DATEL: dal miracolo alla disfatta. Un elenco di errori mai visti e sottovalutati.

Non ho nulla contro i lavoratori (700 circa) che hanno voluto difendere il loro posto di lavoro alla Datel, uno dei primi call center italiani al quale sarebbe doveroso dedicare una pubblicazione più dettagliata per capirne la storia.

Da subito, giusto per essere chiari, annuncio che questo articolo non sarà lacrimevole e nemmeno vittimista. Sono uno dei pochi che si vanta, stando a Crotone, di non averci mai lavorato, ma nello stesso tempo ammetto che non ho le qualità (caratteristiche) adatte per stare a fare il centralinista. Ma la Datel, ovviamente, non era solo la figura del centralinista, seppur prevalente come manodopera.

La Datel è oggi un argomento da dibattere e approfondire, ma farlo con la demagogia tipica del paesotto italiano è sbagliato. Perciò mi limterò ad un elenco di errori madornali che hanno portato alla chiusura di un qualcosa che sin dalla partenza non sarebbe durato in eterno.

Il progetto Datel nasce nel 1997, a poche settimane dall’alluvione del 1996. Il governo Prodi puntò molto su questo progetto, perché nella visione prodiana doveva essere il primo tassello per una reindustrializzazione di Crotone, dopo la chiusura delle fabbriche. Ma la differenza sta nel trattamento contrattuale.

Nel tempo, indipendentemente dai vari governi, Datel è stato un laboratorio di macelleria sociale, nel senso che qui viene sperimentato il contratto a termine, divenuto poi precariato. Situazione abbondantemente denunciata, e i Cinquestelle nazionali ci fecero delle vere e proprie campagne, pubblicando anche le testimonianze di chi ha lavorato nel call center, Di Crotone si sa che ci sono lavoratori rimasti e lavoratori che se ne sono andati, senza mai voler tornare tra l’altro.

Quindi doppio fronte.

Una classe di lavoratori che si contrappone in buon equilibrio a una classe di licenziati abbastanza adirati ha permesso di sviluppare la cosiddetta immagine “tra luci e ombre”, ma questo riguarda soprattutto l’aspetto privato del lavoratore. Ma non avendo testimonianze chiare da questo punto di vista, si accentua nel tempo un sentimento di disaffezione non verso i lavoratori, ma verso il sistema aziendale.

La Datel, negli anni seguenti, affrontò diverse crisi economiche con relativi licenziamenti e ridimensionamenti, tutti gestiti tra trattative sindacali, imprenditoriali e politiche. Ogni volta che ri raggiungeva ad un accordo, con buona pace della politica e dei sindacati, tutti a cantare vittoria, salvo poi ritornare ad affrontare periodicamente la medesima crisi. E gli accordi prevedevano sempre ammortizzatori sociali e incentivi fiscali, nascondendo ala pubblica opinione il vero duplice problema di fondo.

La figura del centralinista, generalmente, è sempre stata una figura professionale di passaggio. Negli Stati Uniti o in Inghllterra, è un mestiere visto come un deterrente economico per gli studenti universitari che lo praticano per mantenersi, vista la natura part time del mestiere. A Crotone questo part time è diventata la prassi, dando l’illusione che bastava questo per mantenere un’economia interna giù provata.

Inoltre è stata sottovalutata la rapida trasformazione tecnologica dei mezzi di comunicazione. In meno di vent’anni un telefono senza fili è diventato un microcomputer, e questa evoluzione verso lo sviluppo dell’AI ha sostituito di fatto il centralinista in genere. Ormai le aziende telefoniche si affidano ad automi spesso e volentieri, forti del fatto che i contratti sono talmente fragili da essere strappati con facilità, senza tenere conto dei lavoratori.

Datel poteva sopravvivere e imporsi? Due erano le cose da fare (forse anche una).

La prima era permettere che Datel fosse un primo tassello di una ricostruzione industriale non basata soltanto sulla telefonia, ma un mezzo che permettesse di interloquire con filiere vere e proprie, Non realizzando nuove industrie rivolte ad un mercato nazionale, giusto per intenderci, Datele resta da sola con tutti i limiti del caso. Quindi si campa di commessa e non di clientela. Questo gioco si è rotto perché riconosciuto come antiproduttivo (non rende economicamente). Il fatto che sia passata nel mercato del compri e vendi azienda a prezzi stracciati ne è la prova. Accordi momentanei solo per far respirare, ma mai sviluppare.

Abramo Cc – Sede di Crotone Ex Datel

L’altro errore è nella mancata evoluzione di Datel, con lo sviluppo dei social nel mondo. A Crotone non c’è una filiale del grandi network stile Facebook, Amazon o TikTok giusto per citare i principali. Avrebbe permesso al personale esistente un’ulteriore formazione, tra l’altro in un contesto territoriale a prezzi stracciati. E magari costruire una filiera, che è quella che serve per lo sviluppo e l’evoluzione di un corpo aziendale, che come si è dimostrato, lasciandolo da solo, non poteva andare avanti perché dimostratasi obsoleta.

Aggiungiamoci che molto ha contribuito la scellerata politica industriale europea, a cominciare dalle delocalizzazioni a tutti i costi, di cui Datel fece parte integrante (gli incentivi fiscali, ricordate?). Si forma all’estero personale a più basso costo, così diventa più facile sbarazzarsi dell’azienda italiana, la cui protezione statale non sarebbe mai durata eternamente.

Datel chiude, ma in un contesto di ottima compagnia visto che in Germania chiudono ben tre stabilimenti della Volkswagen e un impianto dell’Audi a Bruxelles. Lì la lotta è iniziata, qui solo le lacrime e i post su Facebook.

Certo, ci sarà la lotta sindacale a bassa intensità che alimenterà la demagogia della politica, altra grande colpevole di tutta questa vicenda, sia perché ha ostacolato la realizzazione della filiera, sia perché ossessionata dall’eterna assistenza statale (il che è un tutto dire se pensiamo all’incapacità del politico calabrese medio di mettersi realmente alla prova, poiché l’assistenzialismo è la chiave che lo mantiene alla poltrona). Oltre al fatto grave di aver ostacolato negli anni la nascita di altre realtà, come il caso Europaradiso perché o inquinava o perché era gestito da criminali (giusto per citare le accuse mai dimostrate in sede giudiziaria).

Poi l’ultimo nemico è stato il giornalismo locale in genere. Sì, perché non hanno mai promosso un vero dibattito sin dai tempi della prima crisi. Hanno preferito abbracciare il pietismo da una parte e l’assistenzialismo dall’altra, dimenticando che il progresso doveva essere la parole d’ordine. L’azienda magari mutava la funzione dei lavoratori, ma forse riusciva a tenersi in piedi.

Cosicché quest’azienda piomba nella periferia economica del mercato, e a un certo punto è meglio chiuderla perché non serve. Anche perché nel frattempo, in Italia, i contratti durano sempre di meno ed è più facile licenziare.

Però meglio lasciarsi andare alla nostalgia, dimenticando che si fa parte di un mondo che bisognerebbe guardare in faccia con più attenzione. Se dall’Inghilterra mi chiama un call center attraverso la voce di un automa, mi preoccupo e cerco di farlo presente. Perché se è successo a Londra, succederà anche qui con un effetto più devastante.

Ma sapete com’è, cari lavoratori? Meglio andare a gustare un palco, piuttosto che bloccare la statale 106 per far sentire la propria esistenza. Meglio il bavaglio della demagogia piuttosto che pretende una buona politica di defiscalizzazione che possa attrarre nuove energie che possano offrire uno sviluppo vero, a cominciare dagli scambi che potrebbero esserci. Meglio usare l’immagine del lavoratore maltrattato quando la nuova immagina ormai è un androide direttamente uscito dal peggior romanzo di Asimov.

Crudele la mia scrittura? Piena di cavolate? Forse, ma a chiudere i battenti è una realtà che è stata nutrita di illusioni. E tra la Volkswagen e la Datel chi avrà aiuti che permetteranno di ripartire bene secondo voi?

Ah, dimenticavo a che a livello nazionale e internazione, Crotone gode di una pessima fama per quanto riguarda lo sviluppo. Talmente pessima, che si preferisce evitarla. Basta vedere il lungo elenco di aziende chiuse (e qualcuna mai aperta).

La città non ha mai odiato i suoi lavoratori. Ma è anche vero che i lavoratori hanno voluto proseguire nell’inganno. E oggi, dispiace tanto, si ritrovano protagonisti di un incubo.

Aurelien Facente, 31 ottobre 2024

Campagne elettorali strapiene di paginette e profili Facebook

Che Facebook abbia cambiato il modo di comunicare tra noi ominidi umani è ormai un dato di fatto. Ma che Facebook sia il problema è la più classica delle masturbazioni mentali, perché di fatto sono le persone a usarlo e sono responsabili del come lo usano. Ogni giorno vedo tanti di quei post copia/incolla che mi stupisce che in questa umanità nessuno ha capito che Facebook funziona come un’azienda telefonica. Il mezzo cambia, ma il principio è lo stesso.

   Al di là di questa introduzione, c’è da dire è che da un pezzo la politica usa qualsiasi mezzo a disposizione per fare la propria propaganda, soprattutto quando inizia la campagna elettorale che ci porterà a votare e a scegliere quegli eroi che si troveranno per tot tempo ad amministrare la cosa pubblica.

   Quindi prima vi invadevano di fogliettini anche messi sotto la porta d’ingresso. Oggi vi invadono con i profili fake (non personalmente gestiti dai candidati stessi in buona parte) e con tante paginette pubbliche, dove v’inviteranno a mettere il like, detto volgarmente oggi “mi piace”, giusto per intenderci.

   E così prende vita il grande catalogo delle regionali (visto che tra poco si vota in Calabria, terra dove risiedo), poi toccherà alle comunali, poi magari toccherà alle nazionali, e così via. Peccato, perché la raccolta delle figurine era sempre preziosa, se non altro perché avevo un’idea con chi avevo a che fare.

   Quindi quando prendo lo smartphone e vedo su Facebook le tante pagine sponsorizzate, mi viene il sorriso. Un sorriso abbastanza amaro.

   Non sono ipocrita. Qualche paginetta la seguo, ma seguo solo quelle di soggetti con i quali magari ho collaborato o di quelli che qualcosa da dire ce l’hanno davvero (adoro soprattutto le pagine di chi è definito “coglione” da altri, quando sarebbe meglio analizzare i contenuti). Adoro le pagine di chi parla al proprio elettorato, anche mostrandosi in video. Adoro chi magari ha un blog e condivide i suoi punti di vista.

   Ma poi la cosa finisce lì. Non metto like alle pagine durante le campagne elettorali e nemmeno ai candidati. Magari accetto qualche amicizia fake, ma solo per il gusto di togliermi giusto la curiosità. E già so che chi c’è dietro se ne fotte completamente di me, visto che cerca consenso e voto.

   Funziona uguale per tutti.

   E tutti che si fanno la foto simpatica e che vogliono apparire angelici, come eroi invincibili contro un sistema al quale molti di loro hanno contribuito alla sua costruzione. Mi piacciono soprattutto i cambia casacca che si riciclano puntualmente, perché più che la politica gli interessa molto probabilmente il portafogli più gonfio.

   Certo, c’è chi fa politica in modo serio. Mica condanno tutti. Sono quelli che puntualmente aggiornano le loro pagine, e che non le abbandonano al caso. Sono quelli che ci credono in qualcosa di più trasparente. Ci sono anche quelli (ahimé troppo pochi) che vi rispondono direttamente e senza fronzoli.

   Ecco. Questi li rispetto.

   Ma gli altri possono anche andare a farsi un giro. Perché tanto tra qualche settimana le loro paginette ricadranno nel silenzio. Non hanno contenuti da offrire, ma forse solo qualche selfie fatto in giro. Adoro le foto dei vostri banchetti sulla strada. A un certo punto non manca la foto di tutta l’armata Brancaleone in piedi e tutti a sorridere come se voi foste la risposta ai problemi, quando magari voi siete parte del problema.

   Non dirò chi voterò o per chi farò campagna elettorale. Purtroppo lor signori devono capire che per uno come me prendere una posizione in una lunga serie di candidati del non senso diventa difficile. Ci tengo alla mia sanità mentale e alla mia salute.

   Quindi vi auguro un “in bocca al lupo” perché più di questo non posso fare.

   Se poi accettate di avere un incontro più o meno privato con me, magari avrete la mia considerazione (che è già qualcosa in questa società votata all’indifferenza).

   Ho un solo consiglio per voi, però. Un piccolo consiglio. Quando chiedete l’amicizia su Facebook, guardate un po’ l’attività dell’altro. Una semplice e piccola questione di rispetto. Non esistono solo i vostri bei selfie e le vostre belle paginette.

   Esiste anche altro nella vita, e sarebbe bene che lo consideraste.

   Quindi, non rompetemi ulteriormente con la propaganda, e mostratevi a me se avete coraggio, che credo sia più importante dell’apparire “fighi” agli altri.

   Lo so che sembro severo, ma in realtà voglio vivere con serenità la mia vita e tenere lontani da me alcuni problemi di stitichezza.

Aurélien Facente, gennaio 2020