Quello che state per leggere è il frutto di una lunga conversazione tenutasi amichevolmente con una videoconferenza in lingua francese con un prof di scienze delle comunicazione e due suoi studenti ai fini della pubblicazione di un lungo studio che coinvolgerà vari testimoni che hanno vissuto i tanti cambiamenti che il web ha apportato nella società. Sapendo bene che la tesi non pubblicherà integralmente la testimonianza, allora la riporto qui tradotta in italiano. Buona lettura.

Introdurre Aurelien Facente non è cosa semplice. Abbiamo letto il suo libro blog RESPONSIBILITIES datato 2011, tra l’altro anche in maniera quasi clandestina vista la inedita costruzione dell’opera in sé, e lo abbiamo contattato perché lo consideriamo un testimone notevole per la nostra ricerca. Parlo di noi, ma in realtà io sono Jean, prof di scienze della comunicazione in Francia, e in compagnia di Elodie e Pascal, miei studenti alla fine del ciclo di studi, ho deciso di intraprendere un viaggio alla ricerca di testimoni della comunicazione ai tempi dei social e del web, persone che hanno vissuto in prima persone le mutazioni della società attraverso l’evoluzione di internet.
Con Aurelien, che ringraziamo per la sua disponibilità, abbiamo avuto una lunga conversazione. In lui abbiamo rivisto, anche se con i dovuti cambiamenti, l’antieroe di RESPONSIBILITIES, ma abbiamo anche conosciuto il vero Aurelien, un tipo poliedrico (ha un curriculum di vari mestieri), che a volte si comporta come un personaggio uscito dalle pagine di un romanzo qualsiasi di Charles Bukowski, ma con la schizofrenia di un eroe tratto dai fumetti di Grant Morrison o i romanzi di Joe Lansdale.
A Crotone, città dov’è nato, si sa tanto quanto si sa poco. Una contraddizione vera e propria. Molto presente sui social, Aurelien non è quello che appare. È altro, molto altro rispetto al fenomeno da baraccone che lui mostra di volta in volta.
Ci siamo dati appuntamento via web conferenza, e lui seduto comodamente in un angolo di un parco dentro la città, si è presentato puntuale in compagnia del suo cane selvaggio Jimbo, vestito casual e con gli occhiali scuri. I segni del tempo si vedono, ma è lui. La stessa sagoma della follia, così la definisce lui, di un libro scritto e realizzato sul web nell’ormai lontano 2011.
Si siede a terra con il cane sulle gambe, e ci dice di partire subito con la conversazione. E alla fine vuole fatto pure i complimenti…

- Aurelien, non so con franchezza da dove cominciare, anche perché di cose ne hai fatte tante nella vita, e sono così tante che non si possono racchiudere in una sola professione o mestiere. Come ti racconteresti oggi?
- Non esiste, scusate la mancanza di modestia, un aggettivo per uno come me. Diciamo che forse è meglio definirmi un piccolo autore che sa esprimersi con più mezzi per raccontare le proprie storie, che oggi possono presentarsi sotto forma di romanzo o essere narrate con una semplice fotografia. Se dovessimo vedere la questione dal solo punto di vista artistico, allora sono un autore che si è mosso usando tutte le evoluzioni del web, dove ormai è consolidato che devi trovarti un primo pubblico. Il problema, semmai, è mantenerlo. Mi sono trovato a fare tante cose nella vita perché mi sono trovato travolto dalla precarietà voluta dalla società europeista, ovvero nel ruolo di un lupo affamato in mezzo a tanti, troppi, cani incatenati. Pagherò fortissimo questo mio non conformismo, ma è quello che mi ha permesso di affrontare le sfide di questo tempo difficile.
Io so di non essere molto famoso a livello internazionale. Dopo la traumatica esperienza di RESPONSIBILITIES, ho cercato di vivere una vita più anonima e di combattere in parte la mia doppia celebrità a Crotone. In altre realtà sono sempre stato trattato come una persona, ma Crotone ha qualcosa di particolare nei miei riguardi. Dovrei parlare al passato, perché ormai sono tre o quattro che urlano il mio nome a vanvera. Sì, ho sofferto di estremi sulla mia persona. Non sto a fare l’elenco, ma ciò spiega in parte la mia natura poliedrica. Dovete immaginare che sin da piccolo sono stato cresciuto con un motore a diversa velocità con i miei coetanei, ma mi ha solo avvantaggiato per qualcosa. In età adulta, ho capito tantissimo di me. Soprattutto il valore del lupo affamato. Avrei voluto una vita più anonima. Lo giuro. Ma purtroppo quando ti chiami Aurelien a Crotone, non è che ne trovi tanti con il tuo nome. Oddio, sto facendo una critica ai miei genitori. La verità è che ci sono voluti parecchi anni per rendermi conto che dovevo accettare me stesso per quello che sono sempre stato. Oggi combatto i pregiudizi in un altro modo. Se dovessi definirmi realmente adesso, preferisco vedermi come un Omero giovane che sta cercando di capire come iniziare l’Iliade e come concludere l’Odissea.
- Tu sei stato molto discontinuo nel tempo, ma non fraintendere il termine perché la tua discontinuità è dovuta a un fatto puramente mediatico. Ci colpisce molto che tu hai una certa padronanza dei mezzi di comunicazione, a cominciare proprio dal linguaggio dei social. Non hai enormi seguiti, ma sei uno di quelli che ha attraversato varie stagioni del web tenendo duro. Tu, come hai dimostrato in RESPONSIBILITIES, sei uno che ha sperimentato sulla propria pelle gli effetti negativi dei social. Eppure, pur avendo scritto un pezzo di storia molto attuale oggi, è come se ti andasse bene non superare una certa soglia di popolarità. Nel senso che preferisci essere minuscolo piuttosto che un gigante…
- Che domanda difficile. Non so se riuscirò a dare una risposta soddisfacente e completa. Io mi sono iscritto sui social, esattamente su MySpace, alla fine del 2007. Già all’epoca li vedevo come un mezzo da usare e basta, e all’epoca furono rivoluzionari. Ma non sono la vita. Io concepisco i miei spazi social come un contenitore di ciò che faccio e basta. Ci vive il personaggio Aurelien con alcune sfaccettature, ma non la mia persona. Sono stato abile a separare i due aspetti, pur restando me stesso. Non è facile, e l’esperienza di RESPONSIBILITIES mi ha permesso di capirlo e di separare i due io tra reale e virtuale. Ci tengo a dire che i social non sono il male. Semmai è l’uso che ne fanno alcune persone, e avendone vissuto il lato malvagio so di cosa parlo. Sui social, è vero, ho conosciuto un mostro, ma è anche grazie ai social che sono riuscito in qualche modo a fermarlo, in assenza di leggi e mezzi che oggi funzionano. Perciò ci tengo sempre a dire di non imitarmi qualora vi trovaste davanti a qualcosa di brutto sui social. Andate direttamente alla polizia postale e fatevi guidare da loro. Perché quello che ho vissuto è estremamente doloroso, ed è stato molto difficile scriverci la parola fine. Mi fosse capitato oggi, di sicuro non mi sarei avventurato a scrivere un libro in tempo reale per ottenere un minimo di giustizia.
Sui social, in base alle mie esplorazioni, la maggior parte degli iscritti indossa una maschera, ed è molto probabile che non accettano la propria esistenza per quella che è in realtà. Questo fenomeno è più colpa dell’essere umano che della natura dei social stessi. Andy Warhol tra l’altro lo aveva anticipato, ma non avrebbe immaginato che la celebrità momentanea sarebbe passata attraverso uno smartphone.
I social ti aiutano a essere popolare, ma essere popolare non vuol dire essere capace, intelligente, migliore. Rischi anche di diventare un fenomeno da baraccone.
È vero però che adesso li usano una quantità abnorme di persone. E parecchia gente significa anche una grossa percentuale di stupidità. Quello che è certo è che molti individui gonfiano il proprio ego a dismisura, arrivando a credere di essere protagonisti di un film mitologico.
I social hanno scombussolato la società perché il mezzo in sé ha permesso, ed è un fatto positivo, di far vedere che ci stanno tante persone che pensano, che esistono e che scelgono. Sono tante ed è un bene. Almeno questo. Il problema è che si sono generate delle mostruosità per via del fatto che si sono sviluppate nuove forme espressive, e pensieri troppo liberi danno fastidio e molto anche. Il problema è che ci si illude, da parte del potere, di fermare questi pensieri, la cui verità è solo il più delle volte l’espressione di una sensazione del momento, che per natura non può essere definita verità. Quella, la verità, ha bisogno di tempo per essere vista come tale. Se vuoi bloccare il pensiero, dovresti spegnere le persone, non Facebook e simili.
I social, giusto per restare in tema, hanno scombussolato tre settori in maniera più irruenta, ma non li ha migliorati. Semmai è successo che sono peggiorati. Il mondo della politica in primis, parallelamente a quello dei giornali e delle tv, seguito poi a ruota dal settore finanziario, con la differenza che deve mantenere un ruolo più in sordina rispetto ai primi due per un semplice gioco delle parti. Tutti e tre, però, cullano il desiderio malsano di governare a priori sulla massa, usando proprio i social, ma nel farlo si sono dovuti esporre a dismisura, con risultati pericolosamente demenziali. La politica sui social è diventata al 90% satira spicciola.
L’informazione merita un discorso a parte. La finanza ha scoperto che non può governare tutta la massa, perché per crescere o restare tale ha bisogno della massa stessa per far circolare l’economia. Alla fine i soldi hanno valore se è la massa a usarli. Quindi oggi si trova davanti a un bivio, e proprio nel grande Occidente questo fenomeno è sfuggito di mano. Loro lo sanno, e vorrebbero spegnerlo. Ma non lo faranno mai.
Semmai, un domani, saranno costretti dagli eventi a mollare la presa e a cercare di lavorare al ritorno positivo di un sistema simil economico a quello degli anni ottanta, ovvero una società che a livello economico offriva delle opportunità e dove ognuno poteva costruirsi la sua scelta. Una società del genere rende più benestanti, e diventa perciò più semplice da gestire a livello sociale, tanto per cominciare. Un popolo che s’impoverisce si incattivisce. E non segue di sicuro i suoi leader. Dubito pure che ci credano.

- Convinzioni discutibili le tue, ma con un fondo di verità inoppugnabile. Aurelien, tu sei un pioniere del web, e negli anni ti sei espresso su più ruoli, partendo dal giornalismo. Secondo te, perché politica e giornalismo ci hanno perso? E soprattutto in cosa hanno peccato?
- Vuoi farmi litigare con i miei ex colleghi? Bene, andiamo per ordine. Io ho assaggiato il sapore della carta stampata. Negli anni duemila, ho imparato a scrivere rispettando il tema proposto, e andavo a cercarmi le notizie, verificandole sul posto. Nella pratica, io combattevo le idee diverse dalle mie, ma non censuravo e nemmeno condannavo le idee altrui.
Il passaggio su web ha distrutto il vero giornalismo italiano. Le tante e troppe testate hanno smesso di guardare i contenuti, e hanno preferito diventare delle grosse agenzie pubblicitarie a basso costo. I giornalisti che raccontano hanno lasciato il posto, e in tanti casi sono stati costretti, a piccoli personaggi televisivi che hanno infettato la tivù, che dopo la carta stampata ha preferito regredire piuttosto che migliorarsi. Allo stesso tempo, molte penne hanno dovuto ridimensionare i loro stipendi, perdendoci in tutto.
La qualità della notizia si è riabbassata a favore della propaganda politica pseudosocialdemocratica, diventando così il programma di varietà di bassa lega principale, con personaggi compiacenti che si spacciano per giornalisti.
La politica ha pensato bene di conquistare il web, addestrando macchiette e cialtroni a fare gli influencer. Ha funzionato bene per un po’, ma poi è arrivata la Polmonite 19, seguita dall’Ucraina e dai terribili conflitti in Medioriente. Lì hanno perso la rotta, e il pubblico ha cominciato a distinguere la cialtroneria.
Sto vivendo le elezioni regionali in Calabria. Basta vedere l’evoluzione dell’impatto su Giuseppe Conte ad esempio. Nel 2021 guai a scrivere contro di lui. Nel 2025 qualcosa è cambiato: tolti i tifosi, oggi si attira un sacco di critiche, alcune anche parecchio accese. Succede a lui, come anche agli altri attori di questa generazione politica. La gente li vede e li percepisce per quello che si sono rivelati essere, ovvero soggetti che non si fanno scrupoli a manipolare e a mentire. A questo si aggiunge un evidente peggioramento economico generale. E il distacco è fatto. Aumenta l’astensionismo perché la gente non crede ai cialtroni. Li definisco tali perché non hanno visioni politiche a lungo termine. Per non parlare poi del peggioramento culturale.
Oggi si è realizzata di fatto la figura del politico europeo descritta da Michel Houellebecq, che nel 1996 aveva denunciato tale dimensione dopo la firma dei trattati di Maastricht nel 1992.
Il web oggi vive una doppia natura, ma mi limiterò a dire che gli influencer sono un fenomeno destinato a essere passeggero, mentre chi realizzerà contenuti più veri è destinato a durare di più. Succederà anche con questa generazione politica che gioca a ping pong con sé stessa, visto che con la gente sarà sempre più difficile rapportarsi. In fondo non hanno capito che la gente di tutti i giorni è il loro cliente principale al quale devono dare un ritorno all’investimento democratico, oggi sull’orlo del fallimento. Saranno spazzati via perché la gente vuole vivere e basta, e francamente è stufa di sentire scuse in un contesto economico sempre più compresso. È un dramma per la democrazia, che esiste solo se le persone credono in un sistema di potere che rispetta proprio le persone stesse in primis. Oggi i politici nazionali ed europeisti perseguitano l’immaginario delle persone con storielle sempre più isteriche. Finirà male perché quando il potere prende in giro e si approfitta delle persone, queste ultime smettono di crederci e si innesca in loro una reazione che non sto a descrivervi. Gli europeisti escono sconfitti perché la gente non li considera credibili nel voto.
La scusa del sacrificio è una balla del sistema pseudosocialista, e un consenso reale che si abbassa di volta in volta si traduce in una lenta e costante perdita di credibilità internazionale, fenomeno che ormai è sotto gli occhi di tanti.
Puoi essere piccolo e povero, ma se sei credibile il re e la regina ti ascolteranno sempre. E così a ruota il popolo, almeno quello razionale.
- Perché, secondo la tua esperienza, questo degrado non viene ammesso? E perché non viene raccontato come si deve? Ci siamo più limitati che evoluti?
- Chi ambisce al potere crede di non sbagliare mai. Chi lo possiede si illude di essere sempre nel giusto. In Italia il discorso è molto antropologico. Dal defenestramento di Silvio Berlusconi nel 2010, e con l’avvento di Mario Monti e di un susseguirsi di primi ministri più teatranti che veri e propri politici di razza, ci siamo trovati infilati in una specie di automobile in perenne accelerazione per portarci chissà dove, seguita poi da un’eccessiva spersonalizzazione dell’identità politica a favore di Yes Men e Yes Women abbastanza privilegiati, ma con il grave difetto di non corrispondere utile al Paese rispetto all’investimento del voto. Mentre il loro portafogli è rassicurato, il Paese ha cominciato a spaccarsi di più invece di rafforzarsi, il tutto scambiato con qualche pezza.
Ci siamo così ritrovati una politica piaciona, sempre più macchietta e sempre più ignorantona, oltre che più istericamente europeista, il che è più un male che un bene.
La prima violenta battuta d’arresto è stata la Polmonite 19. Al di là della tragedia, la gente si è ritrovata confinata dentro casa a sorbirsi ore e ore di dannosi talk show sempre sullo stesso argomento e con propagande maccartiste. A me è sembrato di vivere esattamente il romanzo distopico di Charles Eric Maine intitolato IL GRANDE CONTAGIO, dove ad un certo punto ci vedo scritto proprio i dpcm del governo Conte, targato PD e CinqueStelle. Se si va avanti nella lettura del suddetto romanzo, si presenta anche lo scontro tra vaccinati e guariti, solo che nel mondo occidentale hanno voluto aggiungere la categoria dei No Vax, guarda caso.
Tale schema comunicativo è proseguito con la guerra tra Ucraina e Russia, e proseguito dai sanguinosi conflitti in Medioriente. Sempre lo stesso schema, con la conclusione che abbiamo capito che la UE è solo un pretesto politico assurdo e molto lontano dalle reali esigenze delle persone. La conseguenza è che molti di noi abbiamo smesso di crederci, e gli idioti pseudosocialisti della UE continuano imperterriti a fare gli idioti, senza mai farsi una domanda scomoda. Un politico che non nutre il dubbio è un politico che sarà sempre destinato a fallire, oltre che a farsi odiare.
Sarebbe ora di smettere di frignare e cominciare a fare molti passi indietro, che alla luce dei fatti non risuonerebbe proprio come una sconfitta, perché sarebbe visto come un atto di coraggio e di saggezza, seppur tardivo. Non accadrà purtroppo, ma il potere consuma molto i presuntuosi. Ci troviamo ora in una impasse particolare perché mai vissuta, in effetti. Per quindici anni almeno, è stata portata avanti una visione di soggetti che hanno smesso di ascoltare e di dialogare con la società di tutti i giorni, ovvero noi., e ora i loro castelli di carte stanno miseramente crollando perché sono impregnati di menzogne continue, che con tragicità si riflettono sulle poche e brave persone che vorrebbero tentare, ma che non sono promosse per via di un voluto impoverimento valoriale, visto che loro i valori li calpestano usando l’argomento come un alibi, quando si sa che è una manipolazione delle masse.
Ci troviamo in una giungla, ma nella giungla non conta solo il potere, ma il più astuto, ovvero il più abile e intelligente nel senso pragmatico. Quando Tarzan si presenterà, le scimmie smetteranno di urlare.
Tale processo è complicato perché adesso viviamo in una Idiocracy vera e propria. Ci sono molti idioti con sfoggio di laurea che credono di essere intelligenti, e lo mostrano bene con uno sbraitare continuo e inutile, con l’effetto di essere dei veri e propri ciarlatani. Se la massa smette di ascoltarti, smette di crederci, anche se ha idee opposte. Io sono cresciuto con mio padre segretario di partito in un’epoca dove i diversi poli partitici dialogavano. Non erano perfetti, ma non facevano cabaret,
Una democrazia vera si nutre anche degli sbagli delle persone, e deve permettere loro di capire da soli dove sta lo sbaglio. In un’idiocrazia questo non avviene. L’Italia è una piccola idiocrazia per adesso, ma ce la caveremo perché quando ci renderemo conto del potenziale del nostro DNA millenario allora risaliremo la china.
In altri paesi europeisti non avverrà questo fenomeno tragicamente. Questa generazione idiocratica ha fatto il passo più lungo della gamba, e sarà costretta a farsi da parte, con un primo periodo però molto duro.
Un dato è acclarato. Questa generazione politica ha abusato largamente del proprio potere. E sottolineo il termine “generazione”, da separare dai concetti della destra e della sinistra classica. I valori opposti di tal compagini sono stati usati come una maschera manipolatoria.
In un contesto serio e più pronto politicamente, non avremmo in tivù le Ronzulli, le Picerno, i Renzi, e tutta la restanza di oggi. Negli anni 70’ il parlamento era frequentato da personalità come Sciascia, giusto per fare un nome bipartisan culturale. Ora abbiamo delle bruschette arrostite che si accusano l’un l’altro, e la cosa peggiore è che non hanno proprio rispetto del loro stesso elettorato, ovvero quello che vorrebbe tornare a votare.

- Discorso amplio sul quale riflettere, ma ora parliamo di te, Aurelien. Tu sei nato a Crotone, ci hai vissuto, e come Moebius hai vissuto un doppio io. Chi ha letto l’autobiografia di Jean Giraud, ne conosce il concetto. Tu, pur non essendo Gir o Moebius, in qualche modo gli assomigli. Però con moltissime differenze, sia chiaro. Questo tuo doppio io si è manifestato sul web, e pur non essendo un influencer super seguito… Rifacciamo la domanda: quanto questo tuo doppio io ti è stato utile?
- Beh, vi ringrazio di avermi accostato al maestro Jean Giraud, ma la mia storia è totalmente diversa dalla sua. Io sono un doppio io sin dalla nascita, e non per scelta artistica. La mia arte, che possa essere fotografia o scrittura, è passata dal processo del doppio io, ma è sui social che si è sviluppata meglio, almeno per me. Non dico di essere perfetto, ma ho avuto le mie soddisfazioni.
Vedete, io ne ho approfittato per giocare moltissimi su tale concetto. Quando decisi di realizzare RESPONSIBILITIES, ho dovuto spogliare me stesso di tutto, diventando personaggio di romanzo da una parte e autore di reportage dall’altro lato. Il doppio io mi ha salvato e mi ha condannato. In RESPONSIBIITIES racconto della morte del mio amore e di ciò che ha comportato cacciare un mostro subito dopo. Di tale traumatica esperienza ne ho fatto un lavoro, arrivando a vivere un’altra storia anch’essa traumatica, seppur molto diversa per via del fatto che stavolta sapevo dove andare a parare. Ero più maturo. Tutto qua.
Il doppio io mi ha protetto nel processo di ricostruzione.
Sul web, confesso di essere più personaggio. Mi vanto della mia antipatia che mi concede un’allure di libertà. Su Facebook ho notato che tanti miei concittadini amano farsi vedere e ammirare in una vita che non è totalmente vera. Alcuni si realizzano delle vite parallele inesistenti. Ma non perdo tempo a giudicarli. Ognuno è padrone del proprio percorso. Io sono diverso da buona parte di tantissime persone perché io ho oltrepassato dei confini. Ho dovuto uccidere il mio cuore per mettere a fuoco le decisioni difficili da assumere. Non mi pento di quello che ho fatto perché la giustizia ha fatto il suo corso, e per fortuna non ci sono stati morti nel percorso che ho intrapreso. Però so di essere andato oltre, e questo ha compromesso vari rapporti.
Inevitabile, ma almeno non è ipocrita. Ho un rapporto abbastanza controverso con la città di Crotone. La vivo fino in fondo, talmente dentro che preferisco non mostrarla più di tanto. Alcuni insinuano che non amo la mia città, ma è fotografando Crotone che ho rimesso in gioco me stesso partecipando a vari contest fotografici di caratura mondiale, vincendone qualcuno tra l’altro.
Ho in progetto di regalarmi un’esposizione di alcuni miei lavori fotografici, sperando di regalare alla mia città una serie di scatti per far vedere ai miei concittadini dei colori che molto probabilmente non hanno mai visto.
Il mio doppio io è servito soprattutto a cercare la bellezza nascosta dei luoghi dove ho vissuto una parte della mia vita. Ma ripeto. Io vivo una Crotone così perché ho un modo diverso di vedere la vita.
- Parliamo di arte e di web. Tu hai realizzato piccoli videoclip, hai scritto racconti sui primi siti e-book prima di Amazon, hai vinto contest fotografici in posti sperduti. Hai vissuto tante esperienze interattive, e anche se non adeguatamente pubblicizzate, è innegabile che determinate opportunità le hai vissute. Oggi l’artista senza il web non sarebbe artista? Sei d’accordo?
- Più no che sì. Se parliamo di un’entrata in mercato, il web è necessario, ma il contenuto va saputo costruire. Il web ti rende celebre solo per il pubblico del web. Che è molto diverso da quello televisivo o cinematografico o dei bar. Un artista oggi deve essere più elastico nell’apprendere i mezzi tecnologici, ma non vuol dire che appena entri nei social lo traduci in fama e soldi. Anche un idiota può essere famoso, forse più dell’artista stesso. Uno bravo riuscirà sempre a farsi notare e a farsi valere. In Italia purtroppo c’è una cultura canonizzata e molto politicizzata. Nonostante la possibilità di mezzi che si è allargata, continuiamo imperterriti a sfornare storie che devono essere simpatiche politicamente parlando. Questo ha messo in crisi il nostro cinema. I piccoli autori però li vedi sul web, nelle piattaforme. Devo ammettere che sono molto contento di vedere dei registi horror che fanno lavori ben superiori a quelli americani nel costruire la storia. Tutto dipende da come usi il mezzo alla fine dei conti. In Italia l’avvento del web ha creato più crisi però, e molto è dovuto al fatto che crediamo di essere una cultura superiore senza avere studiato granché, e senza nemmeno confrontarsi sul campo più di tanto. Il cinema italiano ha una grande storia perché Mastroianni e Fellini si confrontavano, perché Pasolini parlava con Totò, perché Dino De Laurentis cercava prima una storia e poi il regista e gli attori. Oggi l’arte italiana, in generale, persegue una moda fasulla per compiacere il potere. L’arte vera non ha l’obiettivo di piacere e di essere asservita alla politica. Basta prendere a esempio le guarattelle napoletane. Ho avuto l’onore di conoscere e fotografare il grande artista Gaspare Nasuto che, purtroppo, non è più fra noi. Un burattinaio di grandissimo talento che ha saputo modernizzare il Pulcinella napoletano, avendo il coraggio di prendere con sé la maschera e raccontandola per quella che era. Ha dato tanto al teatro dei burattini e ha girato tantissimo. Non ha avuto bisogno del web per essere famoso, perché è stato il suo lavoro a parlare per lui. Un artista vero prende in prestito gli spazi e si mette a raccontare la sua arte con i suoi mezzi. Il web è solo una formalità. Poi possiamo anche parlare delle tecnologie di ultima generazione, ma non è la migliore tecnologia a rendere un film memorabile. No, il film ha anche altro.
Io ho usato il web per me stesso. Lo ammetto. Ma non è che mi ha reso l’artista più importante del mondo. Mi ha aiutato a sviluppare una personalità di sicuro. Mi ha messo a confronto con veri fotografi. Ma poi non è che ci ho ricavato chissà che cosa. Ormai se punti solo sul web, rischi solo di essere una meteora cui basta un click per sparire.

- Possiamo farti una domanda più intima. Sei sereno? Sei innamorato? Che cosa ci puoi raccontare del tuo privato? Non troppo nei particolari, però. Perché tu in passato hai sovraesposto te stesso a discapito del tuo privato. Quindi, dopo quello che hai vissuto, hai avuto una seconda chance?
- Ho una mia serenità. Ho affrontato una brutta malattia uscendone di recente e mi sono convinto a vivere un nuovo ciclo. Per quanto riguarda l’amore, ci sono voluti anni per ritornare a provare qualcosa. Ora la provo, ma la tengo per me. Preferisco starne un pochino lontano. Perché per adesso voglio vederla crescere, anche in qualche errore. Per me è già tanto che non mi sono arreso al trauma, perciò mi accontento. Non riesco a essere geloso e nemmeno possessivo. Ho serie difficoltà a pronunciare i miei sentimenti. Quello che ho vissuto dentro non lo auguro nemmeno ai miei nemici. Preferisco gioire in silenzio con una porta socchiusa. So che si tratta di una visione abbastanza romanticona, ma se vuoi dimostrare oggi il tuo amore devi anche essere pronto a vivere questo silenzio. L’amore vero gioca con il tempo per crescere. Pero, questa resta una mia visione, frutto di quel che ho vissuto. Io non sono perfetto. Lungi da me pensarlo pure. Io ho commesso azioni che mi hanno portato a oltrepassare dei confini che non potranno mai definirsi etici.
Comunque sono felice di una cosa: che non ho perso la facoltà di amare. Per alcuni anni, quel vuoto mi ha torturato. Ma è anche grazie a quel vuoto che ho capito la responsabilità dell’amore. Alla fine il Cacciatore di Fake (nb: in corso di pubblicazione su un sito wordpress) è il racconto di questa riscoperta.
- Tra poco si consumeranno le elezioni regionali in Calabria. Mentre l’Europa non è compiuta di fatto, in Calabria si vota… Insomma, abbiamo notato che a differenza del passato tu non ti sei voluto esporre come facevi prima con tante dirette Facebook per raccontare il gioco elettorale giorno per giorno.
- Non credo che essere presente in video possa cambiare l’esito elettorale, poiché sarà terribilmente condizionato da un astensionismo imponente. L’inizio della campagna elettorale l’ho trovato grottesco e scontato. Il gioco mediatico con relativi sondaggi non influenzerà più di tanto il verdetto finale di un ente che in alcune zone della Calabria è recepito come qualcosa di lontano. Certo è che i due principali contendenti, con un terzo incomodo che forse nemmeno raggiungerà il quorum, partono entrambi azzoppati, più che altro perché le rispettive coalizioni soffrono di demagogia acuta, eccesso di protagonismo e una comunicazione presuntuosa. Sono divertenti gli spot su Tik Tok.
L’elettore è oggi più esigente, e a ragione tra l’altro.
La Calabria è una regione che si è evirata con una legge elettorale che esclude i piccoli territori provinciali a vantaggio di quelli grandi. Crotone non ha avuto rappresentanti nella maggioranza, ma neanche all’opposizione. Il rappresentante eletto nelle fila dei Cinquestelle nel passato consiglio non so a cosa sia servito esattamente. Addirittura si ripresenta nella coalizione del nemico.
Mi rendo conto che questa percezione di lontananza abbia contribuito a complicare il rapporto con gli elettori. Questo è dovuto a una riforma idiota che ha depotenziato i territori provinciali. Per cosa poi?
Non giudico in questa conversazione i tanti candidati al consiglio regionale. Per loro già praticare questo percorso elettorale sarà una via crucis impregnata di cabaret, tanto per ripetermi. Detto con franchezza, preferisco fare da spettatore, e poi magari rivendicare qualcosa.
Purtroppo le dirigenze dei partiti non si rendono conto dell’antropologia del posto dove dicono di operare, e hanno la grave colpa di non aver provato a fermare l’emorragia astensionista. Non hanno mai voluto discuterla, e nemmeno capirla. Ciò renderà il risultato molto incerto, un risultato che purtroppo sarà viziato anche da alcuni cliché come la criminalità che esiste, in realtà molto bipartisan. Altro che destra o sinistra.
Non parlo poi delle sfide proposte, che poi sono molto influenzate dalle decisioni che si prenderanno a Roma e a Bruxelles.
Vi dirò che preferirei una campagna elettorale più realistica e molto meno fantasiosa. I calabresi sono un insieme di popolazioni ricche di contraddizioni, ma vogliono vivere in pace e sfruttare al meglio le proprie risorse. Non perdonano il presente, che purtroppo è figlio di gravi mancanze da parte delle dirigenze partitiche. Il calabrese oggi è molto diffidente. E mica glielo puoi rimproverare, soprattutto dopo quello che gli hanno fatto perdere.

- Quale ricetta proporresti per combattere questo astensionismo, che poi è una malattia diffusa anche in altre parti d’Europa. Alle ultime elezioni europee, se ricordi, buona metà dell’elettorato ha disertato l’appuntamento del voto. Tu hai toccato questo tema con una celebre intervista curata da te con un ex consigliere regionale, il quale aveva pure descritto il problema.
- Beh, è semplice. La montata di astensionismo ha portato la nostra politica a non essere credibile sul piano internazionale. Poi il discorso si fa subito complesso. Ripartiamo dall’inizio della nostra conversazione. C’è da risalire a un’intervista fatta a Michel Houellebecq datata 1996 pubblicata su Humanité, una rivista francese. In poche parole spiega il degrado portato avanti dalla firma di Maastricht. La posizione del discusso scrittore francese la condivido appieno, perché il degrado politico locale raccontato in quella stessa intervista è diventato realtà di tutti i giorni.
Il centrodestra berlusconiano si macchiò della legge elettorale denominata porcellum, una legge di cacca che rese mercenari i parlamentari più di prima. I governi non berlusconiani peggiorarono il porcellum con l’avvento del rosatellum. Si nominano i candidati dall’alto, e il più delle volte sono soggetti di cui l’elettore locale non sa una beata cippa, tranne che prenderà una bella paga.
Le elezioni regionali, di conseguenza, vivono lo stesso meccanismo. Perché l’attuale legge elettorale calabrese è quanto di più lontano si potesse immaginare. Certo, magari qui i candidati vengono scelti meglio. Ma è la circoscrizione che è troppo grossa, e Crotone rischia di non avere nessun rappresentante consigliere. A livello nazionale meglio stendere un velo pietoso.
L’elettore è come un lettore di romanzi. Ha bisogno di identificarsi in una presenza vera, non in un qualcosa di simpatico calato dall’alto. Un elettore, quando vota, investe su qualcuno che gli possa migliorare l’esistenza, non che gli faccia la morale da quattro soldi urlando in qualche stralunato talk show.
Oggi gran parte dei politici crede di essere utile e necessaria, addirittura adottando linguaggi isterici. A volte, quando vedo qualche talk show, sembra di stare in una classe piena di mocciosi capricciosi.
A livello locale, qualche soluzione la proporrei, ma è meglio di no. Aspetto l’elezione del Presidente della Regione prima di parlare di questi suggerimenti. Ora preferisco vedere i caproni scatenarsi tra i colli crotonesi, convinti che i loro santini su Facebook determinino la volontà generale dei cittadini a recarsi alle urne.
Il mio doppio io mi dice che avrebbero fatto meglio a discutere della malattia e di farlo con i cittadini, a costo di prendersi anche delle offese.
Per la mia misera esperienza, io so che una buona campagna elettorale va costruita ben prima degli accordi di coalizione e dei manifesti, e deve essere fatto dialogando con un corpo elettorale che deve essere costruito con sentimento di partecipazione e di squadra. Io saprei come fare, ma non lo dico. Ripeto che preferisco vedere i caproni scatenarsi tra i colli crotonesi, e quando scenderanno a valle saranno costretti a chiudersi nel recinto della loro presunzione.
Premetto però che qualche personalità capace esiste, ma la strada per la reggia di Catanzaro è di fatto una via crucis.
- Aurelien, sappiamo che non parli dei tuoi progetti in essere, anche perché vieni da un paio di anni pesanti per quanto riguarda la tua salute, perciò alcune priorità sono giocoforza cambiate. Ti ringraziamo per questa bella chiacchierata. Non siamo d’accordo su alcune visioni, ma tu hai testimoniato la tua realtà ed è normale che tu abbia un tuo pensiero formato. Però una domanda finale te la vogliamo porre: perché i tuoi social hanno pochi follower rispetto ad altre realtà, ma i numeri, che non pubblicizzi quasi mai, dicono che hai dei seguiti?
- Io non sono sui social per prendermi i like. Certo, ho realizzato vari contenuti. Ma i like non li cerco. Non sul mio personaggio. Io ho un brutto difetto per la società: sono un tipo che possiede un talento che dà fastidio a molti, ovvero quello di stare attento ai dettagli. A Crotone il mio rapporto con i concittadini non è stato buono per una fetta grossa della mia vita. Molti pensavano di avere a che fare con un passatempo. Ora, per tanti di loro, i ruoli si sono semplicemente ribaltati. E questo infastidisce parecchio. Me ne rendo conto. Perciò preferisco continuare per la mia strada da lupo affamato. La verità è che non ho da dimostrare nulla, se non essere degno del nome che porto. Qui a Crotone più di qualcuno mi dice che sono sprecato, ma è vivendo a fondo questa realtà periferica che ho imparato, ad esempio, a combattere il mostro. Ho usato i social per riabilitare un’immagine difettosa per l’immaginario collettivo. Ci sono in parte riuscito, sapendo bene che non piacerò mai a tutti. Ammetto di aver patito tantissimo, ma almeno ci provo a rialzarmi. E ora che ho preso a calci il mio male, ho deciso appunto di ripartire da zero per provare ad andare là dove nessun individuo è mai arrivato. Grazie per questa bella conversazione. E spero che questa mia minuscola testimonianza vi sia servita. Grazie davvero.
Intervista in videoconferenza rilasciata il 7 settembre 2025.







