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Fuori Schema

I punti di vista di un blogger che voleva fare il giornalista ma…

Tag: dialogo

IL DOPPIO IO – Una conversazione con AURELIEN FACENTE.

Quello che state per leggere è il frutto di una lunga conversazione tenutasi amichevolmente con una videoconferenza in lingua francese con un prof di scienze delle comunicazione e due suoi studenti ai fini della pubblicazione di un lungo studio che coinvolgerà vari testimoni che hanno vissuto i tanti cambiamenti che il web ha apportato nella società. Sapendo bene che la tesi non pubblicherà integralmente la testimonianza, allora la riporto qui tradotta in italiano. Buona lettura.

Introdurre Aurelien Facente non è cosa semplice. Abbiamo letto il suo libro blog RESPONSIBILITIES datato 2011, tra l’altro anche in maniera quasi clandestina vista la inedita costruzione dell’opera in sé, e lo abbiamo contattato perché lo consideriamo un testimone notevole per la nostra ricerca. Parlo di noi, ma in realtà io sono Jean, prof di scienze della comunicazione in Francia, e in compagnia di Elodie e Pascal, miei studenti alla fine del ciclo di studi, ho deciso di intraprendere un viaggio alla ricerca di testimoni della comunicazione ai tempi dei social e del web, persone che hanno vissuto in prima persone le mutazioni della società attraverso l’evoluzione di internet.

   Con Aurelien, che ringraziamo per la sua disponibilità, abbiamo avuto una lunga conversazione. In lui abbiamo rivisto, anche se con i dovuti cambiamenti, l’antieroe di RESPONSIBILITIES, ma abbiamo anche conosciuto il vero Aurelien, un tipo poliedrico (ha un curriculum di vari mestieri), che a volte si comporta come un personaggio uscito dalle pagine di un romanzo qualsiasi di Charles Bukowski, ma con la schizofrenia di un eroe tratto dai fumetti di Grant Morrison o i romanzi di Joe Lansdale.

  A Crotone, città dov’è nato, si sa tanto quanto si sa poco. Una contraddizione vera e propria. Molto presente sui social, Aurelien non è quello che appare. È altro, molto altro rispetto al fenomeno da baraccone che lui mostra di volta in volta.

   Ci siamo dati appuntamento via web conferenza, e lui seduto comodamente in un angolo di un parco dentro la città, si è presentato puntuale in compagnia del suo cane selvaggio Jimbo, vestito casual e con gli occhiali scuri. I segni del tempo si vedono, ma è lui. La stessa sagoma della follia, così la definisce lui, di un libro scritto e realizzato sul web nell’ormai lontano 2011.

   Si siede a terra con il cane sulle gambe, e ci dice di partire subito con la conversazione. E alla fine vuole fatto pure i complimenti…

  • Aurelien, non so con franchezza da dove cominciare, anche perché di cose ne hai fatte tante nella vita, e sono così tante che non si possono racchiudere in una sola professione o mestiere. Come ti racconteresti oggi?
  • Non esiste, scusate la mancanza di modestia, un aggettivo per uno come me. Diciamo che forse è meglio definirmi un piccolo autore che sa esprimersi con più mezzi per raccontare le proprie storie, che oggi possono presentarsi sotto forma di romanzo o essere narrate con una semplice fotografia. Se dovessimo vedere la questione dal solo punto di vista artistico, allora sono un autore che si è mosso usando tutte le evoluzioni del web, dove ormai è consolidato che devi trovarti un primo pubblico. Il problema, semmai, è mantenerlo. Mi sono trovato a fare tante cose nella vita perché mi sono trovato travolto dalla precarietà voluta dalla società europeista, ovvero nel ruolo di un lupo affamato in mezzo a tanti, troppi, cani incatenati. Pagherò fortissimo questo mio non conformismo, ma è quello che mi ha permesso di affrontare le sfide di questo tempo difficile.

Io so di non essere molto famoso a livello internazionale. Dopo la traumatica esperienza di RESPONSIBILITIES, ho cercato di vivere una vita più anonima e di combattere in parte la mia doppia celebrità a Crotone. In altre realtà sono sempre stato trattato come una persona, ma Crotone ha qualcosa di particolare nei miei riguardi. Dovrei parlare al passato, perché ormai sono tre o quattro che urlano il mio nome a vanvera. Sì, ho sofferto di estremi sulla mia persona. Non sto a fare l’elenco, ma ciò spiega in parte la mia natura poliedrica. Dovete immaginare che sin da piccolo sono stato cresciuto con un motore a diversa velocità con i miei coetanei, ma mi ha solo avvantaggiato per qualcosa. In età adulta, ho capito tantissimo di me. Soprattutto il valore del lupo affamato. Avrei voluto una vita più anonima. Lo giuro. Ma purtroppo quando ti chiami Aurelien a Crotone, non è che ne trovi tanti con il tuo nome. Oddio, sto facendo una critica ai miei genitori. La verità è che ci sono voluti parecchi anni per rendermi conto che dovevo accettare me stesso per quello che sono sempre stato. Oggi combatto i pregiudizi in un altro modo. Se dovessi definirmi realmente adesso, preferisco vedermi come un Omero giovane che sta cercando di capire come iniziare l’Iliade e come concludere l’Odissea.

  • Tu sei stato molto discontinuo nel tempo, ma non fraintendere il termine perché la tua discontinuità è dovuta a un fatto puramente mediatico. Ci colpisce molto che tu hai una certa padronanza dei mezzi di comunicazione, a cominciare proprio dal linguaggio dei social. Non hai enormi seguiti, ma sei uno di quelli che ha attraversato varie stagioni del web tenendo duro. Tu, come hai dimostrato in RESPONSIBILITIES, sei uno che ha sperimentato sulla propria pelle gli effetti negativi dei social. Eppure, pur avendo scritto un pezzo di storia molto attuale oggi, è come se ti andasse bene non superare una certa soglia di popolarità. Nel senso che preferisci essere minuscolo piuttosto che un gigante…
  • Che domanda difficile. Non so se riuscirò a dare una risposta soddisfacente e completa. Io mi sono iscritto sui social, esattamente su MySpace, alla fine del 2007. Già all’epoca li vedevo come un mezzo da usare e basta, e all’epoca furono rivoluzionari. Ma non sono la vita. Io concepisco i miei spazi social come un contenitore di ciò che faccio e basta. Ci vive il personaggio Aurelien con alcune sfaccettature, ma non la mia persona. Sono stato abile a separare i due aspetti, pur restando me stesso. Non è facile, e l’esperienza di RESPONSIBILITIES mi ha permesso di capirlo e di separare i due io tra reale e virtuale. Ci tengo a dire che i social non sono il male. Semmai è l’uso che ne fanno alcune persone, e avendone vissuto il lato malvagio so di cosa parlo. Sui social, è vero, ho conosciuto un mostro, ma è anche grazie ai social che sono riuscito in qualche modo a fermarlo, in assenza di leggi e mezzi che oggi funzionano. Perciò ci tengo sempre a dire di non imitarmi qualora vi trovaste davanti a qualcosa di brutto sui social. Andate direttamente alla polizia postale e fatevi guidare da loro. Perché quello che ho vissuto è estremamente doloroso, ed è stato molto difficile scriverci la parola fine. Mi fosse capitato oggi, di sicuro non mi sarei avventurato a scrivere un libro in tempo reale per ottenere un minimo di giustizia.

Sui social, in base alle mie esplorazioni, la maggior parte degli iscritti indossa una maschera, ed è molto probabile che non accettano la propria esistenza per quella che è in realtà. Questo fenomeno è più colpa dell’essere umano che della natura dei social stessi. Andy Warhol tra l’altro lo aveva anticipato, ma non avrebbe immaginato che la celebrità momentanea sarebbe passata attraverso uno smartphone.

I social ti aiutano a essere popolare, ma essere popolare non vuol dire essere capace, intelligente, migliore. Rischi anche di diventare un fenomeno da baraccone.

È vero però che adesso li usano una quantità abnorme di persone. E parecchia gente significa anche una grossa percentuale di stupidità. Quello che è certo è che molti individui gonfiano il proprio ego a dismisura, arrivando a credere di essere protagonisti di un film mitologico.

I social hanno scombussolato la società perché il mezzo in sé ha permesso, ed è un fatto positivo, di far vedere che ci stanno tante persone che pensano, che esistono e che scelgono. Sono tante ed è un bene. Almeno questo. Il problema è che si sono generate delle mostruosità per via del fatto che si sono sviluppate nuove forme espressive, e pensieri troppo liberi danno fastidio e molto anche. Il problema è che ci si illude, da parte del potere, di fermare questi pensieri, la cui verità è solo il più delle volte l’espressione di una sensazione del momento, che per natura non può essere definita verità. Quella, la verità, ha bisogno di tempo per essere vista come tale. Se vuoi bloccare il pensiero, dovresti spegnere le persone, non Facebook e simili.

I social, giusto per restare in tema, hanno scombussolato tre settori in maniera più irruenta, ma non li ha migliorati. Semmai è successo che sono peggiorati. Il mondo della politica in primis, parallelamente a quello dei giornali e delle tv, seguito poi a ruota dal settore finanziario, con la differenza che deve mantenere un ruolo più in sordina rispetto ai primi due per un semplice gioco delle parti. Tutti e tre, però, cullano il desiderio malsano di governare a priori sulla massa, usando proprio i social, ma nel farlo si sono dovuti esporre a dismisura, con risultati pericolosamente demenziali. La politica sui social è diventata al 90% satira spicciola.

L’informazione merita un discorso a parte. La finanza ha scoperto che non può governare tutta la massa, perché per crescere o restare tale ha bisogno della massa stessa per far circolare l’economia. Alla fine i soldi hanno valore se è la massa a usarli. Quindi oggi si trova davanti a un bivio, e proprio nel grande Occidente questo fenomeno è sfuggito di mano. Loro lo sanno, e vorrebbero spegnerlo. Ma non lo faranno mai.

Semmai, un domani, saranno costretti dagli eventi a mollare la presa e a cercare di lavorare al ritorno positivo di un sistema simil economico a quello degli anni ottanta, ovvero una società che a livello economico offriva delle opportunità e dove ognuno poteva costruirsi la sua scelta. Una società del genere rende più benestanti, e diventa perciò più semplice da gestire a livello sociale, tanto per cominciare. Un popolo che s’impoverisce si incattivisce. E non segue di sicuro i suoi leader. Dubito pure che ci credano.

  • Convinzioni discutibili le tue, ma con un fondo di verità inoppugnabile. Aurelien, tu sei un pioniere del web, e negli anni ti sei espresso su più ruoli, partendo dal giornalismo. Secondo te, perché politica e giornalismo ci hanno perso? E soprattutto in cosa hanno peccato?
  • Vuoi farmi litigare con i miei ex colleghi? Bene, andiamo per ordine. Io ho assaggiato il sapore della carta stampata. Negli anni duemila, ho imparato a scrivere rispettando il tema proposto, e andavo a cercarmi le notizie, verificandole sul posto. Nella pratica, io combattevo le idee diverse dalle mie, ma non censuravo e nemmeno condannavo le idee altrui.

Il passaggio su web ha distrutto il vero giornalismo italiano. Le tante e troppe testate hanno smesso di guardare i contenuti, e hanno preferito diventare delle grosse agenzie pubblicitarie a basso costo. I giornalisti che raccontano hanno lasciato il posto, e in tanti casi sono stati costretti, a piccoli personaggi televisivi che hanno infettato la tivù, che dopo la carta stampata ha preferito regredire piuttosto che migliorarsi. Allo stesso tempo, molte penne hanno dovuto ridimensionare i loro stipendi, perdendoci in tutto.

La qualità della notizia si è riabbassata a favore della propaganda politica pseudosocialdemocratica, diventando così il programma di varietà di bassa lega principale, con personaggi compiacenti che si spacciano per giornalisti.

La politica ha pensato bene di conquistare il web, addestrando macchiette e cialtroni a fare gli influencer. Ha funzionato bene per un po’, ma poi è arrivata la Polmonite 19, seguita dall’Ucraina e dai terribili conflitti in Medioriente. Lì hanno perso la rotta, e il pubblico ha cominciato a distinguere la cialtroneria.

Sto vivendo le elezioni regionali in Calabria. Basta vedere l’evoluzione dell’impatto su Giuseppe Conte ad esempio. Nel 2021 guai a scrivere contro di lui. Nel 2025 qualcosa è cambiato: tolti i tifosi, oggi si attira un sacco di critiche, alcune anche parecchio accese. Succede a lui, come anche agli altri attori di questa generazione politica. La gente li vede e li percepisce per quello che si sono rivelati essere, ovvero soggetti che non si fanno scrupoli a manipolare e a mentire. A questo si aggiunge un evidente peggioramento economico generale. E il distacco è fatto. Aumenta l’astensionismo perché la gente non crede ai cialtroni. Li definisco tali perché non hanno visioni politiche a lungo termine. Per non parlare poi del peggioramento culturale.

Oggi si è realizzata di fatto la figura del politico europeo descritta da Michel Houellebecq, che nel 1996 aveva denunciato tale dimensione dopo la firma dei trattati di Maastricht nel 1992.

Il web oggi vive una doppia natura, ma mi limiterò a dire che gli influencer sono un fenomeno destinato a essere passeggero, mentre chi realizzerà contenuti più veri è destinato a durare di più. Succederà anche con questa generazione politica che gioca a ping pong con sé stessa, visto che con la gente sarà sempre più difficile rapportarsi. In fondo non hanno capito che la gente di tutti i giorni è il loro cliente principale al quale devono dare un ritorno all’investimento democratico, oggi sull’orlo del fallimento. Saranno spazzati via perché la gente vuole vivere e basta, e francamente è stufa di sentire scuse in un contesto economico sempre più compresso. È un dramma per la democrazia, che esiste solo se le persone credono in un sistema di potere che rispetta proprio le persone stesse in primis. Oggi i politici nazionali ed europeisti perseguitano l’immaginario delle persone con storielle sempre più isteriche. Finirà male perché quando il potere prende in giro e si approfitta delle persone, queste ultime smettono di crederci e si innesca in loro una reazione che non sto a descrivervi. Gli europeisti escono sconfitti perché la gente non li considera credibili nel voto.

La scusa del sacrificio è una balla del sistema pseudosocialista, e un consenso reale che si abbassa di volta in volta si traduce in una lenta e costante perdita di credibilità internazionale, fenomeno che ormai è sotto gli occhi di tanti.

Puoi essere piccolo e povero, ma se sei credibile il re e la regina ti ascolteranno sempre. E così a ruota il popolo, almeno quello razionale.

  • Perché, secondo la tua esperienza, questo degrado non viene ammesso? E perché non viene raccontato come si deve? Ci siamo più limitati che evoluti?
  • Chi ambisce al potere crede di non sbagliare mai. Chi lo possiede si illude di essere sempre nel giusto. In Italia il discorso è molto antropologico. Dal defenestramento di Silvio Berlusconi nel 2010, e con l’avvento di Mario Monti e di un susseguirsi di primi ministri più teatranti che veri e propri politici di razza, ci siamo trovati infilati in una specie di automobile in perenne accelerazione per portarci chissà dove, seguita poi da un’eccessiva spersonalizzazione dell’identità politica a favore di Yes Men e Yes Women abbastanza privilegiati, ma con il grave difetto di non corrispondere utile al Paese rispetto all’investimento del voto. Mentre il loro portafogli è rassicurato, il Paese ha cominciato a spaccarsi di più invece di rafforzarsi, il tutto scambiato con qualche pezza.

Ci siamo così ritrovati una politica piaciona, sempre più macchietta e sempre più ignorantona, oltre che più istericamente europeista, il che è più un male che un bene.

La prima violenta battuta d’arresto è stata la Polmonite 19. Al di là della tragedia, la gente si è ritrovata confinata dentro casa a sorbirsi ore e ore di dannosi talk show sempre sullo stesso argomento e con propagande maccartiste. A me è sembrato di vivere esattamente il romanzo distopico di Charles Eric Maine intitolato IL GRANDE CONTAGIO, dove ad un certo punto ci vedo scritto proprio i dpcm del governo Conte, targato PD e CinqueStelle. Se si va avanti nella lettura del suddetto romanzo, si presenta anche lo scontro tra vaccinati e guariti, solo che nel mondo occidentale hanno voluto aggiungere la categoria dei No Vax, guarda caso.

Tale schema comunicativo è proseguito con la guerra tra Ucraina e Russia, e proseguito dai sanguinosi conflitti in Medioriente. Sempre lo stesso schema, con la conclusione che abbiamo capito che la UE è solo un pretesto politico assurdo e molto lontano dalle reali esigenze delle persone. La conseguenza è che molti di noi abbiamo smesso di crederci, e gli idioti pseudosocialisti della UE continuano imperterriti a fare gli idioti, senza mai farsi una domanda scomoda. Un politico che non nutre il dubbio è un politico che sarà sempre destinato a fallire, oltre che a farsi odiare.

Sarebbe ora di smettere di frignare e cominciare a fare molti passi indietro, che alla luce dei fatti non risuonerebbe proprio come una sconfitta, perché sarebbe visto come un atto di coraggio e di saggezza, seppur tardivo. Non accadrà purtroppo, ma il potere consuma molto i presuntuosi. Ci troviamo ora in una impasse particolare perché mai vissuta, in effetti. Per quindici anni almeno, è stata portata avanti una visione di soggetti che hanno smesso di ascoltare e di dialogare con la società di tutti i giorni, ovvero noi., e ora i loro castelli di carte stanno miseramente crollando perché sono impregnati di menzogne continue, che con tragicità si riflettono sulle poche e brave persone che vorrebbero tentare, ma che non sono promosse per via di un voluto impoverimento valoriale, visto che loro i valori li calpestano usando l’argomento come un alibi, quando si sa che è una manipolazione delle masse.

Ci troviamo in una giungla, ma nella giungla non conta solo il potere, ma il più astuto, ovvero il più abile e intelligente nel senso pragmatico. Quando Tarzan si presenterà, le scimmie smetteranno di urlare.

Tale processo è complicato perché adesso viviamo in una Idiocracy vera e propria. Ci sono molti idioti con sfoggio di laurea che credono di essere intelligenti, e lo mostrano bene con uno sbraitare continuo e inutile, con l’effetto di essere dei veri e propri ciarlatani. Se la massa smette di ascoltarti, smette di crederci, anche se ha idee opposte. Io sono cresciuto con mio padre segretario di partito in un’epoca dove i diversi poli partitici dialogavano. Non erano perfetti, ma non facevano cabaret,

Una democrazia vera si nutre anche degli sbagli delle persone, e deve permettere loro di capire da soli dove sta lo sbaglio. In un’idiocrazia questo non avviene. L’Italia è una piccola idiocrazia per adesso, ma ce la caveremo perché quando ci renderemo conto del potenziale del nostro DNA millenario allora risaliremo la china.

In altri paesi europeisti non avverrà questo fenomeno tragicamente. Questa generazione idiocratica ha fatto il passo più lungo della gamba, e sarà costretta a farsi da parte, con un primo periodo però molto duro.

Un dato è acclarato. Questa generazione politica ha abusato largamente del proprio potere. E sottolineo il termine “generazione”, da separare dai concetti della destra e della sinistra classica. I valori opposti di tal compagini sono stati usati come una maschera manipolatoria.

In un contesto serio e più pronto politicamente, non avremmo in tivù le Ronzulli, le Picerno, i Renzi, e tutta la restanza di oggi. Negli anni 70’ il parlamento era frequentato da personalità come Sciascia, giusto per fare un nome bipartisan culturale. Ora abbiamo delle bruschette arrostite che si accusano l’un l’altro, e la cosa peggiore è che non hanno proprio rispetto del loro stesso elettorato, ovvero quello che vorrebbe tornare a votare.

  • Discorso amplio sul quale riflettere, ma ora parliamo di te, Aurelien. Tu sei nato a Crotone, ci hai vissuto, e come Moebius hai vissuto un doppio io. Chi ha letto l’autobiografia di Jean Giraud, ne conosce il concetto. Tu, pur non essendo Gir o Moebius, in qualche modo gli assomigli.  Però con moltissime differenze, sia chiaro. Questo tuo doppio io si è manifestato sul web, e pur non essendo un influencer super seguito… Rifacciamo la domanda: quanto questo tuo doppio io ti è stato utile?
  • Beh, vi ringrazio di avermi accostato al maestro Jean Giraud, ma la mia storia è totalmente diversa dalla sua. Io sono un doppio io sin dalla nascita, e non per scelta artistica. La mia arte, che possa essere fotografia o scrittura, è passata dal processo del doppio io, ma è sui social che si è sviluppata meglio, almeno per me. Non dico di essere perfetto, ma ho avuto le mie soddisfazioni.

Vedete, io ne ho approfittato per giocare moltissimi su tale concetto. Quando decisi di realizzare RESPONSIBILITIES, ho dovuto spogliare me stesso di tutto, diventando personaggio di romanzo da una parte e autore di reportage dall’altro lato. Il doppio io mi ha salvato e mi ha condannato. In RESPONSIBIITIES racconto della morte del mio amore e di ciò che ha comportato cacciare un mostro subito dopo. Di tale traumatica esperienza ne ho fatto un lavoro, arrivando a vivere un’altra storia anch’essa traumatica, seppur molto diversa per via del fatto che stavolta sapevo dove andare a parare. Ero più maturo. Tutto qua.

Il doppio io mi ha protetto nel processo di ricostruzione.

Sul web, confesso di essere più personaggio. Mi vanto della mia antipatia che mi concede un’allure di libertà. Su Facebook ho notato che tanti miei concittadini amano farsi vedere e ammirare in una vita che non è totalmente vera. Alcuni si realizzano delle vite parallele inesistenti. Ma non perdo tempo a giudicarli. Ognuno è padrone del proprio percorso. Io sono diverso da buona parte di tantissime persone perché io ho oltrepassato dei confini. Ho dovuto uccidere il mio cuore per mettere a fuoco le decisioni difficili da assumere. Non mi pento di quello che ho fatto perché la giustizia ha fatto il suo corso, e per fortuna non ci sono stati morti nel percorso che ho intrapreso. Però so di essere andato oltre, e questo ha compromesso vari rapporti.

Inevitabile, ma almeno non è ipocrita. Ho un rapporto abbastanza controverso con la città di Crotone. La vivo fino in fondo, talmente dentro che preferisco non mostrarla più di tanto. Alcuni insinuano che non amo la mia città, ma è fotografando Crotone che ho rimesso in gioco me stesso partecipando a vari contest fotografici di caratura mondiale, vincendone qualcuno tra l’altro.

Ho in progetto di regalarmi un’esposizione di alcuni miei lavori fotografici, sperando di regalare alla mia città una serie di scatti per far vedere ai miei concittadini dei colori che molto probabilmente non hanno mai visto.

Il mio doppio io è servito soprattutto a cercare la bellezza nascosta dei luoghi dove ho vissuto una parte della mia vita. Ma ripeto. Io vivo una Crotone così perché ho un modo diverso di vedere la vita.

  • Parliamo di arte e di web. Tu hai realizzato piccoli videoclip, hai scritto racconti sui primi siti e-book prima di Amazon, hai vinto contest fotografici in posti sperduti. Hai vissuto tante esperienze interattive, e anche se non adeguatamente pubblicizzate, è innegabile che determinate opportunità le hai vissute. Oggi l’artista senza il web non sarebbe artista? Sei d’accordo?
  • Più no che sì. Se parliamo di un’entrata in mercato, il web è necessario, ma il contenuto va saputo costruire. Il web ti rende celebre solo per il pubblico del web. Che è molto diverso da quello televisivo o cinematografico o dei bar. Un artista oggi deve essere più elastico nell’apprendere i mezzi tecnologici, ma non vuol dire che appena entri nei social lo traduci in fama e soldi. Anche un idiota può essere famoso, forse più dell’artista stesso. Uno bravo riuscirà sempre a farsi notare e a farsi valere. In Italia purtroppo c’è una cultura canonizzata e molto politicizzata. Nonostante la possibilità di mezzi che si è allargata, continuiamo imperterriti a sfornare storie che devono essere simpatiche politicamente parlando. Questo ha messo in crisi il nostro cinema. I piccoli autori però li vedi sul web, nelle piattaforme. Devo ammettere che sono molto contento di vedere dei registi horror che fanno lavori ben superiori a quelli americani nel costruire la storia. Tutto dipende da come usi il mezzo alla fine dei conti. In Italia l’avvento del web ha creato più crisi però, e molto è dovuto al fatto che crediamo di essere una cultura superiore senza avere studiato granché, e senza nemmeno confrontarsi sul campo più di tanto. Il cinema italiano ha una grande storia perché Mastroianni e Fellini si confrontavano, perché Pasolini parlava con Totò, perché Dino De Laurentis cercava prima una storia e poi il regista e gli attori. Oggi l’arte italiana, in generale, persegue una moda fasulla per compiacere il potere. L’arte vera non ha l’obiettivo di piacere e di essere asservita alla politica. Basta prendere a esempio le guarattelle napoletane. Ho avuto l’onore di conoscere e fotografare il grande artista Gaspare Nasuto che, purtroppo, non è più fra noi. Un burattinaio di grandissimo talento che ha saputo modernizzare il Pulcinella napoletano, avendo il coraggio di prendere con sé la maschera e raccontandola per quella che era. Ha dato tanto al teatro dei burattini e ha girato tantissimo. Non ha avuto bisogno del web per essere famoso, perché è stato il suo lavoro a parlare per lui. Un artista vero prende in prestito gli spazi e si mette a raccontare la sua arte con i suoi mezzi. Il web è solo una formalità. Poi possiamo anche parlare delle tecnologie di ultima generazione, ma non è la migliore tecnologia a rendere un film memorabile. No, il film ha anche altro.

Io ho usato il web per me stesso. Lo ammetto. Ma non è che mi ha reso l’artista più importante del mondo. Mi ha aiutato a sviluppare una personalità di sicuro. Mi ha messo a confronto con veri fotografi. Ma poi non è che ci ho ricavato chissà che cosa. Ormai se punti solo sul web, rischi solo di essere una meteora cui basta un click per sparire.

  • Possiamo farti una domanda più intima. Sei sereno? Sei innamorato? Che cosa ci puoi raccontare del tuo privato? Non troppo nei particolari, però. Perché tu in passato hai sovraesposto te stesso a discapito del tuo privato. Quindi, dopo quello che hai vissuto, hai avuto una seconda chance?
  • Ho una mia serenità. Ho affrontato una brutta malattia uscendone di recente e mi sono convinto a vivere un nuovo ciclo. Per quanto riguarda l’amore, ci sono voluti anni per ritornare a provare qualcosa. Ora la provo, ma la tengo per me. Preferisco starne un pochino lontano. Perché per adesso voglio vederla crescere, anche in qualche errore. Per me è già tanto che non mi sono arreso al trauma, perciò mi accontento. Non riesco a essere geloso e nemmeno possessivo. Ho serie difficoltà a pronunciare i miei sentimenti. Quello che ho vissuto dentro non lo auguro nemmeno ai miei nemici. Preferisco gioire in silenzio con una porta socchiusa. So che si tratta di una visione abbastanza romanticona, ma se vuoi dimostrare oggi il tuo amore devi anche essere pronto a vivere questo silenzio. L’amore vero gioca con il tempo per crescere. Pero, questa resta una mia visione, frutto di quel che ho vissuto. Io non sono perfetto. Lungi da me pensarlo pure. Io ho commesso azioni che mi hanno portato a oltrepassare dei confini che non potranno mai definirsi etici.

Comunque sono felice di una cosa: che non ho perso la facoltà di amare. Per alcuni anni, quel vuoto mi ha torturato. Ma è anche grazie a quel vuoto che ho capito la responsabilità dell’amore. Alla fine il Cacciatore di Fake (nb: in corso di pubblicazione su un sito wordpress) è il racconto di questa riscoperta.

  • Tra poco si consumeranno le elezioni regionali in Calabria. Mentre l’Europa non è compiuta di fatto, in Calabria si vota… Insomma, abbiamo notato che a differenza del passato tu non ti sei voluto esporre come facevi prima con tante dirette Facebook per raccontare il gioco elettorale giorno per giorno.
  • Non credo che essere presente in video possa cambiare l’esito elettorale, poiché sarà terribilmente condizionato da un astensionismo imponente. L’inizio della campagna elettorale l’ho trovato grottesco e scontato. Il gioco mediatico con relativi sondaggi non influenzerà più di tanto il verdetto finale di un ente che in alcune zone della Calabria è recepito come qualcosa di lontano. Certo è che i due principali contendenti, con un terzo incomodo che forse nemmeno raggiungerà il quorum, partono entrambi azzoppati, più che altro perché le rispettive coalizioni soffrono di demagogia acuta, eccesso di protagonismo e una comunicazione presuntuosa. Sono divertenti gli spot su Tik Tok.

L’elettore è oggi più esigente, e a ragione tra l’altro.

La Calabria è una regione che si è evirata con una legge elettorale che esclude i piccoli territori provinciali a vantaggio di quelli grandi. Crotone non ha avuto rappresentanti nella maggioranza, ma neanche all’opposizione. Il rappresentante eletto nelle fila dei Cinquestelle nel passato consiglio non so a cosa sia servito esattamente. Addirittura si ripresenta nella coalizione del nemico.

Mi rendo conto che questa percezione di lontananza abbia contribuito a complicare il rapporto con gli elettori. Questo è dovuto a una riforma idiota che ha depotenziato i territori provinciali. Per cosa poi?

Non giudico in questa conversazione i tanti candidati al consiglio regionale. Per loro già praticare questo percorso elettorale sarà una via crucis impregnata di cabaret, tanto per ripetermi. Detto con franchezza, preferisco fare da spettatore, e poi magari rivendicare qualcosa.

Purtroppo le dirigenze dei partiti non si rendono conto dell’antropologia del posto dove dicono di operare, e hanno la grave colpa di non aver provato a fermare l’emorragia astensionista. Non hanno mai voluto discuterla, e nemmeno capirla. Ciò renderà il risultato molto incerto, un risultato che purtroppo sarà viziato anche da alcuni cliché come la criminalità che esiste, in realtà molto bipartisan. Altro che destra o sinistra.

Non parlo poi delle sfide proposte, che poi sono molto influenzate dalle decisioni che si prenderanno a Roma e a Bruxelles.

Vi dirò che preferirei una campagna elettorale più realistica e molto meno fantasiosa. I calabresi sono un insieme di popolazioni ricche di contraddizioni, ma vogliono vivere in pace e sfruttare al meglio le proprie risorse. Non perdonano il presente, che purtroppo è figlio di gravi mancanze da parte delle dirigenze partitiche. Il calabrese oggi è molto diffidente. E mica glielo puoi rimproverare, soprattutto dopo quello che gli hanno fatto perdere.

  • Quale ricetta proporresti per combattere questo astensionismo, che poi è una malattia diffusa anche in altre parti d’Europa. Alle ultime elezioni europee, se ricordi, buona metà dell’elettorato ha disertato l’appuntamento del voto. Tu hai toccato questo tema con una celebre intervista curata da te con un ex consigliere regionale, il quale aveva pure descritto il problema.
  • Beh, è semplice. La montata di astensionismo ha portato la nostra politica a non essere credibile sul piano internazionale. Poi il discorso si fa subito complesso. Ripartiamo dall’inizio della nostra conversazione. C’è da risalire a un’intervista fatta a Michel Houellebecq datata 1996 pubblicata su Humanité, una rivista francese. In poche parole spiega il degrado portato avanti dalla firma di Maastricht. La posizione del discusso scrittore francese la condivido appieno, perché il degrado politico locale raccontato in quella stessa intervista è diventato realtà di tutti i giorni.

Il centrodestra berlusconiano si macchiò della legge elettorale denominata porcellum, una legge di cacca che rese mercenari i parlamentari più di prima. I governi non berlusconiani peggiorarono il porcellum con l’avvento del rosatellum. Si nominano i candidati dall’alto, e il più delle volte sono soggetti di cui l’elettore locale non sa una beata cippa, tranne che prenderà una bella paga.

Le elezioni regionali, di conseguenza, vivono lo stesso meccanismo. Perché l’attuale legge elettorale calabrese è quanto di più lontano si potesse immaginare. Certo, magari qui i candidati vengono scelti meglio. Ma è la circoscrizione che è troppo grossa, e Crotone rischia di non avere nessun rappresentante consigliere. A livello nazionale meglio stendere un velo pietoso.

L’elettore è come un lettore di romanzi. Ha bisogno di identificarsi in una presenza vera, non in un qualcosa di simpatico calato dall’alto. Un elettore, quando vota, investe su qualcuno che gli possa migliorare l’esistenza, non che gli faccia la morale da quattro soldi urlando in qualche stralunato talk show.

Oggi gran parte dei politici crede di essere utile e necessaria, addirittura adottando linguaggi isterici. A volte, quando vedo qualche talk show, sembra di stare in una classe piena di mocciosi capricciosi.

A livello locale, qualche soluzione la proporrei, ma è meglio di no. Aspetto l’elezione del Presidente della Regione prima di parlare di questi suggerimenti. Ora preferisco vedere i caproni scatenarsi tra i colli crotonesi, convinti che i loro santini su Facebook determinino la volontà generale dei cittadini a recarsi alle urne.

Il mio doppio io mi dice che avrebbero fatto meglio a discutere della malattia e di farlo con i cittadini, a costo di prendersi anche delle offese.

Per la mia misera esperienza, io so che una buona campagna elettorale va costruita ben prima degli accordi di coalizione e dei manifesti, e deve essere fatto dialogando con un corpo elettorale che deve essere costruito con sentimento di partecipazione e di squadra. Io saprei come fare, ma non lo dico. Ripeto che preferisco vedere i caproni scatenarsi tra i colli crotonesi, e quando scenderanno a valle saranno costretti a chiudersi nel recinto della loro presunzione.

Premetto però che qualche personalità capace esiste, ma la strada per la reggia di Catanzaro è di fatto una via crucis.

  • Aurelien, sappiamo che non parli dei tuoi progetti in essere, anche perché vieni da un paio di anni pesanti per quanto riguarda la tua salute, perciò alcune priorità sono giocoforza cambiate. Ti ringraziamo per questa bella chiacchierata. Non siamo d’accordo su alcune visioni, ma tu hai testimoniato la tua realtà ed è normale che tu abbia un tuo pensiero formato. Però una domanda finale te la vogliamo porre: perché i tuoi social hanno pochi follower rispetto ad altre realtà, ma i numeri, che non pubblicizzi quasi mai, dicono che hai dei seguiti?
  • ­Io non sono sui social per prendermi i like. Certo, ho realizzato vari contenuti. Ma i like non li cerco. Non sul mio personaggio. Io ho un brutto difetto per la società: sono un tipo che possiede un talento che dà fastidio a molti, ovvero quello di stare attento ai dettagli. A Crotone il mio rapporto con i concittadini non è stato buono per una fetta grossa della mia vita. Molti pensavano di avere a che fare con un passatempo. Ora, per tanti di loro, i ruoli si sono semplicemente ribaltati. E questo infastidisce parecchio. Me ne rendo conto. Perciò preferisco continuare per la mia strada da lupo affamato. La verità è che non ho da dimostrare nulla, se non essere degno del nome che porto. Qui a Crotone più di qualcuno mi dice che sono sprecato, ma è vivendo a fondo questa realtà periferica che ho imparato, ad esempio, a combattere il mostro. Ho usato i social per riabilitare un’immagine difettosa per l’immaginario collettivo. Ci sono in parte riuscito, sapendo bene che non piacerò mai a tutti. Ammetto di aver patito tantissimo, ma almeno ci provo a rialzarmi. E ora che ho preso a calci il mio male, ho deciso appunto di ripartire da zero per provare ad andare là dove nessun individuo è mai arrivato. Grazie per questa bella conversazione. E spero che questa mia minuscola testimonianza vi sia servita. Grazie davvero.

Intervista in videoconferenza rilasciata il 7 settembre 2025.

Scritto il 12 settembre 202521 settembre 2025Categorie Arte,Articolo,attualità,cultura,Fotografia,Reportage,VitaTag Arte,attualità,aurelien facente,calabria,conversazione,crotone,cultura,dialogo,elezioni regionali,fuori schema,internet,intervista,lettura,politica,scrittura,social,società,storia,teatro,unione europea,webLeave a comment on IL DOPPIO IO – Una conversazione con AURELIEN FACENTE.
Caro Giuseppe Conte, se soltanto sapessi cosa mi è capitato…

Caro Giuseppe Conte, se soltanto sapessi cosa mi è capitato…

Una mattina anonima, ma serena. Esco di casa com’è mia abitudine dopo aver fatto qualche operazione di pulizia. Sono un animale abitudinario. Mi cerco un bar per prendere un cappuccino. Non è un’abitudine. È un rito vero e proprio. Un quarto d’ora seduto al bar solo a osservare la gente, il traffico, la vita cittadina, e a godermi un po’ di sole. Nella sala esterna c’è un tizio che legge un giornale. Non ne vedo la faccia. A Crotone è raro vedere qualcuno al bar che legge apertamente un quotidiano. Il rito di leggere il giornale è un modo di estraniarsi un po’ dalla realtà e godersi con calma il caffè. Ognuno, quando è in solitudine, sceglie un’abitudine per ammazzare il tempo.

   Ordino il cappuccino. E mentre aspetto, ecco che arriva un amico di vecchia data. Un amico, Michele, che non vedevo da anni.

   “Aurelien, da quant’è che non ci vediamo?”

   “E tu che ci fai qua?”

   “Niente di che. Sono qui per una breve vacanza. Lo sai che ti vedo nelle tue dirette su Facebook. Oddio, ti vedo in differita.”

   “Non sei il solo.”

   “Posso chiederti qualcosa d’indiscreto?”

   “Spero che non sia vita privata.”

   “Perché critichi Giuseppe Conte?”

   “Io non critico Giuseppe Conte, tanto che gli riconosco che parla bene. Ma sono molto critico sulla faccenda del Covid-19. Non nego che esiste una pandemia. Solo che mi piacerebbe che si ammettesse che il nostro problema, almeno in Italia, è molto logistico. A Crotone ci siamo dovuti accontentare di una tenda di Emergency dove accogliere qualche malato. Ma non credo che possa saperlo…”

   A quel punto, l’uomo con il giornale si alza di scatto e si avvicina. Non riesco a crederci. Mai avrei immaginato di trovarmi seduto al bar a due passi dal signor Giuseppe Conte.

   L’ex premier italiano mi guarda con fare ironico.

   Mi faccio guidare dal mio senso diplomatico: “Questa sì che è una sorpresa. Non le chiedo che ci fa qui, ma francamente mai avrei pensato di trovarla con un giornale a bere il caffè con me. Mi scuso se magari ho detto qualcosa di cattivo.”

   “Sono abituato alla cattiveria, signor Aurelien? Lei ha un nome francese, vero?”

   “Touché. La vedo di buon umore.”

   “Bene, Aurelien. Senta. M’interessa molto il parere di un cosiddetto esperto. Sa, in Parlamento a Roma non hai a che fare con gente normale e comune.”

   “Professor Conte, lei mi onora. Ma rischio di essere cattivo. Poi magari la offendo e lei mi querela.”

   “Non importa. Ogni tanto anche un ex premier come me ha bisogno di parlare con qualcuno di diverso.”

   “Le proporrei una passeggiata per Crotone. Vorrei farle vedere qualcosina, ma magari non ha tempo. Mi viene facile così fare il discorso.”

   “La voglio sorprendere. La faccio volentieri.”

   “Faccio fatica a crederci, ma credo che ci sia un prezzo da pagare.”

   “Certo, lei come si sarebbe comportato?”

   “Ammetto che davanti ad un fenomeno di una portata distruttiva come l’epidemia di Covid-19 mi sarei trovato molto combattuto, soprattutto con la generazione politica che aveva a che fare lei. Le parlo da essere umano. Al posto suo, al di là del lavoro degli scienziati e dei medici, mi sarei preso un paio di giorni solo per studiare qualche libro che parli di virus, giusto per capirci qualcosa.”

   “E che libri avrei dovuto leggere?”

   “Professor Conte, un bel po’ di libri e meno parole di altri, che magari non hanno letto. Non dico che avrebbe trovato una soluzione, ma imparare a conoscere il mostro è un modo per affrontarlo. A me il virus in sé non spaventa. Magari è un virus che ha dormito per un miliardo di anni e che oggi si risveglia. Si affronta e basta. Non voglio parlare dei morti, ma un terremoto violento in una città ha sempre fatto vittime. Il problema è venuto dopo.”

   “Di che parla?”

   “Un virus, nella storia, ha sempre prodotto cambiamenti nella società. Io ho molto detestato il comportamento dei media ad esempio. Giusto parlare di prevenzione e di progressi, com’è giusto dire che il virus uccide. Ma non si può continuare ad affrontare in questo modo. Perché poi ci dimentichiamo di una cosa importante nelle persone: l’umano deve vivere ed è lì che deve trovare la sua forza. Voltaire scrisse una cosa che mi resta ancora oggi impressa: ai vivi si deve rispetto, ai morti solo verità.”

   “Signor Aurelien, che cosa vuole farmi vedere?”

   Ci alziamo dai rispettivi tavolini, e ognuno paga il suo al gestore del bar. Anche il professore si era preso un cappuccino.

   Passeggiamo e parliamo. Gli faccio vedere com’è fatta Crotone. La nostra è una lunga passeggiata. Gli argomenti spaziano in cultura generale. Politica zero. Solo cultura con la C maiuscola. Parliamo di turismo. Parliamo di prospettive. E ci scambiamo pure qualche risata.

   Cavolo! Il Presidente Giuseppe Conte scherza con me.

   “Ti vedo disturbato, Aurelien.”

   “Faccio fatica a credere di parlare con te.”

   “Può accedere di tutto nella vita.”

   “Già. Permettimi di farti conoscere una persona.”

   Ci troviamo in periferia a Crotone. Suono al portone di un palazzo popolare di Crotone.

   Ci apre Giuseppe, un mio conoscente. Un uomo sulla quarantina con moglie e due figli.

   “Giuseppe, per favore, racconta al Presidente Conte la tua storia.”

   Giuseppe, che è omonimo solo per nome dell’ex premier, racconta la sua storia. Lavorava. Portava il pane a casa. Poi è giunto il lockdown. La moglie mangiata dalla paura decide di andare via e porta con sé i figli. Giuseppe resta da solo, e perde pure il lavoro. La separazione ha dei costi aggiuntivi e non riesce a coprirli. E da allora è solo, e non riesce a trovare lavoro. Ha fatto richiesta del reddito, ma deve aspettare. E l’attesa lo uccide. Giuseppe si arrabbia, ma non è offensivo.

   Poi ci dice educatamente di andare via. Ha bisogno di calmarsi. Lo accontentiamo.

   “Aurelien, devo farti una confessione. Tu credi che il buon Giuseppe Conte non sia insensibile?”

   “No, professore. Ma ogni tanto è bene vedere la verità in faccia senza farsi prendere dal proprio ruolo nella società.”

   Il professor Conte ed io ci ritroviamo in un altro appartamento. Un’altra famiglia, stavolta più gioiosa. Un altro nucleo di 4 persone. Mamma, papà e due figli. Maria e Giovanni sono sposati da dieci anni, e lei esce pazza per Conte.

   Stavolta l’incontro è meno problematico. Più educato. La coppia ha due figlie di 8 e 6 anni. La più grande si dimostra vispa e interviene nei discorsi. Giuseppe Conte sorride, ma nei suo sguardo noto la malinconia. Sì, perché Giovanni è disoccupato. Ha perso anche lui il lavoro, mentre Maria è costretta a lavorare di notte per condomini a pulire. Giovanni ha purtroppo anche un male, e non può curarsi bene perché un intervento è rinviato.

   Dopo una buona mezz’ora, usciamo.

   “Aurelien, voglio ringraziarti.”

   “Di che cosa? Sono io che ti ringrazio. Queste persone, nel loro modo di essere, sono persone che vogliono vivere e che sono state lasciate da sole. Hanno bisogno di maggiore positività. Hanno un forte bisogno di essere rincuorate. Ed è questo che critico fortemente nella gestione della pandemia. Si parla di morte, ma non si parla di vita. E questo è purtroppo un aspetto che la tua generazione politica ha dimenticato. E lasciar spazio alla cronaca spicciola non ha dato i suoi frutti. C’è un momento dove bisogna prendere decisioni, ma c’è anche un momento in cui bisogna avere il coraggio di parlare alle persone mostrandosi per quello che si è.”

   “Mi piacerebbe approfondire ancora. Ho molto di cui riflettere. Dentro un palazzo non sempre vedi le cose con chiarezza. A volte non le vedi proprio.”

   Un’auto si ferma non lontano da noi. Giuseppe Conte non era solo. In effetti, mi sembrava strano che non ci fosse qualche guardia del corpo che si seguiva.

   Giuseppe Conte sale in macchina, e mi lascia un saluto con la mano. Contraccambio. Non ho voluto chiedergli un passaggio, anche perché avrò i suoi impegni. Mi sono dimenticato di chiedergli che cavolo ci faceva realmente a Crotone.

   Chiudo gli occhi.

   Stacco.

   Apro gli occhi. Nella mia stanza.

   Era tutto un sogno. Un maledetto sogno.

   Sarebbe stato troppo bello se fosse stato reale.

Aurélien Facente, 9 novembre 2021

Scritto il 9 novembre 2021Categorie Articolo,attualità,cultura,Racconto,scrittura,TestoTag Articolo,attualità,aurelien facente,conversazione,coronavirus,coronavirus kr,dialogo,fuori schema,Giuseppe Conte,politica,Racconto,scrittura,sogno,virus1 commento su Caro Giuseppe Conte, se soltanto sapessi cosa mi è capitato…
La favola del vecchio cane sopravvissuto e del topo di città

La favola del vecchio cane sopravvissuto e del topo di città

C’era una volta una piccola città del sud. Non una grossa metropoli, ma una città ridente sul mare. Non era, a dir il vero, un gran periodo di felicità. Gli abitanti erano tristi, ombrosi, non consoni al sorriso.

   Era una città dai mille splendori nascosti, ma un’oscura cappa di tristezza aveva contagiato tutti gli abitanti, facendoli un po’ allontanare dalla voglia di rivolgere il viso verso il sole o verso il mare.

   Già, la piccola città si trovava a due passi dal mare.

   E come ogni mattina c’era un anziano cane seduto sulla panchina della passerella che passava il tempo a guardare il mare.

   Era un cane solitario. Aveva tanti anni, e di lui si raccontavano tantissime cose. A volte carine, a volte molto brutte. Ma il cane camminava per le vie della città, non curandosi delle dicerie.

   Preferiva il cammino della libertà rispetto alle catene del pettegolezzo.

   Pochi erano gli amici del cane. Tanti erano i suoi nemici, che magari erano invidiosi del fatto che quel cane aveva una personalità spiccata, tendente alla creatività.

   Quel cane aveva, infatti, il dono di non annoiarsi mai.

   Solitamente i cani sono animali abitudinari, fanno sempre le stesse cose.

   Ma quel cane no. Era uno spirito libero, e dava fastidio. O almeno suscitava invidia.

   In quella piccola città era molto raro vedere un cane senza padrone.

   Tuttavia, quel cane amava stare libero. E tutti, pur mormorando, rispettavano la sua libertà.

   C’era una storia che veniva narrata. Una delle poche storie vere sul cane.

   Qualche anno prima, il cane godeva di una conoscenza, ovvero dell’amicizia con un topo di città.

   Il topo di città era un tipo che desiderava recitare favole su un palco di teatro viandante, come gli antichi cantastorie che viaggiavano di villaggio in villaggio con i loro carri. Anche lui amava la libertà e sognava di fabbricarsi un carro per fare la vita da nomade, perché voleva conoscere il mondo e fuggire dalla città triste che in cuor suo detestava.

Si era allontanato di sua spontanea scelta da una comunità di topi perché voleva solcare le scene. E aveva fatto amicizia con il cane perché in lui in qualche modo si somigliava.

   Solo che il topo era dispettoso con le parole. Gettava veleno infondato quando avvenivano fatti in città che magari non gli piacevano. Il topo non era ligio ai compromessi. Voleva dimostrare al mondo intero che la sua libertà fosse superiore, unica, l’unica vicino alla verità.

   Il cane si divertiva con il topo. Grazie a lui aveva preso ad appassionarsi al palcoscenico, alla recita.

   Quando il topo saliva sul palco del vecchio teatro abbandonato per allenarsi al ruolo di cantastorie, il cane si sedeva in silenzio e ascoltava con passione il racconto che il topo si inventava di volta in volta.

   Un giorno, a causa di nefasti eventi personali, il cane e il topo si trovarono a separare le proprie strade. Madre Natura aveva combinato qualcosa nei confronti del mondo dell’uomo, e appena la tempesta passò il cane riprese a fare le sue lunghe passeggiate, mentre il topo riprese a provare il suo ruolo di cantastorie.

   In un determinato giorno, il cane incontrò un uomo molto anziano. Di quell’uomo, in città, si raccontavano tante brutte cose, e alcune di esse non erano vere. Il cane lo sapeva benissimo, perché anche quell’uomo professava una certa filosofia di libertà.

   Il cane e l’uomo anziano si misero a discutere per ore. La scena avvenne in pubblica piazza, e per qualche giorno in città si parlò di questo dialogo cortese.

   L’uomo anziano era molto ricco. Aveva terre e case, e ovviamente tanto denaro.

   Ma era anche un uomo solo, con figli lontani e amici che erano diventati nemici. Si raccontava che l’uomo fosse avaro, in altri casi lo additavano alle spalle come un criminale.

   Il cane, conoscendolo da lontano e sapendo che non bisognava andare dietro al pettegolezzo, aveva deciso di dialogare con lui, anche perché un uomo non poteva stare eternamente da solo; perciò decise di intraprendere un dialogo con lui.

   Si conobbero e decisero di raccontarsi delle storie, senza pretendere particolari favori. Solo dialoghi amichevoli per ammazzare un po’ il tempo.

   Una notte, all’esterno di un’osteria, il cane incontrò il topo di città che stava bevendo una bottiglia di vino con alcuni compagni d’avventura. Il cane scodinzolò e andò incontro al topo di città per salutarlo.

   Quando il cane si avvicinò, il topo di città fu cattivo con lui: “In città si narra di questo signore che ti ha dato da mangiare. Tu sai che quell’uomo è un criminale e non dovevi parlare con lui. Ti sei fatto incatenare…”

   Parole senza senso. Il cane ci rimase molto male perché magari voleva soltanto dire che il dialogo non si rifiutava a nessuno. Ma il topo di città non volle sentire ragioni, e offese profondamente il cane, umiliandolo davanti ad un pubblico.

   Il cane si allontanò con il cuore piangente, e restò sveglio per tutta la notte chiedendosi perché il topo di città si comportava così. Si era accorto che il topo aveva bevuto il vino, e allora in qualche modo cercò di perdonarlo. E allora aspettò che il topo gli scrivesse un biglietto di scuse gentili.

   Ma il biglietto non arrivò mai.

   E così il cane scoprì il duro prezzo della libertà, che a volte non ti permette di avere gli amici che vorresti avere. E decise allora di continuare a passeggiare in lungo e in largo per le strade della città.

   Il topo di città era fiero. Aveva offeso il cane con estremo orgoglio, e in fondo gli piaceva aver sopraffatto in quel modo il cuore dell’ormai ex amico. Tanto l’amicizia con il cane non valeva nulla ormai. Tanto c’era altro cui pensare. C’era da fare del lavoro nel vecchio teatro, mettere magari su una compagnia da aggiungere al carro, e cominciare a riportare un pochino di allegria tra gli abitanti della città che avevano vissuto un lungo inverno freddo, giusto per cominciare prima di partire per il lungo viaggio.

   Mentre stava per tornare nel teatro abbandonato, il topo di città s’imbatté tra le vecchie stradine del centro in un gatto nero che lo guardava con odio sprezzante dai tetti.

   Era un gatto possente, ma pieno di cicatrici. Un sopravvissuto delle strade.

   Si narrava che il gatto nero fosse in realtà una volta il signore di quel borgo, e che fu cacciato da un cane senza padrone perché il gatto era un terribile prepotente. Il topo conosceva bene la storia del gatto pieno di cicatrici.

   Maltrattato da un uomo cattivo, il gatto divenne un criminale senza pietà. Era capace di rubare il cibo ai poveri, ed era dannatamente agile e forte. Ebbe un duello con il cane senza padrone, e fu un duello all’ultimo sangue. Il cane vinse perché era abituato a stare fuori al caldo e al freddo, e soprattutto difficilmente si stancava. E aveva sempre qualcuno che gli dava da mangiare, cosa che purtroppo il gatto non riusciva ad avere.

   Le persone non amano gli animali cattivi.

   Il gatto piombò sulla strada, e con una zampata spinse con violenza il topo a terra. E poi gli diede l’artigliata finale.

   Caso volle che in quel momento stava per passare il cane senza padrone, che si era deciso a voler in qualche modo a dire la sua al topo di città.

   Ma la scena che si presentò fu crudele.

   Il gatto pieno di cicatrici, accorgendosi del cane, risalì con rapidità sui tetti.

   Il cane si ritrovò il cadavere del topo di città.

   Il cane continuò a vivere come se nulla fosse, continuando a fare conoscenze e ad ascoltare storie di persone che avevano solo voglia di parlare.

   Si avvicinò, lo odorò e disse: “Brutta storia. Beffardo il destino che ha colpito il topo di città. Se solo avesse placato la sua stupida ira, a quest’ora sarei stato in compagnia sua per rimettere in piedi il carro del cantastorie. Ora non posso fare altro che ricordarti.”

   Il gatto pieno di cicatrici, invece, si rifugiò su una nave e partì per porti lontani.

   Il teatro abbandonato riprese a vivere come teatro di burattini, e quel che restava del carro appena iniziato a costruire diventò una scenografia del luogo, ovviamente senza il topo di città che finì paradossalmente nel diventare lui stesso un racconto cantato dal mastro burattinaio.

Aurélien Facente, ottobre 2020

Scritto il 13 ottobre 202014 ottobre 2020Categorie Arte,Articolo,attualità,cultura,Racconto,scrittura,TestoTag amicizia,attualità,aurelien facente,blog,cane,crotone,cultura,dialogo,favola,fiaba,mare,teatro,Testo,topoLeave a comment on La favola del vecchio cane sopravvissuto e del topo di città

La vita social dell’Orso Enzo, curioso fenomeno in periodo elettorale

Non ti preoccupare, caro Enzo, perché non è un articolo contro di te, e francamente non è nemmeno una recensione sul tuo credo politico. Però la tua presenza nei social mi ha alquanto sorpreso, e ogni tanto spuntano i tuoi interventi. Non parliamo poi dei video che hai registrato.

   Ecco, lì ti esprimi abbastanza bene. Cerchi di essere chiaro e cortese. E come soggetto politico ben navigato, sai dove colpire il bersaglio. Devo ammettere che sei stato illuminante, e che lì ti esprimi con molta naturalezza. Sia chiaro. Averne di gente che si esprime con naturalezza e con un buon piglio non ne trovi di tutti i giorni.

   Vedi, Enzo, i filmati me li mandano via whatsapp, perciò con molta curiosità li vedo e li ascolto. Non mi sono voluto esprimere sulla tua scelta social. Avevo notato il tuo entusiasmo e la tua curiosità, ma poi il tempo ha fatto il resto.

   E così oltre ai filmati, ti intercetto nei commenti di profili “amici”, con il tuo tipico dialogo con terzi. Non entro nei particolari perché già ci scriverei un libro, ma la cosa mi è saltata all’occhio, tanto che sui commenti non sei banale. Anzi, sai anche fare uso di una buona dose di humour. Mi consola sapere che dentro di te c’è una parte umana, ma su questo non avevo dubbi.

   Mi hai incuriosito tantissimo con la tua vita social. È vero che non ti ho chiesto l’amicizia. Io non sono l’elettore tuo tipico. Sono un tizio che ragiona prima di votare chicchessia. Sono abituato così, ma prima di vedere il ciuccio che vola mi devo assicurare che abbia almeno le ali.

   Non mi voglio perdere nei particolari. Leggerti è stata una piacevole scoperta, soprattutto quando hai dialogato con qualche tuo avversario politico. Botte e risposte che avrei voluto vedere in una trasmissione televisiva, ma ho dovuto accontentarmi. Senza dare fastidio. Chi sono io per darti torto nei tuoi ragionamenti?

   Poi è capitato intercettare qualche scontro.

   E così ti sei reso conto che Facebook non è il mondo meraviglioso che tu auspicavi.

   Già.

   Tanta rabbia nei social, mischiata ad una serie di leggende urbane sul tuo conto che forse avresti dovuto cancellare sul nascere. Però hai lasciato perdere. E già. Meglio fare l’indifferente. Tanto sei uno che la macchina elettorale se la sa organizzare molto bene (e su questo ti ammiro, perché elettoralmente sai badare al sodo), solo che poi lascia perdere altri particolari.

   Caro Enzo, non ti offendere. Scusa se ti do del tu, ma è un tu piuttosto allegro. Non sono uno che spara veleno. È capitato che ho votato per la tua coalizione in passato, ma non ti dico quando. In fondo sono uno che assaggia i veleni non assaggiati. Mi sono fatto un’idea, quindi una conclusione. Ma la tengo per me.

   Sono curioso della tua comunicazione social, di come ti esprimi, e di come controbatti. E mi sono accorto che adesso cominci a essere un po’ seccato. Giudizi severi, immaturi, pieni di rabbia. E che cosa ti aspettavi da una città che dal 1997 (anno del mio primo voto) a oggi ha perso tanto. Certo è che a livello comunale non tutto è farina del tuo sacco, anche perché era compito degli eletti dimostrare di avere gli attributi e il cervello. Non parlo poi degli altri livelli istituzionali. Non mi permetto nemmeno di giudicare le tue posizioni politiche di volta in volta.

   Ma stavolta sei diventato social, e ti stai rendendo conto di non avere il mondo ai tuoi piedi, nonostante il tuo voler essere educato nelle discussioni anche più dure (e questo ti fa onore perché sai controllarti).

   E allora ti rendi conto che c’è molto veleno nei social, molto veleno che si è accumulato nelle persone che si sono illuse anche nell’aver votato qualche candidato improbabile che tu hai sostenuto. Crotone, dal 2004, ha iniziato un’impennata senza precedenti verso il basso, e molti della tua sponda hanno pensato per tanto tempo al suddividersi il potere e le posizioni.  E questo perché… Stop. Poi diventa un mio giudizio del tutto personale.

   Ti stai rendendo conto della realtà, e ti stai accorgendo che c’è gente avversa sulla tua politica. Magari qualcuno si esprime in maniera cruda, ma si tratta di persone che hanno pienamente diritto a essere arrabbiate. E tu sai bene che questa rabbia è stata lasciata alimentare da una politica inefficace nell’ascolto e nel sapersi collocare nel presente.

  Sai? Leggo anche le tue interviste. Io m’informo e do a Cesare quel che è di Cesare. Da me non avrai odio perché non ho motivo di odiarti. Certo, la tua politica non mi sta simpatica perché ho tutt’altro pensiero politico. E a differenza di tanti, almeno io provo a rispettare il tuo credo e a riconoscere che sei in ogni caso una memoria importante per la città di Crotone.

    Ora, al di là dell’ironia, sono contento di una cosa. Che al di là delle seccature social, ti stai rendendo conto che Facebook non era così semplice da vivere, che stai vedendo quel pezzo di realtà crotonese che forse non hai voluto mai vedere di persona, che è sempre giusto che tu difenda la tua persona se vieni attaccato senza un motivo serio.

   Perciò adesso ti do il benvenuto su Facebook, e ti auguro di avere un buon dialogo con tutti. Se poi capiti dalle mie parti, fammi un toc toc. Io, a differenza, di altri ho un altro punto di vista. Semmai il problema, caro Enzo, è proprio dialogare. Non convieni?

Aurélien Facente, settembre 2020

Scritto il 1 settembre 2020Categorie Articolo,attualità,cultura,scrittura,TestoTag attualità,aurelien facente,calabria,crotone,cultura politica,dialogo,elezioni comunali,facebook,fuori schema,lettera aperta,media,memoria storia,movimento politico,orso enzo,politica,satira,social,società,zio enzoLeave a comment on La vita social dell’Orso Enzo, curioso fenomeno in periodo elettorale
La strana notte politica in Piazza Pitagora

La strana notte politica in Piazza Pitagora

Sabato notte. Ok. La foto che vedete è una Piazza Pitagora di giorno, ma l’ho messa giusto per darvi un’idea del luogo di dove è avvenuto l’episodio. Di sabato notte, solitamente, si possono fare strani incontri, tutti da raccontare. Spesso e volentieri potresti trovarti a fronteggiare bande di ragazzi che vanno a fare la loro uscita notturna del sabato notte, con tanto di movida.

   Eppure può capitare qualcosa di diverso.

   È risaputo in questi giorni che finalmente a Crotone ci staranno le elezioni comunali. Finalmente voteremo per il nuovo sindaco di Crotone, e abbiamo la possibilità di scegliere almeno tra quattro nomi. Poi c’è l’esercito dei candidati al consiglio, che francamente lo trovo abbastanza seccante, anche perché devo passare almeno un mese ad evitare certi maniaci che pretendono di darti lezioni di politica, e poi la prendono pure seriamente se provi a controbatterli. E se sanno che non li voti, ti ritrovi ad avere facce vicine al suicidio.

   A Crotone la politica locale è abbastanza bizzarra.

   Ma potrebbe esserci il momento che ti sorprende.

   Ho imparato a essere ottimista, non tragicomico.

   Insomma, stavo camminando e poi incontro un giovane candidato, un 5stelle per l’esattezza, e poi un altro candidato, di una lista civica, e già mi trovo in mezzo a due fuochi diversi. Mentre cercavo di avviare un piano di fuga, ecco che arriva il terzo, stavolta targato Lega. A quel punto, avevo voglia di trovare un pub e bere un bel bicchiere di Amaro del Capo giusto per trovarmi in un’altra dimensione ed evitare di trovarmi in mezzo allo scontro politico intellettuale.

   Purtroppo esperienze precedenti mi hanno portato a tenermi lontano da certe situazioni, se non altro perché il più delle volte rischiano di essere un’enorme perdita di tempo. Eppure…

   Già. La notte riserva sempre delle sorprese.

   Mentre il candidato della lista civica si allontana, mi ritrovo in mezzo al 5stelle e al leghista. Pensavo francamente di dover fare come Bud Spencer, ovvero prenderli dalla testa e sbatterli l’uno contro l’altro.

   Non è avvenuto.

   Anzi, addirittura ci siam ritrovati sotto l’ufficio di un noto candidato a sindaco, e con un dibattito politico civile e costruttivo. Al 5stelle e al leghista non gli interessava dibattere sulla figheria dell’appartenenza politica, ma la discussione era sul miglioramento dei servizi dentro Piazza Pitagora, come renderla migliorabile dal punto di vista energetico, come renderla la Piazza da vivere.

   Non riuscivo a credere alle mie orecchie. Io, ad un certo punto, pensavo addirittura di aver assunto qualche droga che mi spingeva ad avere un’allucinazione uditiva. E così sono rimasto ad ascoltare, e ascoltavo le loro idee, e le loro proposte. E non si scannavano per niente, anzi si ascoltavano l’uno con l’altro integrando le loro differenze ideologiche con l’idea di una Piazza Pitagora del tutto migliorabile.

   Poi la conversazione è terminata. Ho continuato la mia camminata, giungendo alla conclusione che finalmente c’è una generazioni di giovani che ha capito il vero senso della discussione politica: dimenticare l’appartenenza per collaborare al miglioramento della qualità dell’intero sistema. Un dibattito leale e costruttivo.

   Allorché ho pensato al voto, all’importanza del voto.

   Purtroppo non posso fare la pubblicità a questi due giovanotti di belle speranze, e so che ce ne stanno anche altri, in cui il principio del dialogo e del dibattito vengono prima dell’interesse di bandiera.

   E allora mi auguro che la gente vada a votare e possa dare una chance per questi giovani che prenderanno inevitabilmente le redini della città per migliorarla, e lo faranno sapendo che c’è bisogno di ridare dignità al senso del lavoro.

   Me ne sono andato sorridendo, con la speranza che qualcosa finalmente sta cambiando. Alla faccia dei vecchi bacucchi che hanno solo parlato, parlato, parlato…

Aurélien Facente, agosto 2020

Scritto il 30 agosto 2020Categorie Articolo,attualità,cultura,Racconto,scrittura,Testo,VitaTag agorà,attualità,aurelien facente,confronto,consigliere comunale,dialogo,discussione politica,elezioni comunali,fuori schema,giovani,piazza pitagora,politica,racconto di vita,sindaco,società,speranzaLeave a comment on La strana notte politica in Piazza Pitagora

La politica locale crotonese ai tempi del Coronavirus

Non vogliatemene, lor signori e lor signore. Ma possibile che ai tempi di quest’emergenza dobbiamo solo leggere i comunicati di un commissario prefettizio che ci aggiorna poco alla volta delle disposizioni da rispettare e delle comunicazioni in città? Ma possibile che l’unica signora che in qualche modo parla alla cittadinanza è la Presidente della Regione, tale onorevole Santelli che, anche se non è apprezzata da tanti, in qualche modo parla alla cittadinanza calabrese? Vogliamo parlare poi dei sindaci che parlano, nonostante le mille difficoltà?

   Una cosa che è saltata all’occhio è l’assenza nel dialogo dei politici locali crotonesi.

   Certo, non è che abbiamo consiglieri comunali per adesso.

   Abbiamo solo una consigliera regionale, quella piccola Flo che ti accontenta di darti qualche istruzione attraverso la sua pagina Facebook e basta.

   Ma gli altri? Dove siete? Parlateci, dateci un segno, battete un colpo, esprimetevi.

   Nei grandi momenti d’emergenza e di guerra, c’è sempre una voce che parla al suo popolo. No, tranquilli, non è una visione. Perché se parla solo la voce istituzionale nazionale, ecco che ci si fionda davanti alla televisione per poi dirci che il Presidente del Consiglio è il più bravo che c’è.

   Ma, da tre settimane, noto che il popolo crotonese (o crotoniate) è lasciato da solo. Deve solo rispettare le regole, uscire solo per fare la spesa, e stare a casa. Stop. Solo questo. Non esce nemmeno una parola d’incoraggiamento.

   Ci sono alcuni che fanno dirette, rivolgendosi alla gente. Ma non sembra che ricoprino ruoli politici attivi, o se l’hanno fatto attualmente non ricoprono nessun ruolo.

   Dove siete finiti, lor signori e lor signore, che un tempo, quando era tempo di fare incetta di voti, eravate così raggianti addirittura da definirvi come i migliori amici?

   Siete per caso chiusi in casa a meditare?

   Beh, la meditazione fa bene.

   Oppure è possibile che adesso vi sentite impauriti e impotenti? Nulla di male se riuscite ad ammetterlo. Siete umani pure voi. È comprensibile avere paura.

   Anche io, a volte, ho paura. Perciò, umanamente, vi capisco.

   Ma quello che non capisco è il vostro silenzio. Il silenzio di chi ha amministrato nel passato, e il silenzio di chi vorrà amministrarci nel futuro (tolto qualcuno che, per quanto ha la volontà di candidarsi in futuro, non ha mai ricoperto alcunché).

   Dove siete? Perché non vi esprimete attraverso un video, anche fatto con uno smartphone? Perché non provate a parlare al popolo? Paura delle critiche? Beh, chi si espone è soggetto a critiche, anche feroci.

   Ma è il prezzo della libertà di pensiero e di parola. Chi si esprime provoca una reazione di dissenso, positiva o negativa. Ma almeno muove qualcosa.

   Qui a Crotone il Coronavirus c’è e fa paura.

   Ma, nella mia modesta opinione, fa più paura il politico locale che non ha il coraggio di esprimersi, e se lo fa ci dice soltanto di “stare a casa” e basta. Poi magari ti condivide qualche link dei soliti, diventando complice di questa campagna di terrore comunicativo che tutto fa tranne rincuorare.

   I cittadini si sentono soli e stanno perdendo un po’ la prospettiva di futuro.

   Questa è una tragedia, se ci pensate.

   Una seria tragedia. Perché non c’è cosa peggiore di non credere che ci possa essere un domani, dove magari un sorriso ci aiuterà a farci forza.

   Quando lo preparate un discorso così, giusto per dire che dobbiamo nel nostro piccolo stare insieme per combattere la paura?

   Toc, toc. Ci siete?

   Okay, avete paura. Vi capisco. È umano.

   Ma c’è chi ha bisogno di combattere la paura, e il vero politico, da buon capitano che vorrebbe essere, incita il suo equipaggio, rappresentato dalla sua gente, a tenere dritta la barca quando si affronta la tempesta. E lo fa anche urlando.

   Però a quanto sembra di capitani nemmeno l’ombra. Forse giusto qualche marinaio d’acqua dolce e basta.

   E questo la cittadinanza non lo merita.

Aurélien Facente, marzo 2020

Scritto il 30 marzo 2020Categorie Arte,Articolo,attualità,cultura,scrittura,TestoTag Articolo,aurelien facente,bandiere politiche,blog,calabria,capitano,cittadinanza,città di crotone,comunicazione,coraggio,coronavirus,coronavirus kr,crotone,dialogo,emergenza,equipaggio,fuori schema,nave,paura,politica,spirito politico,Testo,virus1 commento su La politica locale crotonese ai tempi del Coronavirus

Coronavirus KR: Caro Uomo delle Forze dell’Ordine…

Mi prendo ovviamente tutte le responsabilità di quello che scrivo, responsabilità civile e penali. Non lo dico e non lo scrivo perché voglio fare l’eroe o l’imprudente, o anche il criminale. Lo dichiaro da persona informata sui fatti, perché ho letto e riletto le informazioni che il ministero dell’Interno ha rilasciato alla popolazione attraverso i suoi continui comunicati.

   Io sono un padrone di cane. La regola 6 del manifesto affisso del coronavirus dice esplicitamente che dobbiamo usare le migliori precauzioni igieniche per i nostri ambienti personali, e perciò i possessori di cani non possono in nessun modo permettere al proprio amico a quattro zampe di sporcare il proprio ambiente, soprattutto quando è confinante con vicini. Perciò, con estrema responsabilità e cautela, scendo almeno 4 volte al giorno il mio amico a quattro zampe perché questo non accada. E con me, nel quartiere, ci sono altri proprietari di cani.

   La direttiva 11 del ministero dell’Interno ci dice che responsabilmente possiamo scendere i nostri amici, e fare quella breve passeggiata necessaria perché il cane possa ottemperare ai suoi bisogni.

   Ognuno di noi non si allontana chilometri da casa per fare gli spavaldi. Stiamo rinunciando alle nostre lunghe passeggiate perché abbiamo il dovere di seguire le direttive. Ma non vogliamo essere additati come imprudenti.

   Caro Uomo delle Forze dell’Ordine, capisco perfettamente il tuo ruolo e il tuo compito. Io rispetto il distintivo, e so che il tuo lavoro è rischiosissimo in questo momento dove devi far rispettare la legge.

   Capisco le tue urla, e capisco che in certi casi devi fare l’odioso verbale che si tramuterà in una denuncia.

   Ma capisco anche che hai paura, anche se non vuoi ammetterlo.

   Perché il distintivo ti dà il mezzo per far rispettare la legge, ma non nasconde la tua paura.

   Perciò ti chiedo dialogo, informazione, buonsenso.

   Proprio perché ti capisco, caro Uomo delle Forze dell’Ordine.

   Lo so che l’emergenza è chiara. Lo so. Mi sono informato, ma nell’emergenza è importante non farsi prendere dal panico e dalla paura, perché poi si diventa irrazionali, e allora l’errore fatale può essere dietro l’angolo.

   Per tutti, anche per te e anche per me. Perché questo Coronavirus è un affare di tutti. E tu non puoi stare a casa. Firmeresti un patto con il diavolo pur di stare vicino ai tuoi cari e di stare a casa. Lo so che tipo di croce porti addosso, e lo so che devi rendere conto della responsabilità del Distintivo.

   Non credere che io non abbia paura, nella mia piccola posizione.

   Ma io sono abituato a vivere tra l’incudine e il martello. Sempre.

   Nel mio personale caso, essendo diabetico insulinodipendente, quella breve passeggiata con il mio amico a 4 zampe mi permette di fare quell’esercizio quotidiano necessario e utile per tenere a bada quello stronzo che si chiama signor Diabete.

   Certo, c’è l’altro mostro che si chiama Coronavirus.

   Ma io cammino da anni con un altro mostro. Sì, perché Diabete, se non tenuto a bada per bene (e non bastano solo le iniezioni), mi può mangiare definitivamente gli occhi, mi può mangiare le gambe, e mi potrebbe portare anche alla morte.

   Perciò ho un amico a 4 zampe.

   Perché è vero che possa sembrare che me ne approfitto.

   Ma ho una chiara responsabilità sulla Mia Vita, e anche sulla Vita del mio Cane che contribuisce alla salute del mio già martoriato corpo.

   Perciò ti chiedo Dialogo, Uomo delle Forze dell’Ordine.

   Non fuggo dalla responsabilità, ma non fuggo nemmeno dalla paura.

   Ognuno di noi è chiamato ad avere responsabilità in questo periodo tremendo. Ognuno deve farsi coraggio, armarsi di pazienza, e saper dosare gli attimi necessari per svolgere il proprio ruolo al meglio. Lo so che non ci possono essere mezze misure. Non chiedo nemmeno di avere un trattamento di favore.

   Ma chiedo di essere INFORMATO perché devo essere TUTELATO come tanti altri concittadini che vogliono dimostrare di avere il BUONSENSO          di svolgere il proprio ruolo al meglio.

   Perciò ti capisco, Uomo delle Forze dell’Ordine, qualunque sia la tua divisa.

   Perciò ti chiedo di prestare prima l’ASCOLTO e il BUONSENSO.

   Perché così riusciamo a rispettare il tutto.

   Mi è molto dispiaciuto quando mi hai detto che bisogna essere schiavi del PANICO.

   Non è la risposta da dare.

   In questo momento drammatico, abbiamo tutti il dovere di rassicurarci perché ci spinge a prestare attenzione. In questo momento drammatico abbiamo tutti il dovere di essere prima di tutto umani.

   Poi, se vuoi, potrai anche denunciarmi se provo ad ascoltarti e a parlarti.

   Ci sarà un processo forse.

   Certo, mi prenderò la colpevolezza forse.

   Ma non condannerò mai la mia coscienza per aver provato ad avere un dialogo con te, Uomo delle Forze dell’Ordine.

   Perché è vero che tu pensi alla mia SICUREZZA, ma io non ho il tempo di avere PAURA, perché il mio primo dovere è il BUONSENSO.

   Per me e per chi mi sta vicino.

   E lo stesso vale per te, maggiormente che porti il DISTINTIVO sul quale hai fatto giuramento. Perciò ti chiedo di non trasmettere PAURA, anche se la verità potrebbe essere terribile. Perché io conto su di te. Perché ogni cittadino potrebbe avere bisogno del tuo aiuto e del tuo soccorso. Perché se tu stesso non credi in quel tuo DISTINTIVO che ti dovrebbe dare il coraggio giusto per affrontare il male, allora forse è meglio che lo posi e vai a casa.

   Sei un essere umano anche tu, soprattutto tu, anche se porti una divisa.

   Io faccio il tifo per te e per i tuoi colleghi.

   L’INCERTEZZA è una brutta bestia. Lo so.

   Ognuno di noi l’affronta come può.

   Ma se vogliamo affrontarla, dobbiamo avere l’obiettivo del DIALOGO.

   Perché la PAURA uccide più del CORONAVIRUS, piccolo e invisibile.

   E poi c’è un’altra cosa che ti voglio chiedere, Uomo delle Forze dell’Ordine.

   Molto probabilmente avrai una famiglia anche tu. Avrai una persona alla quale vuoi bene, più della tua stessa incolumità. Non voglio farmi gli affari tuoi, ma alla persona che ami preferisci dirle che il mondo sarà sconfitto, che non ce la faremo, che non sorrideremo più? Davvero ti prendi questa responsabilità?

   Chieditelo. Sono sicuro che te lo sei chiesto, per carità.

   E allora se te lo sei chiesto, quando guardi il prossimo, ricordarti che anche lui potrebbe avere una famiglia come te.

   Perciò faccio il tifo per te, Uomo delle Forze dell’Ordine.

   Perché tu, prima di tutti, mi devi dare una mano a fronteggiare la PAURA.

   Perché se cedi tu, allora forse tutto questo SACRIFICIO potrebbe non valere la pena.

   Con enorme RISPETTO

Aurélien Facente, 14 marzo 2020

Scritto il 14 marzo 2020Categorie Articolo,attualità,Racconto,scrittura,Testo,VitaTag appello,attualità,aurelien facente,blog,buon senso,calabria,contagio,coronavirus,coronavirus kr,cronaca,crotone,dialogo,emergenza,fuori schema,italia,lettera,lettera aperta,libertà,paura,preghiera,quarantena,Racconto,racconto biografico,racconto di vita,regole,responsabilità,scrittore,scrittura,virus,zona rossaLeave a comment on Coronavirus KR: Caro Uomo delle Forze dell’Ordine…
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