La vittoria di Pirro degli amanti del PD

Io credo fermamente che sia ora di chiudere questo film tristissimo e che il PD faccia una grossa operazione chiarezza con i suoi iscritti e con i suoi amanti sparsi per i media perché questa storia deve essere portata a termine.

Siamo nel 2022 e nei ballottaggi di tutta Italia (a chi toccava) non ha vinto il PD, non hanno vinto i 5stelle, non ha vinto la Lega, non ha vinto Forza Italia, non ha vinto nessuno. La maggioranza degli elettori se n’è fregata altamente di considerare il ballottaggio. Se più del 60% degli elettori preferisce fregarsene, vuol dire che c’è qualcosa che non va. E non è una questione di sinistra o di destra o di centro, ma di democrazia e di rapporto della politica con la cittadinanza di tutti i giorni.

Ormai l’astensionismo è il simbolo del dissenso dilagante verso una cultura politica italiana che non guarda più al presente, e per continuare a sopravvivere continua imperterrita la sua metodologia del divide et impera.

Bene, c’è un limite a tutto ciò.

E in questi ultimi anni, dove elezione ci sia stata, ha vinto l’astensionismo, perché supera di fatto il 50%, e l’elezione avviene lo stesso perché la legge lo permette. A prezzo però della credibilità e dell’autorevolezza, elemento quest’ultimo che si è andato a fare benedire perché bisogna raccontare le belle favole piuttosto che migliorare le condizioni di vita dei propri cittadini.

Il distacco è netto.

Certo, il PD centrosinistra vince a Catanzaro ad esempio, ma con un avversario di centrodestra che prima stava nel PD. Ed è stato facile vincere poiché il nemico era un voltagabbana bollato come tale. Anche io non lo avrei votato.

In realtà, oltre alla mancanza di elettori, questi ballottaggi (che per loro stessa natura riducono il numero degli elettori) raccontano altre verità più dure.

Il primo è il netto distacco tra politica e cittadinanza. La politica è percepita come un volgare reality show molto trash, perciò non attrae più come prima. Anzi, proprio non attrae.

Iniziano a sparire dei partiti come Forza Italia. Il caso Verona è stato lampante, ma Forza Italia non è più un partito di riferimento come qualche decennio fa. Sparirà perché la gente non ama i Brunetta e le Ronzulli, politicanti superficiali e presuntuosi che adorano apparire detestabili, ma non costruttivi. Il Silvio fa quello che può, ma forse è meglio che si occupi del Monza Calcio, La sua stella ormai è un meteorite che si sta sgretolando nell’atmosfera. La Lega è in forte crisi identitaria, e sarebbe meglio stendere un velo pietoso.

Il caso di Fratelli d’Italia merita un ragionamento a parte. A livello nazionale potrebbe prendere il posto delle Cinquestelle cadenti, che ormai vincono, per modo di dire, dove hanno stretto qualche alleanza.

Ma allearsi con il PD non paga. Assolutamente no. La prova sta proprio nell’affluenza bassissima.

Ma i giornaloni dichiarano che sia il PD ad avere stravinto. Certo, perché i giornaloni stanno tutti a sinistra idealmente (in realtà sarebbe bello parlare degli azionisti di maggioranza) e perdono di vista l’equilibrio dell’obiettività. Meglio propaganda a prezzo della credibilità. Non stupisce che i giornali non vendano più come prima.

Fascisti e antifascisti, comunisti e anticomunisti, piddini e forzisti, Cinquestelle contro il sistema. Scontri che hanno francamente stancato, quando ormai il tema principale sta nel trovare un lavoro che permetta quantomeno di vivere con dignità.

Negli anni passati si è chiaramente voluto mantenere lo status quo portandolo alla cancrena. Gli effetti delle politiche passate hanno portato alla luce mostruosità democratiche, sancendo di fatto il fallimento della democrazia rappresentativa.

Più del 50% non vota e non vuole votare. Lo ritiene una perdita di tempo.

Un dato di fatto triste, ma figlio di quella politica che ha volutamente tagliato le rappresentanze locali a discapito di una generazione di Yes Man e Yes Woman che vivono un film immaginario mentre la gente di tutti i giorni soffre.

Conoscendo le dinamiche, il trend si ripeterà alle prossime nazionali.

L’Italia politica farebbe bene a cambiare registro. L’impressione è quella di vivere l’apertura di un vaso di Pandora. La misura è ormai colma.

Ovviamente auguri ai sindaci eletti. Non sarà una passeggiata di salute per loro.

Decisamente no.

Aurelien Facente, 27 giugno 2022

Comincia la caduta del mito politico europeo attraverso le elezioni francesi.

Bisogna guardare al proprio vicino con curiosità. I cugini francesi sono diventati pestiferi. Elezioni legislative, che tradotto in Italia sarebbero le elezioni per il rinnovo della Camera e del Senato. Guai a non guardare quello che succede lì, perché succederà anche in Italia.

C’era una volta un presidente di nome Emmanuel Macron.

Governava la Francia con un nuovo partito politico (che ha cambiato già nome) per dimostrare che la politica europea fosse la migliore. Apprezzamenti da vari media italiani, a cominciare dal PD.

Macron, in realtà, era l’ultima possibilità per credere alla grandeur dell’Europa unita.

Arriva la pandemia, e tutta la politica europea mostra il peggio di sé. Altro che destra e sinistra, o fascismo e comunismo. Il festival della follia tra gli scranni del potere.

Poi è arrivata la misteriosa guerra tra ucraini e russi.

E allora l’occasione diventa ghiotta. Tutto il mondo pseudomoderato di sinistra e simili alzano la cresta. Tutti a fare gli eroi e a combattere contro il cattivo russo.

Macron, intelligentemente, prende una posizione leggermente più moderata. Ma dimentica qualcosa. Che la sua politica comincia a non essere più creduta. Senza contare che il partito dell’astensionismo cresce. Ma se vuoi restare in piedi, allora meglio ridicolizzare gli altri.

Il nemico numero 1 da abbattere è la signora Marine Le Pen, la fascistona del Front National. La signora è di destra, per alcuni fascista. Non prova vergogna a candidarsi alla presidenza dell’Eliseo, ma nonostante sia la cattiva il suo elettorato cresce. Ma nessuno si chiede perché.

E già. Perché quelli che appoggiano Macron sono i migliori, sanno tutto, risolveranno tutto. A patto che i cittadini stiano zitti e digeriscano gli orrori economici e sociali che li faranno stare bene.

La Francia assomiglia molto all’Italia in questo momento storico.

Economia al ribasso, povertà in vistoso aumento, carovita eccessivo, tassazione alta e non giustificata da fatti (anche il ministero della salute francese doveva rendere eccellenti gli ospedali), degrado a più non posso. Questo è quello che la gente vive, ma viene smentito anche da molti media (quelli allineati al pensiero governativo),

Beh, l’Italia somiglia molto alla Francia. La differenza a questo punto sta nella razza, aggiungerei.

Alle presidenziali Macron vince con affanno. Ma con un astensionismo monstre.

Ma in Italia è preferibile non vedere queste cose. Anzi, qui in tv tutti eroi di guerra, ma non di economia giornaliera.

La fortuna vuole che subito dopo le presidenziali, arrivano le nazionali in Francia.

E qui c’è il signor Melenchon, noto agitatore comunista. In Italia se ne parla poco, ma è adesso il primo partito di opposizione. Anche lui è brutto e cattivo perché non vuole essere schiavo delle scelte dell’Europa. In Italia non si deve parlare di lui, ma stranamente questo gentile signore ha il merito di riprendere un po’ di quella sinistra che tutti amano, e non a caso il risultato gli da ragione.

Ieri, 19 giugno 2022, si sono svolte le elezioni francesi. E il signor Macron perde la cosiddetta maggioranza assoluta. Per la prima volta nella storia della République Française un Presidente perde la maggioranza in Parlamento.

E ovviamente adesso capiremo dove si andrà a svoltare.

Ma c’è un dato che nessuno considera, e in questo ci arriverà pure l’Italia (nella mia Crotone lo conosciamo già).

Oltre il 54% di astensionismo, ovvero oltre un elettore su due ha preferito non votare. Decretando la fine della propria democrazia, ma decretando anche la mancanza di credibilità dell’europeismo estremo e convinto che, di fatto, ha aumentato a dismisura gli orrori sociali.

Un brutto problema che si dovrebbe considerare eccome.

Perché se un elettore su due non vota e non mostra sensibilità nei confronti della democrazia, vuol dire che qualcosa non va.

In Francia la signora Le Pen e il signor Melenchon vincono relativamente, ma perché conquistano quel poco di voto che resta, andando in netta crescita. A discapito del Macron che perde miserabilmente, anche perché il Presidente sarò anche una persona capace, ma attorno a lui non è che ci siano persone simpatiche ed amabili. Tutt’altro. Mezzo governo è stato bocciato già al primo turno (in Francia si vota in due turni per le nazionali), il che vuol dire che i migliori magari saranno migliori solo a blaterare e fare chiacchiere.

Comunque qualcosa di simile avverrà anche in Italia nel 2023.

Ormai l’insieme della politica italiana (e già nelle comunali recenti si è visto) racchiude un elettorato super diviso e molto incline a fregarsene di avere una rappresentanza. E se la premessa è questa, sarà una tragedia enorme. Non per chi non ha votato. Non a questo giro almeno. Perché il non voto è diventata la sola arma di dissenso al degrado e alla menzogna politica degli ultimi anni. A Crotone, giusto per fare un esempio pratico, l’astensionismo ha raggiunto quota 70% alle regionali calabresi, un dato che dovrebbe far riflettere.

In Francia quelli che votano la Le Pen lo hanno fatto per disperazione.

E succederà anche qui.

Non si è migliori nei confronti dell’avversario deridendolo e schifandolo.

Si è migliori quando la tua gente vive.

Quando dentro l’Italia politica si arriverà a capire questa regola semplice, forse riuscirà a riprendere un po’ di credibilità. Sì, perché se non credo nella politica non credo nella repubblica, e se non credo nella repubblica non credo nemmeno nella legge. E questo dovrà per forza di cosa essere uno degli argomenti che dovrebbero alimentare il dibattito.

Ma in Italia sbatteremo contro un muro, fidatevi. Ma tanto dobbiamo ascoltare solo gli specialisti, come disse qualcuno che conosco.

Aurélien Facente, 20 giugno 2022

Cambia partito che l’erbaccia resta, ovvero l’epidemia del candidarsi…

La democrazia è un termine abusato in questo periodo. Nei tempi nobili, la democrazia era fondata sul rispetto del voto che si scambiava perfettamente con la ricerca dell’eccellenza della rappresentazione elevata all’interno di una enorme stanza del potere che doveva amministrare lo Stato.

In Italia per un pezzo questo andamento c’è stato. Me lo ricordo. Attenzione, la politica ricercava l’eccellenza e la formazione. Non andava per gradimento, ma andava nelle piazze a cercare di parlare con la gente. E il gradimento (così come i fischi) erano immediati. Ma significava soprattutto guardare le persone in faccia. Essere consapevoli che tante promesse non si potevano tradurre in realtà, ma costruire qualcosa di forte sì.

Ora, all’alba delle elezioni regionali calabresi, il quadro è molto complesso. Parliamo del primo male: l’astensionismo.

Da qualche anno (troppi anni, a dire il vero), il calabrese ha ormai preso la cattiva abitudine di disertare le urne, salvo quando ha la possibilità di trovare uno spazio di protesta dove sa che il suo voto sarà palese. Vedi il caso dei 5stelle alle elezioni nazionali, dove qui hanno fatto il pieno in tutto e per tutto. Salvo poi, alle regionali, arrivare a sacche di astensione che superano largamente il 50%, il che pone a sfavore della politica calabrese che negli anni ha perso grande credibilità tra cialtronerie, inefficienze, degrado politico e culturale.

Che il politico medio calabrese non sia amato tanto dai calabresi è già un dato di fatto, ma che la politica locale non si sia fatta un esame di coscienza e un bagno nella realtà è anche un altro dato di fatto. La percezione della realtà da parte della politica calabrese non è prettamente quella che servirebbe a dire il vero.

C’è però un altro dato preoccupante e ridicolo allo stesso tempo.

C’è un’epidemia di candidatura che preoccupa. Sembra che non ci sia, ma in realtà c’è eccome. Ecco perché ho voluto fare l’introduzione.

La candidatura al ruolo politico non proviene da una richiesta precisa della popolazione stessa, che con il desiderio di votare vedrebbe volentieri più rappresentanti. No, in Calabria, e in particolar modo a Crotone, sta dilagando una moda a candidarsi perché si è carini, simpatici, strafighi, e del progetto politico ben poco si sa tranne che si candidano perché… alla fine più che la politica appaga il loro desiderio di protagonismo. Attenzione, tengo conto che ci sono persone che ci credono all’idea politica in sé, ma se dovessimo scavare con attenzione ci renderemmo conto che sono troppo pochi.

Ormai è cronaca che una signora senatrice crotonese eletta in Calabria si candida a sindaco di Roma per conto di una compagine di liste civiche. Diritto suo candidarsi nell’arena romana, ma leggendo le sue motivazioni ispiratorie, per quanto desiderose di giustificazione, si può notare che sono più un atteggiamento da protagonismo piuttosto che spinto da un vero progetto politico, tra l’altro condiviso. Basta leggere le sue stesse parole con attenzione, e non c’è mai il pronome noi, bensì l’io predomina, con il marcato desiderio di confrontarsi con gli altri candidati romani, come se Roma non avesse già i suoi problemi. Al di là degli auguri, la realtà sarà molto severa. Però la signora ci crede… Vedremo in autunno se le rose cresceranno o meno.

Caso curioso è De Magistris. Non la persona, ma il progetto politico che sta formando. Un progetto con marcata identità di sinistra, ma che poi non è così di sinistra. Sembra una copia malfatta dell’Ulivo, quell’agglomerato di partiti di centrosinistra che riuscirono ad arrivare al governo della nazione, ma con risultati politici molto discutibili.

Anche nelle sue fila, c’è qualcuno che ha questa malattia del candidarsi. Non credo che il sindaco De Magistris sia fesso, ma un po’ ingenuo è. Per i nomi che sta raccogliendo da una parte e nel voler far credere a forza che lui è il nuovo che avanza, ma con conoscenze che fanno parte del vecchio.

Certo, mi dirà il buon sindaco di Napoli, però che è difficile raccogliere candidature da parte di gente nuova, visto che i nuovi se ne vanno via dalla terra di Calabria.

Lo stesso problema lo vivono pure gli altri candidati alla presidenza nel trovare gente nuova, ma poiché il De Magistris è quello che viene da fuori il problema si fa più evidente. In attesa di un programma reale da comprendere, sto notando i mercenari che sta assoldando di volta in volta. Se avere Mimmo Lucano ha un suo perché (De Magistris ha adottato politiche molto simili a Napoli), per il resto c’è da mettersi un po’ le mani nei capelli. Perché il rischio di vedere un’accozzaglia è lampante. Tra i volti nuovi, si nota quello di una noto consigliere comunale di Crotone, tra l’altro eletto con una coalizione che correrà avversaria a De Magistris stesso. E quale sarebbe la ragione di tale scelta, se non una voglia matta di candidarsi in modo figo e simpatico. Qualcuno mi farà notare che è un diritto candidarsi. Ma è doveroso rimarcare che ci vorrebbe più coerenza e meno figheria. Ma tant’è che sarà il popolo calabrese a decidere (e sarà bravo a non decidere vista la massiccia confluenza nel partito dell’astensione).

Ovviamente avverrà qualcosa di simile anche nel centrodestra calabrese, sempre a Crotone. Ora i nomi non son ancora ufficiali, ma tra i tanti c’è quello di qualche buontempone non tagliato per la politica che crederà di essere eletto a prescindere dai voti che riuscirà a racimolare. Si presenterà perché è figo, bello, intelligente, ma del programma elettorale non ci capiremo nulla perché l’ingresso al consiglio che rappresenta una bella indennità mensile sarà talmente lampante che probabilmente vedremo al posto dei suoi occhi le cosiddette $$$, che da sole vogliono dire tanto. Ma anche qui, ci tengo a ripeterlo, ci saranno persone che credono nel progetto politico e che meritano rispetto. Perciò è doveroso chiedere uno straccio di programma chiaro.

PD e Cinquestelle non sono pervenuti ancora perché protagonisti di uno psicodramma che li perseguiterà per tutta la campagna elettorale, e la probabilità di essere i più evitati è altissima.

Infine ci sarebbe Tansi, l’indipendente. Per la seconda volta corre da solo contro tutti i pronostici, proponendo il suo progetto personale. Al momento la sua è più una scommessa che un progetto consolidato, ma ha già un suo appeal per piacere. Potrebbe pagare lui più di altri l’astensionismo calabrese, ma se dimostrerà coerenza potrebbe essere la vera novità, ma tutto dipende ovviamente da come farà percepire il suo progetto agli elettori, soprattutto dopo l’incidente separatorio con De Magistris. Prima erano amici, ora avversari. E quest’ultimo aspetto potrebbe incidere moltissimo, per l’uno e per l’altro.

Insomma, questo è l’attuale quadro che si presenta. Ma se sui candidati alla Presidenza della Regione Calabria si scriverà molto e troppo, la stessa cosa non succederà per i candidati al Consiglio Regionale.

Un vecchio detto dice: “Campa cavallo che l’erba cresce.”

In Calabria potrebbe diventare “Cambia partito che l’erbaccia resta.”

Sì, perché di candidati ce ne son tanti e troppi, ma l’erbaccia resta. Eccome se resta…

Aurélien Facente, 12 luglio 2021

L’ultimo arrivederci di Jole Santelli e la mancata occasione di chi si professerebbe essere migliore…

Giuro che ho pensato tanto a quest’articolo prima di scriverlo. Ieri (15 ottobre 2020) la giornata è iniziata con una notizia che ha sconvolto il mondo calabrese e italiano, ovvero la prematura scomparsa della Governatrice della Calabria Jole Santelli.

   Avevo dato un “nomignolo” simpatico. La magica Jole. Nulla di così offensivo, ma forse quella sua voglia di sorridere all’avversario mi aveva colpito.

   Premetto che non ho mai conosciuto la signora, se non per via d’informazione. Sapevo che era un’accanita fedele di Silvio Berlusconi, e che come parlamentare vantava di un curriculum di tutto rispetto. Aveva anche i suoi difetti, ma era una delle poche che poteva vantarsi di non aver mai cambiato casacca. Cosa molto rara nella politica opportunista di oggi. Anzi, andrebbe molto rivalutata.

   Sapevo che per un periodo si era cimentata nel ruolo di vicesindaco di Cosenza.

   E poi la possibilità di vederla in prima linea con la sua prima elezione diretta come Presidente della Regione, e allora ho avuto modo di conoscerla in maniera politica attraverso le apparizioni tv dovute.

   Mi colpì la sua facilità di non cercare per forza lo scontro, ma di voler risolvere in qualche modo il tutto con un sorriso. Nel primo round televisivo con gli altri tre candidati alla presidenza della Regione Calabria, la magica Jole riuscì a sorprendermi quando invitò gli altri candidati ad un’amichevole cena per parlare della Calabria, al di là di come sarebbero andate le elezioni.

   Elezioni che vinse la magica Jole, ma con un risultato anomalo, poiché più della metà degli elettori non si recò alle urne.

   Jole entrò così ad amministrare un ente regionale che era percepito come qualcosa di lontano, accompagnata da una ciurma di liste e consiglieri che proprio non piacevano alla gente.

   Ci si mise pure il Coronavirus di mezzo, e così Jole entra nel suo ruolo facendosi conoscere come la Governatrice che emana le ordinanze.

   Ma in televisione usa spesso la seguente espressione: “Popolo Calabrese.”

   Premetto che sono lontano dalle politiche di Forza Italia, ma ho prestato attenzione alla breve amministrazione della Governatrice Santelli.

   Otto mesi sono pochi per essere giudicati politicamente parlando, ma otto mesi sono sufficienti per capire che forse Jole, al di là dello schieramento, era la Presidente di cui la Calabria aveva bisogno come momento storico.

   Una Presidente Donna in una Regione difficile. Una Donna che non ha mai fatto mistero di vivere un momento difficile perché afflitta da un male che sapeva di pistola puntata alla tempia. Una Donna che in campagna elettorale non aveva mai parlato male di nessuno, ma che era stata anche la prima a dare gli auguri sportivamente a chi magari era avversario. Una Donna che non negava il sorriso a nessuno, proprio perché lei stessa, in quanto convivente con un male, sapeva che il sorriso era una medicina potente.

   Mi colpirono molto le sue parole, quando ammise di convivere con un male: “Quando una persona subisce un attacco così violento alla propria vita, quando il dolore fisico si fa radicale e incomprimibile, allora quella persona ha due strade: deprimersi e farsi portare via dalla corrente, scegliere che il destino scelga per lei. Oppure attivarsi, concentrarsi e soprattutto ribellarsi. Io sono una persona danneggiata dalla malattia. Quel verbo e quella parola sono gli esiti della lettura del libro di Josephine Hurt (Il danno, appunto) che mi è stato di grande aiuto. Mi hanno obbligata a inquadrare l’esatta misura del dolore e di testare la capacità di replicare alla sofferenza, addirittura di resistervi e infine di dominarla.” (La seguente è tratta da un articolo del Fatto Quotidiano)

   Avendo avuto in passato perso una persona cara per un simil male, il rispetto per questa Signora divenne primario.

   La criticavano perché ballava la tarantella con i sostenitori del centrodestra, la criticavano perché aveva problemi a parlare, la criticavano perché non si vergognava di essere Calabrese, la criticavano perché forse era più propensa a dare un sorriso piuttosto che a far pesare il dramma.

   Jole era un’anomalia positiva della politica calabrese e nazionale. Una di quelle anomalie che servono però alla Storia di un Luogo. Perciò, quando ho saputo del suo ultimo arrivederci silenzioso, non nascondo di aver acceso una candela per lei.

   Ho letto le notizie scritte e ho letto le impressioni di tale evento. La maggior parte erano pensieri positivi, che ne riconoscevano in qualche modo la volontà di far valere la sua calabresità. Anche gli avversari, sportivamente, l’hanno salutata con affetto.

   Poi ci son stati gli sciacalli, quelli che non sono mai contenti. Ho letto parole di odio e parole di bulli, tutti con il dito puntato contro. Facile farlo quando l’avversario odiato non può nemmeno rispondere all’attacco moralista dello sciacallo.

   Avrei preferito di gran lunga il silenzio, e aspettare il cosiddetto processo storico. Ma certa gente, proprio perché non conosce il valore del sorriso, si prende il lusso, con la becera scusa del libero pensiero, di gettare merda e fango, come se tutto quello che è negativo in Calabria fosse proprio figlio della politica proposta dalla Santelli.

   E poi ci sono quelli che usano lo stereotipo del fascismo. Quelli avrebbero dovuto mettersi un bavaglio alla bocca, giusto per qualche giorno. Il tempo di celebrare i funerali e di permettere almeno ai famigliari e agli amici più intimi di raccogliersi nel dolore.

   Quelli sono stati i peggiori, perché nella scrittura del loro pensiero facebookkiano hanno dimostrato di essere proprio peggio dei nemici che dicono di combattere.

   Un silenzio che sarebbe valso quanto il valore di un libero pensiero. Ma si sa che certe bocche e certe mani non sanno aspettare l’onda giusta del tempo, e perciò ne vengono travolti. È pur vero che la morte si nutre di verità, ma la delicatezza appartiene a chi la Democrazia l’ama.

   Ma in quest’epoca nefasta e avversa, molto probabilmente la Jole Santelli avrebbe risposto con un sorriso, spiazzando così i cattivi.

   Riposa in Pace, Presidente Santelli. Non avrai conquistato i tuoi avversari politici, ma adesso sei nel cuore di chi riesce a vedere nel sorriso un percorso di semplice prospettiva.

  E così chiudo la mia scrittura chiedendomi se mai avrò la fortuna di poter conoscere un’altra persona politica che fa del sorriso un’opportunità di positività.

Aurélien Facente, 16 ottobre 2020