconosciuti, ed è seguito da una squadra efficiente.

   In questo film s’imbatterà in un “paziente zero” in fuga, pericolosissimo per via del fatto che è un portatore, e… Il paziente zero è interpretato da un bravo Peter Weller, che ci offre forse la migliore interpretazione del caso, ovvero quella di un semplice uomo normale che non voleva fare del male.

   Nel film c’è anche la storia d’amore e la classica storia dei servizi segreti legati alla creazione del virus, ma è il personaggio di Peter Weller che risulta essere la carta vincente del film. Un personaggio normale combattuto e ferito che ha la consapevolezza di aver combinato qualcosa di brutto, ma che ha perso il controllo della situazione perché spinto dall’amore per un figlio lontano. Una persona che potrebbe essere il vostro vicino di casa, e che meriterebbe più comprensione piuttosto che odio.

   Il film è breve nella sua durata, e il plot è quanto di più semplice In fondo parliamo di un film di serie B che, però, merita la sua possibilità di poter essere nuovamente diffuso, perché al di là del complotto presente, il confronto tra William Hurt e Peter Weller presenta forse la migliore razionalità umana che si dovrebbe avere nella realtà, quando si incontra un paziente zero.

   Già, il paziente zero. Se ne parla tanto oggi a causa di tutto quello che si racconta del coronavirus. Il paziente zero è semplicemente una persona che forse non sa nemmeno di avere il virus, e che potrebbe essere appunto anche una persona alla quale volete tanto bene.

  Il dvd si dovrebbe trovare. In Italia “The Contaminated Man” è stato tradotto con il titolo di “L’esecutore”, non propriamente azzeccato perché l’esecutore lo troverete solo alla fine del film.

   Un piccolo film di fantascienza solo per farvi capire che non bisogna demonizzare, ma comprendere prima di tutto.

Aurélien Facente, febbraio 2020

Hammamet, un film di Gianni Amelio (visto da me)

L’ho visto sabato sera. E ho atteso qualche giorno prima di scriverci qualcosa. Forse non ne valeva la pena scriverci. Si è letto di tutto su questo film. Però mi ha incuriosito il contrasto tra pareri positivi e negativi.

   Accade sempre quando esce un film controverso, figuriamoci poi se questo film parla di Craxi, dei suoi ultimi giorni da latitante in esilio in Tunisia, in una villa a pochi passi da Hammamet.

   Craxi resterà sempre un politico controverso e fastidioso per taluni, geniale e patriottico per altri. In fondo, si tratta di un personaggio che è stato protagonista, nel bene e nel male, di un importante periodo italiano.

   Ma fermiamoci qui.

   La storia di Craxi la conosciamo, o almeno crediamo di conoscerla. E forse è meglio restarne un po’ a distanza, se non altro per rispetto di un uomo politico che ha amato a modo suo l’Italia, essendone stato un rappresentante politico.

   Sono stato combattuto nel vedere il film.

   Alcuni lo vedono come un tentativo revisionista con spunti commerciali. Altri lo vedono come un film non coraggioso.

   Per vedere un film del genere è meglio non farsi influenzare. Resta da ammettere che resta un film controverso.

   Fosse stato una graphic novel, forse avrebbe reso meglio. Un fumetto rende meglio una visione revisionista, e forse avrebbe reso meglio la storia. Anzi, l’avrebbe anche giustificata in alcune visioni.

   Però il film di Gianni Amelio trova il suo perché.

   Lo trova nel suo attore, un favoloso e perfetto Pierfrancesco Favino, che riesce a essere Craxi, a essere l’Attore con la A maiuscola. In queste due ore troverete quello che è la maestria di un attore vero. Certo, il merito va forse condiviso con il regista, perché alla fine è la camera diretta da Gianni Amelio che riesce a ridare in qualche modo vita a Craxi, o almeno all’idea che ci facciamo di lui.

   Due ore e passa volutamente lente, forse perché era meglio così.

   L’idea di un esilio lontano da tutto e da tutti.

   Una mossa che non è piaciuta a tutti.

   Ma forse la sola che ci ha permesso di godere al meglio dell’’interpretazione di Favino.

   Hammamet è un film controverso. Eccede nel voler essere estremamente rispettoso e riverente nei confronti del Craxi uomo, e si ferma alla superficie del politico.

  Quasi due ore e mezzo non sarebbero mai bastate per raccontare di Bettino Craxi, e non sarebbero nemmeno bastate per raccontare la sua visione politica.

   E allora meglio provare a raccontare quella che è la sua fine. La fine di un uomo che ha amato tanto la politica come mezzo nobile per contribuire a costruire una civiltà.

   Gianni Amelio fa di tutto per non canonizzare Craxi, per non renderlo il personaggio di una fiction dimenticabile. Usa la camera in modo molto delicato per provare a raccontare con semplicità l’essere umano e basta.

   Perciò il risultato finale del film ci lascia con l’amaro in bocca.

   Perché ci troviamo davanti ad un semplice racconto di un uomo.

   Sarebbe servito un film più vicino alla verità, quando in realtà tante verità non sono mai state raccontate fino in fondo? Sarebbe servito un film crudele, che maltrattava la figura di Craxi, il fuggiasco che si è rifugiato a Hammamet?

   Un film non è il racconto del reale a tutti i costi. Un film racconta e basta.

   E il film racconta di un uomo e dei suoi ultimi giorni a Hammamet.

   Lo fa in maniera molto romanzata, certo. Usa anche qualche escamotage per rendere digeribile una storia che già parte con una sua complessità. Usa delle ingenuità narrative (che in un fumetto sarebbero più giustificabili) per rendere il film più godibile.

   Ma sono difetti che scompaiono man mano che seguiamo il percorso attoriale che si è dato Favino per interpretare Bettino Craxi.

   Hammamet mi è piaciuto perché è un racconto e basta, è la sintesi perfetta di regia e attore. E da qui trae la sua forza migliore.

   Ci sono anche le musiche del maestro Piovani. C’è un’ottima fotografia. C’è una visione di un qualcosa che ci spinge a riflettere prima di condannare.

   Un film, appunto, controverso.

   Consigliato a chi ama scoprire e godere della recitazione di un attore che si lascia guidare dalla mano narrativa di un regista che può ancora dire la sua.

   Sconsigliato di sicuro a chi ha dentro di sé profondi sentimenti politici. Lo vedreste come un film che giustifica Bettino Craxi, e vi guastereste lo stomaco.

   Hammamet è un film controverso. Piace e non piace. Ma resta comunque un lume importante sulla capacità del cinema italiano che, a volte, è capace di produrre un film che spinge sempre alla riflessione.

Aurélien Facente, gennaio 2019

Quel signor Craxi che mi metteva soggezione

Una premessa. Questo è un articolo già scritto in precedenza per un altro blog (oggi non più in attivo), ma lo riscrivo perché è uscito il film “Hammamet” di Gianni Amelio, incentrato sugli ultimi giorni di Bettino Craxi.

Quello che segue è un ricordo del tutto personale.

  Il primo politico che mi ricordo? A dire il vero quand’ero piccolo vivevo Crotone come un piccolo paese delle meraviglie. Lo è ancora oggi, ma oggi è una cittadina di meravigliose cazzate oltre che di meraviglie vere e proprie. Meno male che la penso così almeno non mi deprimo. La devo per forza pensare un po’ come nel Piccolo Principe. Non dimenticarsi mai di essere stati bambini. E vi assicuro che dinanzi a certe situazione è meglio avere con sé la visione del bambino.

   Il primo politico che mi ricordo non è papà, ma quello che vedevo al tg della Rai a casa del nonno. Mi metteva soggezione con quella sua altezza che non apparteneva ai politici italiani che a volte potevano essere grossi oppure bassi come i sette nani (o quasi).  È sempre stata la sua altezza, e poi aveva quel cognome strano, non propriamente italiano. In fondo Bettino mi stava simpatico, pur mettendomi soggezione. Perché anche lui aveva un nome strano per le orecchie di altri. Non conoscevo gente che si chiamava Bettino, ma non conoscevo nemmeno gente che si chiamava Aurélien. Ascoltare il suo nome spesso e volentieri mi dava un senso di sicurezza.

   Sono troppo piccolo per ricordare certi dettagli degli anni 80’. La tv era fatta per vedere il grande Mazinga e Jeeg Robot. Il tg lo schifavo. A me piacevano i supereroi. Ma Bettino mi stava simpatico. In fondo non era noioso, e sentire il suo nome m’instillava sicurezza.

Poi un giorno ci fu la sua visita a Crotone. Vidi l’evento in tv per qualche minuto. Bettino era a Piazza Pitagora. Lui parlava, e sotto di lui un sacco di gente.

   Man mano che sono cresciuto, poi ho capito chi era Bettino Craxi nella sua storia politica e italiana. Ogni tanto ne sento parlare, e le discussioni sono molto accese. Non so se definirlo eroe, ma di sicuro voglio spezzare una lancia a suo favore. Non è stato un ipocrita nel vero senso della parola. Nello scandalo Tangentopoli avrà avuto il suo ruolo di rilievo, ma è stato chiaro nell’ammettere che questo sistema è stato condiviso da tutti. Ha scelto l’esilio, e in fondo lo capisco. A nessuno gli va di giocare il ruolo del capro espiatorio principale, poiché il sistema era, di fatto accettato, da tutti.

   Ora non c’è più. Ma continuo a ricordarlo perché fantasticavo su di lui, perché con il suo nome, Bettino mi aveva aiutato ad accettare a essere Aurélien nel bene e nel male.

In realtà Bettino mi è tornato in mente per via di un sogno. Mi trovavo all’interno di un ateneo universitario dove dovevo svolgere un esame di politica. Ma dovevo seguire un corso prima di sostenere quell’esame, Insieme con me a fare il corso c’erano Silvio Berlusconi e Romano Prodi. E indovinate chi era il prof? Proprio lui. Il signor Bettino. Ma nel sogno era chiamato il professor Craxi.

   Nel sogno Silvio e Romano si facevano i dispetti l’un l’altro, ed io mi ci trovavo in mezzo quando volevo seguire la lezione di politica del professor Bettino, perché senza quella lezione non potevo studiare.

   A un certo punto il professor Bettino si accorse di Silvio e Romano. Senza neanche dire una parola, li tirò per le orecchie, e li buttò fuori dalla classe. Poi si rivolse verso di me, e mi disse con quel suo vocione: “Facente, non farti calpestare. Quando qualcuno fa il bulletto bisogna farlo smettere. E poi francamente quei due mi stavano sulle scatole da un po’. Bene, adesso torniamo alla lezione.”

   Mi svegliai. Era solo un sogno. Uno stupido sogno. Mi misi a sorridere a denti stretti. Non perché avevo sognato Bettino Craxi che tirava le orecchie di Romano Prodi e di Silvio Berlusconi, ma perché tutto il sogno era assurdo. Talmente assurdo che forse più di qualcuno avrebbe voluto che il sogno fosse realtà.

   La Storia la sappiamo un po’ tutti com’è andata, e purtroppo non possiamo cambiarla.

Tornai a dormire, sapendo che Bettino sarebbe inevitabilmente apparso in qualche mio blog. È pur sempre venuto a Crotone, e ha parlato a Piazza Pitagora, e c’era un sacco di gente, ma proprio un sacco…

   E questo un bambino non se lo dimentica.

   Non ho visto il film di Gianni Amelio. Non ancora. Ho ascoltato di tutto su Craxi negli anni che seguirono dopo il suo esilio e dopo la sua morte. Anche sul film se ne sono dette parecchie. Oggi non oso raccontare Craxi oltre il mio ricordo e questo sogno che feci anni fa. Ero bambino quando Craxi era al centro della politica italiana. Era il primo politico che ho visto in televisione. Lo riconoscevo facilmente. Mi colpì più degli altri perché era profondamente diverso. E molto probabilmente ha pagato questo “suo essere diverso”. Di sicuro, nascondere la storia di Craxi, nel bene e nel male, fa male al Paese. Perché per un periodo lui era il Paese…

Aurélien Facente, gennaio 2019