Attenzione se leggete questo pezzo adesso. Sto scrivendo in piena domenica del primo pomeriggio del 5 ottobre, primo giorno di urne per la Calabria. E qual è la notizia che sconvolge qualche utente crotonese e calabrese? Che c’è bassa affluenza, e che la colpa è del calabrese/crotonese/catanzarese/cosentino/reggino/vibonese che non vota.
L’andazzo disastroso dell’astensione crescente va avanti almeno dalla caduta di Scopelliti, che è per giunta responsabile di una legge pastrocchio elettorale che di fatto penalizza i territori più piccoli, tra l’altro anche molto campanilisti. diciamoci la verità. Il credo calcistico è andato ben oltre, indice antropologico di una Calabria che dialoga contro se stessa, e la giustifica spesso e volentieri con il consueto e stupido alibi delle posizioni politiche, arrivando anche a delle scenette molto grottesche.
Già, la Calabria non ama tanto se stessa. Pardon, i calabresi non amano tanto loro stessi. Per incontrare un calabrese doc o vai in un agriturismo perduto in qualche landa perduta oppure devi andare all’estero, possibilmente paesi anglosassoni. là il calabrese lo trovi.
Qui. invece, trovi quelli di coccio.
Cittadini elettori, non offendetevi. L’astensione è presente da parecchio tempo in Calabria, con punte del 70%, come è accaduto a Crotone.
però i dirigenti di partito non s’interrogano su questo brutto fenomeno. Tanto ci siamo noi. e qua sta il problema. Se puntate su una legge elettorale che non ascolta i mugugni delle persone di tutti i giorni, che cosa vi pensate? Che basta calare dall’alto qualche emigrato di lusso e spiegarci che risolverà tutto con chissà quali misure? E giusto per rispettare la par condicio, neanche il colpo di scena mediatico a mò di Berlusconi abbia funzionato tanto.
Dal Montismo in poi (2011), la politica non è più amata. A malapena è sopportata, e queste leggi elettorali antidemocratiche che umiliano la scelta del proprio rappresentante sono una delle cause dell’allontanamento dell’elettore.
Poi in Calabria non ne parliamo, con l’emigrazione di massa che si ritrova ogni anno. Per non parlare dei cazzari, delle false promesse, delle clientele ristrette, dell’impossibilità di realizzarsi un’attività diversa. Per non parlare dell’isolazionismo imperante, susseguito da una certa ipocrisia insopportabile. Intanto il tempo passa, le cose cambiano, e siamo sempre più pochi.
Ormai la malattia c’è, ma non si dice. Guai ad affrontarla a viso aperto. Anzi, meglio ignorarla. Certo. Solo che poi con la realtà ci fai i conti. Eccome.
Guardate come è cominciata la diatribe elettorale tra Occhiuto (centrodestra) e Tridico (centrosinistra). Facciamo vedere i mega sondaggi. Poi, come per magia, questi sondaggi che davano vincente l’uno o l’altro spariscono. Poi arrivano i video recita su TIkTok (quelli dei candidati al consiglio), e al di là della retorica per l’amore per la propria terra appaiono dei chiari inviti al voto indirizzati ai calabresi esiliati per lavoro e per studio. Tutti in video. Poi per ultimo, la recita della necessità del voto, che in regime di astensione serve per affermare la propria credibilità.
Se gli indizi sono tre, allora si sa che il nemico di Occhiuto e Tridico non si chiama destra o sinistra, ma astensionismo. Non metto in mezzo il candidato Toscano perché è alla sua prima vera gara, e il suo minuscolo partito deve ancora prendere piede.
Il bello è che tutti credevano che bastasse la popolarità a riportare gli entusiasmi dietro le urne. Beh, non è così.
Sulla disaffezione elettorale e sull’astensionismo potrei scriverci un libro e anche produrre un documentario. Sono anni che lo denuncio nei miei stupidi live. Un argomento che non ha suscitato interesse neanche tra i miei amici giornalisti, che continuano a chiudersi ostinatamente nella divisione anacronistica tra fascisti e comunisti, come se questo fosse il problema principale.
La Calabria è una periferia della periferia mangiata dalla demagogia imperante. Già con lo sviluppo della comunicazione (non dei mezzi di comunicazione) linguistica si è indietro anni luce. Già vedere i video su TikTok intrisi di banalità anacronistiche stanno facendo il loro danno controproducente. Non parliamo poi dei manifesti. E non ultimo, l’impellente necessitò di affacciarsi in discussioni internazionali in un contesto regionale molto periferico hanno inquinato di fatto l’ascolto dell’elettore.
A proposito. Ci tengo a rispondere a qualche attivista troppo eccitato. Avevo scommesso che sarebbe finita con un astensionismo preoccupante, e che il voler evitare il problema rappresenta il problema stesso, che tra l’altro è solo la punta di un iceberg bello grosso.
Mi si rimprovera che non ho empatia verso i partiti attuali. Beh, faccio la distinzione tra le persone e i partiti. Soprattutto in questo decennio alla deriva dove la “Mostra delle Atrocità” di JG Ballard è di fatto una realtà acclamata.
Lunedì 6 ottobre ci sarà un verdetto- Ma non sarà un verdetto splendente.
Di sicuro sta terminando una fase storia durata un po’ troppo. L?astensionismo non è una giustificazione, ma una malattia che risponde al parassitismo politico. E la legge di un politico non creduto vale quanto un pezzo di carta igienica mentre sta per essere espulso dopo che qualcuno ha fatto i suoi bisogni.
Brutale dirlo. Ma è meglio ribadirlo. Se non altro perché almeno si potrebbe affrontare il problema per quello che è realmente: Diamocela tutta: l’elettore calabrese ha smesso di crederci. E non puoi fargliene una colpa se preferisce mollare. Pagherà il suo prezzo. Vero. Ma in mancanza di una vera protesta sentita, l’indifferenza diventa la sola risposta.
Quello che state per leggere è il frutto di una lunga conversazione tenutasi amichevolmente con una videoconferenza in lingua francese con un prof di scienze delle comunicazione e due suoi studenti ai fini della pubblicazione di un lungo studio che coinvolgerà vari testimoni che hanno vissuto i tanti cambiamenti che il web ha apportato nella società. Sapendo bene che la tesi non pubblicherà integralmente la testimonianza, allora la riporto qui tradotta in italiano. Buona lettura.
Introdurre Aurelien Facente non è cosa semplice. Abbiamo letto il suo libro blog RESPONSIBILITIES datato 2011, tra l’altro anche in maniera quasi clandestina vista la inedita costruzione dell’opera in sé, e lo abbiamo contattato perché lo consideriamo un testimone notevole per la nostra ricerca. Parlo di noi, ma in realtà io sono Jean, prof di scienze della comunicazione in Francia, e in compagnia di Elodie e Pascal, miei studenti alla fine del ciclo di studi, ho deciso di intraprendere un viaggio alla ricerca di testimoni della comunicazione ai tempi dei social e del web, persone che hanno vissuto in prima persone le mutazioni della società attraverso l’evoluzione di internet.
Con Aurelien, che ringraziamo per la sua disponibilità, abbiamo avuto una lunga conversazione. In lui abbiamo rivisto, anche se con i dovuti cambiamenti, l’antieroe di RESPONSIBILITIES, ma abbiamo anche conosciuto il vero Aurelien, un tipo poliedrico (ha un curriculum di vari mestieri), che a volte si comporta come un personaggio uscito dalle pagine di un romanzo qualsiasi di Charles Bukowski, ma con la schizofrenia di un eroe tratto dai fumetti di Grant Morrison o i romanzi di Joe Lansdale.
A Crotone, città dov’è nato, si sa tanto quanto si sa poco. Una contraddizione vera e propria. Molto presente sui social, Aurelien non è quello che appare. È altro, molto altro rispetto al fenomeno da baraccone che lui mostra di volta in volta.
Ci siamo dati appuntamento via web conferenza, e lui seduto comodamente in un angolo di un parco dentro la città, si è presentato puntuale in compagnia del suo cane selvaggio Jimbo, vestito casual e con gli occhiali scuri. I segni del tempo si vedono, ma è lui. La stessa sagoma della follia, così la definisce lui, di un libro scritto e realizzato sul web nell’ormai lontano 2011.
Si siede a terra con il cane sulle gambe, e ci dice di partire subito con la conversazione. E alla fine vuole fatto pure i complimenti…
Aurelien, non so con franchezza da dove cominciare, anche perché di cose ne hai fatte tante nella vita, e sono così tante che non si possono racchiudere in una sola professione o mestiere. Come ti racconteresti oggi?
Non esiste, scusate la mancanza di modestia, un aggettivo per uno come me. Diciamo che forse è meglio definirmi un piccolo autore che sa esprimersi con più mezzi per raccontare le proprie storie, che oggi possono presentarsi sotto forma di romanzo o essere narrate con una semplice fotografia. Se dovessimo vedere la questione dal solo punto di vista artistico, allora sono un autore che si è mosso usando tutte le evoluzioni del web, dove ormai è consolidato che devi trovarti un primo pubblico. Il problema, semmai, è mantenerlo. Mi sono trovato a fare tante cose nella vita perché mi sono trovato travolto dalla precarietà voluta dalla società europeista, ovvero nel ruolo di un lupo affamato in mezzo a tanti, troppi, cani incatenati. Pagherò fortissimo questo mio non conformismo, ma è quello che mi ha permesso di affrontare le sfide di questo tempo difficile.
Io so di non essere molto famoso a livello internazionale. Dopo la traumatica esperienza di RESPONSIBILITIES, ho cercato di vivere una vita più anonima e di combattere in parte la mia doppia celebrità a Crotone. In altre realtà sono sempre stato trattato come una persona, ma Crotone ha qualcosa di particolare nei miei riguardi. Dovrei parlare al passato, perché ormai sono tre o quattro che urlano il mio nome a vanvera. Sì, ho sofferto di estremi sulla mia persona. Non sto a fare l’elenco, ma ciò spiega in parte la mia natura poliedrica. Dovete immaginare che sin da piccolo sono stato cresciuto con un motore a diversa velocità con i miei coetanei, ma mi ha solo avvantaggiato per qualcosa. In età adulta, ho capito tantissimo di me. Soprattutto il valore del lupo affamato. Avrei voluto una vita più anonima. Lo giuro. Ma purtroppo quando ti chiami Aurelien a Crotone, non è che ne trovi tanti con il tuo nome. Oddio, sto facendo una critica ai miei genitori. La verità è che ci sono voluti parecchi anni per rendermi conto che dovevo accettare me stesso per quello che sono sempre stato. Oggi combatto i pregiudizi in un altro modo. Se dovessi definirmi realmente adesso, preferisco vedermi come un Omero giovane che sta cercando di capire come iniziare l’Iliade e come concludere l’Odissea.
Tu sei stato molto discontinuo nel tempo, ma non fraintendere il termine perché la tua discontinuità è dovuta a un fatto puramente mediatico. Ci colpisce molto che tu hai una certa padronanza dei mezzi di comunicazione, a cominciare proprio dal linguaggio dei social. Non hai enormi seguiti, ma sei uno di quelli che ha attraversato varie stagioni del web tenendo duro. Tu, come hai dimostrato in RESPONSIBILITIES, sei uno che ha sperimentato sulla propria pelle gli effetti negativi dei social. Eppure, pur avendo scritto un pezzo di storia molto attuale oggi, è come se ti andasse bene non superare una certa soglia di popolarità. Nel senso che preferisci essere minuscolo piuttosto che un gigante…
Che domanda difficile. Non so se riuscirò a dare una risposta soddisfacente e completa. Io mi sono iscritto sui social, esattamente su MySpace, alla fine del 2007. Già all’epoca li vedevo come un mezzo da usare e basta, e all’epoca furono rivoluzionari. Ma non sono la vita. Io concepisco i miei spazi social come un contenitore di ciò che faccio e basta. Ci vive il personaggio Aurelien con alcune sfaccettature, ma non la mia persona. Sono stato abile a separare i due aspetti, pur restando me stesso. Non è facile, e l’esperienza di RESPONSIBILITIES mi ha permesso di capirlo e di separare i due io tra reale e virtuale. Ci tengo a dire che i social non sono il male. Semmai è l’uso che ne fanno alcune persone, e avendone vissuto il lato malvagio so di cosa parlo. Sui social, è vero, ho conosciuto un mostro, ma è anche grazie ai social che sono riuscito in qualche modo a fermarlo, in assenza di leggi e mezzi che oggi funzionano. Perciò ci tengo sempre a dire di non imitarmi qualora vi trovaste davanti a qualcosa di brutto sui social. Andate direttamente alla polizia postale e fatevi guidare da loro. Perché quello che ho vissuto è estremamente doloroso, ed è stato molto difficile scriverci la parola fine. Mi fosse capitato oggi, di sicuro non mi sarei avventurato a scrivere un libro in tempo reale per ottenere un minimo di giustizia.
Sui social, in base alle mie esplorazioni, la maggior parte degli iscritti indossa una maschera, ed è molto probabile che non accettano la propria esistenza per quella che è in realtà. Questo fenomeno è più colpa dell’essere umano che della natura dei social stessi. Andy Warhol tra l’altro lo aveva anticipato, ma non avrebbe immaginato che la celebrità momentanea sarebbe passata attraverso uno smartphone.
I social ti aiutano a essere popolare, ma essere popolare non vuol dire essere capace, intelligente, migliore. Rischi anche di diventare un fenomeno da baraccone.
È vero però che adesso li usano una quantità abnorme di persone. E parecchia gente significa anche una grossa percentuale di stupidità. Quello che è certo è che molti individui gonfiano il proprio ego a dismisura, arrivando a credere di essere protagonisti di un film mitologico.
I social hanno scombussolato la società perché il mezzo in sé ha permesso, ed è un fatto positivo, di far vedere che ci stanno tante persone che pensano, che esistono e che scelgono. Sono tante ed è un bene. Almeno questo. Il problema è che si sono generate delle mostruosità per via del fatto che si sono sviluppate nuove forme espressive, e pensieri troppo liberi danno fastidio e molto anche. Il problema è che ci si illude, da parte del potere, di fermare questi pensieri, la cui verità è solo il più delle volte l’espressione di una sensazione del momento, che per natura non può essere definita verità. Quella, la verità, ha bisogno di tempo per essere vista come tale. Se vuoi bloccare il pensiero, dovresti spegnere le persone, non Facebook e simili.
I social, giusto per restare in tema, hanno scombussolato tre settori in maniera più irruenta, ma non li ha migliorati. Semmai è successo che sono peggiorati. Il mondo della politica in primis, parallelamente a quello dei giornali e delle tv, seguito poi a ruota dal settore finanziario, con la differenza che deve mantenere un ruolo più in sordina rispetto ai primi due per un semplice gioco delle parti. Tutti e tre, però, cullano il desiderio malsano di governare a priori sulla massa, usando proprio i social, ma nel farlo si sono dovuti esporre a dismisura, con risultati pericolosamente demenziali. La politica sui social è diventata al 90% satira spicciola.
L’informazione merita un discorso a parte. La finanza ha scoperto che non può governare tutta la massa, perché per crescere o restare tale ha bisogno della massa stessa per far circolare l’economia. Alla fine i soldi hanno valore se è la massa a usarli. Quindi oggi si trova davanti a un bivio, e proprio nel grande Occidente questo fenomeno è sfuggito di mano. Loro lo sanno, e vorrebbero spegnerlo. Ma non lo faranno mai.
Semmai, un domani, saranno costretti dagli eventi a mollare la presa e a cercare di lavorare al ritorno positivo di un sistema simil economico a quello degli anni ottanta, ovvero una società che a livello economico offriva delle opportunità e dove ognuno poteva costruirsi la sua scelta. Una società del genere rende più benestanti, e diventa perciò più semplice da gestire a livello sociale, tanto per cominciare. Un popolo che s’impoverisce si incattivisce. E non segue di sicuro i suoi leader. Dubito pure che ci credano.
Convinzioni discutibili le tue, ma con un fondo di verità inoppugnabile. Aurelien, tu sei un pioniere del web, e negli anni ti sei espresso su più ruoli, partendo dal giornalismo. Secondo te, perché politica e giornalismo ci hanno perso? E soprattutto in cosa hanno peccato?
Vuoi farmi litigare con i miei ex colleghi? Bene, andiamo per ordine. Io ho assaggiato il sapore della carta stampata. Negli anni duemila, ho imparato a scrivere rispettando il tema proposto, e andavo a cercarmi le notizie, verificandole sul posto. Nella pratica, io combattevo le idee diverse dalle mie, ma non censuravo e nemmeno condannavo le idee altrui.
Il passaggio su web ha distrutto il vero giornalismo italiano. Le tante e troppe testate hanno smesso di guardare i contenuti, e hanno preferito diventare delle grosse agenzie pubblicitarie a basso costo. I giornalisti che raccontano hanno lasciato il posto, e in tanti casi sono stati costretti, a piccoli personaggi televisivi che hanno infettato la tivù, che dopo la carta stampata ha preferito regredire piuttosto che migliorarsi. Allo stesso tempo, molte penne hanno dovuto ridimensionare i loro stipendi, perdendoci in tutto.
La qualità della notizia si è riabbassata a favore della propaganda politica pseudosocialdemocratica, diventando così il programma di varietà di bassa lega principale, con personaggi compiacenti che si spacciano per giornalisti.
La politica ha pensato bene di conquistare il web, addestrando macchiette e cialtroni a fare gli influencer. Ha funzionato bene per un po’, ma poi è arrivata la Polmonite 19, seguita dall’Ucraina e dai terribili conflitti in Medioriente. Lì hanno perso la rotta, e il pubblico ha cominciato a distinguere la cialtroneria.
Sto vivendo le elezioni regionali in Calabria. Basta vedere l’evoluzione dell’impatto su Giuseppe Conte ad esempio. Nel 2021 guai a scrivere contro di lui. Nel 2025 qualcosa è cambiato: tolti i tifosi, oggi si attira un sacco di critiche, alcune anche parecchio accese. Succede a lui, come anche agli altri attori di questa generazione politica. La gente li vede e li percepisce per quello che si sono rivelati essere, ovvero soggetti che non si fanno scrupoli a manipolare e a mentire. A questo si aggiunge un evidente peggioramento economico generale. E il distacco è fatto. Aumenta l’astensionismo perché la gente non crede ai cialtroni. Li definisco tali perché non hanno visioni politiche a lungo termine. Per non parlare poi del peggioramento culturale.
Oggi si è realizzata di fatto la figura del politico europeo descritta da Michel Houellebecq, che nel 1996 aveva denunciato tale dimensione dopo la firma dei trattati di Maastricht nel 1992.
Il web oggi vive una doppia natura, ma mi limiterò a dire che gli influencer sono un fenomeno destinato a essere passeggero, mentre chi realizzerà contenuti più veri è destinato a durare di più. Succederà anche con questa generazione politica che gioca a ping pong con sé stessa, visto che con la gente sarà sempre più difficile rapportarsi. In fondo non hanno capito che la gente di tutti i giorni è il loro cliente principale al quale devono dare un ritorno all’investimento democratico, oggi sull’orlo del fallimento. Saranno spazzati via perché la gente vuole vivere e basta, e francamente è stufa di sentire scuse in un contesto economico sempre più compresso. È un dramma per la democrazia, che esiste solo se le persone credono in un sistema di potere che rispetta proprio le persone stesse in primis. Oggi i politici nazionali ed europeisti perseguitano l’immaginario delle persone con storielle sempre più isteriche. Finirà male perché quando il potere prende in giro e si approfitta delle persone, queste ultime smettono di crederci e si innesca in loro una reazione che non sto a descrivervi. Gli europeisti escono sconfitti perché la gente non li considera credibili nel voto.
La scusa del sacrificio è una balla del sistema pseudosocialista, e un consenso reale che si abbassa di volta in volta si traduce in una lenta e costante perdita di credibilità internazionale, fenomeno che ormai è sotto gli occhi di tanti.
Puoi essere piccolo e povero, ma se sei credibile il re e la regina ti ascolteranno sempre. E così a ruota il popolo, almeno quello razionale.
Perché, secondo la tua esperienza, questo degrado non viene ammesso? E perché non viene raccontato come si deve? Ci siamo più limitati che evoluti?
Chi ambisce al potere crede di non sbagliare mai. Chi lo possiede si illude di essere sempre nel giusto. In Italia il discorso è molto antropologico. Dal defenestramento di Silvio Berlusconi nel 2010, e con l’avvento di Mario Monti e di un susseguirsi di primi ministri più teatranti che veri e propri politici di razza, ci siamo trovati infilati in una specie di automobile in perenne accelerazione per portarci chissà dove, seguita poi da un’eccessiva spersonalizzazione dell’identità politica a favore di Yes Men e Yes Women abbastanza privilegiati, ma con il grave difetto di non corrispondere utile al Paese rispetto all’investimento del voto. Mentre il loro portafogli è rassicurato, il Paese ha cominciato a spaccarsi di più invece di rafforzarsi, il tutto scambiato con qualche pezza.
Ci siamo così ritrovati una politica piaciona, sempre più macchietta e sempre più ignorantona, oltre che più istericamente europeista, il che è più un male che un bene.
La prima violenta battuta d’arresto è stata la Polmonite 19. Al di là della tragedia, la gente si è ritrovata confinata dentro casa a sorbirsi ore e ore di dannosi talk show sempre sullo stesso argomento e con propagande maccartiste. A me è sembrato di vivere esattamente il romanzo distopico di Charles Eric Maine intitolato IL GRANDE CONTAGIO, dove ad un certo punto ci vedo scritto proprio i dpcm del governo Conte, targato PD e CinqueStelle. Se si va avanti nella lettura del suddetto romanzo, si presenta anche lo scontro tra vaccinati e guariti, solo che nel mondo occidentale hanno voluto aggiungere la categoria dei No Vax, guarda caso.
Tale schema comunicativo è proseguito con la guerra tra Ucraina e Russia, e proseguito dai sanguinosi conflitti in Medioriente. Sempre lo stesso schema, con la conclusione che abbiamo capito che la UE è solo un pretesto politico assurdo e molto lontano dalle reali esigenze delle persone. La conseguenza è che molti di noi abbiamo smesso di crederci, e gli idioti pseudosocialisti della UE continuano imperterriti a fare gli idioti, senza mai farsi una domanda scomoda. Un politico che non nutre il dubbio è un politico che sarà sempre destinato a fallire, oltre che a farsi odiare.
Sarebbe ora di smettere di frignare e cominciare a fare molti passi indietro, che alla luce dei fatti non risuonerebbe proprio come una sconfitta, perché sarebbe visto come un atto di coraggio e di saggezza, seppur tardivo. Non accadrà purtroppo, ma il potere consuma molto i presuntuosi. Ci troviamo ora in una impasse particolare perché mai vissuta, in effetti. Per quindici anni almeno, è stata portata avanti una visione di soggetti che hanno smesso di ascoltare e di dialogare con la società di tutti i giorni, ovvero noi., e ora i loro castelli di carte stanno miseramente crollando perché sono impregnati di menzogne continue, che con tragicità si riflettono sulle poche e brave persone che vorrebbero tentare, ma che non sono promosse per via di un voluto impoverimento valoriale, visto che loro i valori li calpestano usando l’argomento come un alibi, quando si sa che è una manipolazione delle masse.
Ci troviamo in una giungla, ma nella giungla non conta solo il potere, ma il più astuto, ovvero il più abile e intelligente nel senso pragmatico. Quando Tarzan si presenterà, le scimmie smetteranno di urlare.
Tale processo è complicato perché adesso viviamo in una Idiocracy vera e propria. Ci sono molti idioti con sfoggio di laurea che credono di essere intelligenti, e lo mostrano bene con uno sbraitare continuo e inutile, con l’effetto di essere dei veri e propri ciarlatani. Se la massa smette di ascoltarti, smette di crederci, anche se ha idee opposte. Io sono cresciuto con mio padre segretario di partito in un’epoca dove i diversi poli partitici dialogavano. Non erano perfetti, ma non facevano cabaret,
Una democrazia vera si nutre anche degli sbagli delle persone, e deve permettere loro di capire da soli dove sta lo sbaglio. In un’idiocrazia questo non avviene. L’Italia è una piccola idiocrazia per adesso, ma ce la caveremo perché quando ci renderemo conto del potenziale del nostro DNA millenario allora risaliremo la china.
In altri paesi europeisti non avverrà questo fenomeno tragicamente. Questa generazione idiocratica ha fatto il passo più lungo della gamba, e sarà costretta a farsi da parte, con un primo periodo però molto duro.
Un dato è acclarato. Questa generazione politica ha abusato largamente del proprio potere. E sottolineo il termine “generazione”, da separare dai concetti della destra e della sinistra classica. I valori opposti di tal compagini sono stati usati come una maschera manipolatoria.
In un contesto serio e più pronto politicamente, non avremmo in tivù le Ronzulli, le Picerno, i Renzi, e tutta la restanza di oggi. Negli anni 70’ il parlamento era frequentato da personalità come Sciascia, giusto per fare un nome bipartisan culturale. Ora abbiamo delle bruschette arrostite che si accusano l’un l’altro, e la cosa peggiore è che non hanno proprio rispetto del loro stesso elettorato, ovvero quello che vorrebbe tornare a votare.
Discorso amplio sul quale riflettere, ma ora parliamo di te, Aurelien. Tu sei nato a Crotone, ci hai vissuto, e come Moebius hai vissuto un doppio io. Chi ha letto l’autobiografia di Jean Giraud, ne conosce il concetto. Tu, pur non essendo Gir o Moebius, in qualche modo gli assomigli. Però con moltissime differenze, sia chiaro. Questo tuo doppio io si è manifestato sul web, e pur non essendo un influencer super seguito… Rifacciamo la domanda: quanto questo tuo doppio io ti è stato utile?
Beh, vi ringrazio di avermi accostato al maestro Jean Giraud, ma la mia storia è totalmente diversa dalla sua. Io sono un doppio io sin dalla nascita, e non per scelta artistica. La mia arte, che possa essere fotografia o scrittura, è passata dal processo del doppio io, ma è sui social che si è sviluppata meglio, almeno per me. Non dico di essere perfetto, ma ho avuto le mie soddisfazioni.
Vedete, io ne ho approfittato per giocare moltissimi su tale concetto. Quando decisi di realizzare RESPONSIBILITIES, ho dovuto spogliare me stesso di tutto, diventando personaggio di romanzo da una parte e autore di reportage dall’altro lato. Il doppio io mi ha salvato e mi ha condannato. In RESPONSIBIITIES racconto della morte del mio amore e di ciò che ha comportato cacciare un mostro subito dopo. Di tale traumatica esperienza ne ho fatto un lavoro, arrivando a vivere un’altra storia anch’essa traumatica, seppur molto diversa per via del fatto che stavolta sapevo dove andare a parare. Ero più maturo. Tutto qua.
Il doppio io mi ha protetto nel processo di ricostruzione.
Sul web, confesso di essere più personaggio. Mi vanto della mia antipatia che mi concede un’allure di libertà. Su Facebook ho notato che tanti miei concittadini amano farsi vedere e ammirare in una vita che non è totalmente vera. Alcuni si realizzano delle vite parallele inesistenti. Ma non perdo tempo a giudicarli. Ognuno è padrone del proprio percorso. Io sono diverso da buona parte di tantissime persone perché io ho oltrepassato dei confini. Ho dovuto uccidere il mio cuore per mettere a fuoco le decisioni difficili da assumere. Non mi pento di quello che ho fatto perché la giustizia ha fatto il suo corso, e per fortuna non ci sono stati morti nel percorso che ho intrapreso. Però so di essere andato oltre, e questo ha compromesso vari rapporti.
Inevitabile, ma almeno non è ipocrita. Ho un rapporto abbastanza controverso con la città di Crotone. La vivo fino in fondo, talmente dentro che preferisco non mostrarla più di tanto. Alcuni insinuano che non amo la mia città, ma è fotografando Crotone che ho rimesso in gioco me stesso partecipando a vari contest fotografici di caratura mondiale, vincendone qualcuno tra l’altro.
Ho in progetto di regalarmi un’esposizione di alcuni miei lavori fotografici, sperando di regalare alla mia città una serie di scatti per far vedere ai miei concittadini dei colori che molto probabilmente non hanno mai visto.
Il mio doppio io è servito soprattutto a cercare la bellezza nascosta dei luoghi dove ho vissuto una parte della mia vita. Ma ripeto. Io vivo una Crotone così perché ho un modo diverso di vedere la vita.
Parliamo di arte e di web. Tu hai realizzato piccoli videoclip, hai scritto racconti sui primi siti e-book prima di Amazon, hai vinto contest fotografici in posti sperduti. Hai vissuto tante esperienze interattive, e anche se non adeguatamente pubblicizzate, è innegabile che determinate opportunità le hai vissute. Oggi l’artista senza il web non sarebbe artista? Sei d’accordo?
Più no che sì. Se parliamo di un’entrata in mercato, il web è necessario, ma il contenuto va saputo costruire. Il web ti rende celebre solo per il pubblico del web. Che è molto diverso da quello televisivo o cinematografico o dei bar. Un artista oggi deve essere più elastico nell’apprendere i mezzi tecnologici, ma non vuol dire che appena entri nei social lo traduci in fama e soldi. Anche un idiota può essere famoso, forse più dell’artista stesso. Uno bravo riuscirà sempre a farsi notare e a farsi valere. In Italia purtroppo c’è una cultura canonizzata e molto politicizzata. Nonostante la possibilità di mezzi che si è allargata, continuiamo imperterriti a sfornare storie che devono essere simpatiche politicamente parlando. Questo ha messo in crisi il nostro cinema. I piccoli autori però li vedi sul web, nelle piattaforme. Devo ammettere che sono molto contento di vedere dei registi horror che fanno lavori ben superiori a quelli americani nel costruire la storia. Tutto dipende da come usi il mezzo alla fine dei conti. In Italia l’avvento del web ha creato più crisi però, e molto è dovuto al fatto che crediamo di essere una cultura superiore senza avere studiato granché, e senza nemmeno confrontarsi sul campo più di tanto. Il cinema italiano ha una grande storia perché Mastroianni e Fellini si confrontavano, perché Pasolini parlava con Totò, perché Dino De Laurentis cercava prima una storia e poi il regista e gli attori. Oggi l’arte italiana, in generale, persegue una moda fasulla per compiacere il potere. L’arte vera non ha l’obiettivo di piacere e di essere asservita alla politica. Basta prendere a esempio le guarattelle napoletane. Ho avuto l’onore di conoscere e fotografare il grande artista Gaspare Nasuto che, purtroppo, non è più fra noi. Un burattinaio di grandissimo talento che ha saputo modernizzare il Pulcinella napoletano, avendo il coraggio di prendere con sé la maschera e raccontandola per quella che era. Ha dato tanto al teatro dei burattini e ha girato tantissimo. Non ha avuto bisogno del web per essere famoso, perché è stato il suo lavoro a parlare per lui. Un artista vero prende in prestito gli spazi e si mette a raccontare la sua arte con i suoi mezzi. Il web è solo una formalità. Poi possiamo anche parlare delle tecnologie di ultima generazione, ma non è la migliore tecnologia a rendere un film memorabile. No, il film ha anche altro.
Io ho usato il web per me stesso. Lo ammetto. Ma non è che mi ha reso l’artista più importante del mondo. Mi ha aiutato a sviluppare una personalità di sicuro. Mi ha messo a confronto con veri fotografi. Ma poi non è che ci ho ricavato chissà che cosa. Ormai se punti solo sul web, rischi solo di essere una meteora cui basta un click per sparire.
Possiamo farti una domanda più intima. Sei sereno? Sei innamorato? Che cosa ci puoi raccontare del tuo privato? Non troppo nei particolari, però. Perché tu in passato hai sovraesposto te stesso a discapito del tuo privato. Quindi, dopo quello che hai vissuto, hai avuto una seconda chance?
Ho una mia serenità. Ho affrontato una brutta malattia uscendone di recente e mi sono convinto a vivere un nuovo ciclo. Per quanto riguarda l’amore, ci sono voluti anni per ritornare a provare qualcosa. Ora la provo, ma la tengo per me. Preferisco starne un pochino lontano. Perché per adesso voglio vederla crescere, anche in qualche errore. Per me è già tanto che non mi sono arreso al trauma, perciò mi accontento. Non riesco a essere geloso e nemmeno possessivo. Ho serie difficoltà a pronunciare i miei sentimenti. Quello che ho vissuto dentro non lo auguro nemmeno ai miei nemici. Preferisco gioire in silenzio con una porta socchiusa. So che si tratta di una visione abbastanza romanticona, ma se vuoi dimostrare oggi il tuo amore devi anche essere pronto a vivere questo silenzio. L’amore vero gioca con il tempo per crescere. Pero, questa resta una mia visione, frutto di quel che ho vissuto. Io non sono perfetto. Lungi da me pensarlo pure. Io ho commesso azioni che mi hanno portato a oltrepassare dei confini che non potranno mai definirsi etici.
Comunque sono felice di una cosa: che non ho perso la facoltà di amare. Per alcuni anni, quel vuoto mi ha torturato. Ma è anche grazie a quel vuoto che ho capito la responsabilità dell’amore. Alla fine il Cacciatore di Fake (nb: in corso di pubblicazione su un sito wordpress) è il racconto di questa riscoperta.
Tra poco si consumeranno le elezioni regionali in Calabria. Mentre l’Europa non è compiuta di fatto, in Calabria si vota… Insomma, abbiamo notato che a differenza del passato tu non ti sei voluto esporre come facevi prima con tante dirette Facebook per raccontare il gioco elettorale giorno per giorno.
Non credo che essere presente in video possa cambiare l’esito elettorale, poiché sarà terribilmente condizionato da un astensionismo imponente. L’inizio della campagna elettorale l’ho trovato grottesco e scontato. Il gioco mediatico con relativi sondaggi non influenzerà più di tanto il verdetto finale di un ente che in alcune zone della Calabria è recepito come qualcosa di lontano. Certo è che i due principali contendenti, con un terzo incomodo che forse nemmeno raggiungerà il quorum, partono entrambi azzoppati, più che altro perché le rispettive coalizioni soffrono di demagogia acuta, eccesso di protagonismo e una comunicazione presuntuosa. Sono divertenti gli spot su Tik Tok.
L’elettore è oggi più esigente, e a ragione tra l’altro.
La Calabria è una regione che si è evirata con una legge elettorale che esclude i piccoli territori provinciali a vantaggio di quelli grandi. Crotone non ha avuto rappresentanti nella maggioranza, ma neanche all’opposizione. Il rappresentante eletto nelle fila dei Cinquestelle nel passato consiglio non so a cosa sia servito esattamente. Addirittura si ripresenta nella coalizione del nemico.
Mi rendo conto che questa percezione di lontananza abbia contribuito a complicare il rapporto con gli elettori. Questo è dovuto a una riforma idiota che ha depotenziato i territori provinciali. Per cosa poi?
Non giudico in questa conversazione i tanti candidati al consiglio regionale. Per loro già praticare questo percorso elettorale sarà una via crucis impregnata di cabaret, tanto per ripetermi. Detto con franchezza, preferisco fare da spettatore, e poi magari rivendicare qualcosa.
Purtroppo le dirigenze dei partiti non si rendono conto dell’antropologia del posto dove dicono di operare, e hanno la grave colpa di non aver provato a fermare l’emorragia astensionista. Non hanno mai voluto discuterla, e nemmeno capirla. Ciò renderà il risultato molto incerto, un risultato che purtroppo sarà viziato anche da alcuni cliché come la criminalità che esiste, in realtà molto bipartisan. Altro che destra o sinistra.
Non parlo poi delle sfide proposte, che poi sono molto influenzate dalle decisioni che si prenderanno a Roma e a Bruxelles.
Vi dirò che preferirei una campagna elettorale più realistica e molto meno fantasiosa. I calabresi sono un insieme di popolazioni ricche di contraddizioni, ma vogliono vivere in pace e sfruttare al meglio le proprie risorse. Non perdonano il presente, che purtroppo è figlio di gravi mancanze da parte delle dirigenze partitiche. Il calabrese oggi è molto diffidente. E mica glielo puoi rimproverare, soprattutto dopo quello che gli hanno fatto perdere.
Quale ricetta proporresti per combattere questo astensionismo, che poi è una malattia diffusa anche in altre parti d’Europa. Alle ultime elezioni europee, se ricordi, buona metà dell’elettorato ha disertato l’appuntamento del voto. Tu hai toccato questo tema con una celebre intervista curata da te con un ex consigliere regionale, il quale aveva pure descritto il problema.
Beh, è semplice. La montata di astensionismo ha portato la nostra politica a non essere credibile sul piano internazionale. Poi il discorso si fa subito complesso. Ripartiamo dall’inizio della nostra conversazione. C’è da risalire a un’intervista fatta a Michel Houellebecq datata 1996 pubblicata su Humanité, una rivista francese. In poche parole spiega il degrado portato avanti dalla firma di Maastricht. La posizione del discusso scrittore francese la condivido appieno, perché il degrado politico locale raccontato in quella stessa intervista è diventato realtà di tutti i giorni.
Il centrodestra berlusconiano si macchiò della legge elettorale denominata porcellum, una legge di cacca che rese mercenari i parlamentari più di prima. I governi non berlusconiani peggiorarono il porcellum con l’avvento del rosatellum. Si nominano i candidati dall’alto, e il più delle volte sono soggetti di cui l’elettore locale non sa una beata cippa, tranne che prenderà una bella paga.
Le elezioni regionali, di conseguenza, vivono lo stesso meccanismo. Perché l’attuale legge elettorale calabrese è quanto di più lontano si potesse immaginare. Certo, magari qui i candidati vengono scelti meglio. Ma è la circoscrizione che è troppo grossa, e Crotone rischia di non avere nessun rappresentante consigliere. A livello nazionale meglio stendere un velo pietoso.
L’elettore è come un lettore di romanzi. Ha bisogno di identificarsi in una presenza vera, non in un qualcosa di simpatico calato dall’alto. Un elettore, quando vota, investe su qualcuno che gli possa migliorare l’esistenza, non che gli faccia la morale da quattro soldi urlando in qualche stralunato talk show.
Oggi gran parte dei politici crede di essere utile e necessaria, addirittura adottando linguaggi isterici. A volte, quando vedo qualche talk show, sembra di stare in una classe piena di mocciosi capricciosi.
A livello locale, qualche soluzione la proporrei, ma è meglio di no. Aspetto l’elezione del Presidente della Regione prima di parlare di questi suggerimenti. Ora preferisco vedere i caproni scatenarsi tra i colli crotonesi, convinti che i loro santini su Facebook determinino la volontà generale dei cittadini a recarsi alle urne.
Il mio doppio io mi dice che avrebbero fatto meglio a discutere della malattia e di farlo con i cittadini, a costo di prendersi anche delle offese.
Per la mia misera esperienza, io so che una buona campagna elettorale va costruita ben prima degli accordi di coalizione e dei manifesti, e deve essere fatto dialogando con un corpo elettorale che deve essere costruito con sentimento di partecipazione e di squadra. Io saprei come fare, ma non lo dico. Ripeto che preferisco vedere i caproni scatenarsi tra i colli crotonesi, e quando scenderanno a valle saranno costretti a chiudersi nel recinto della loro presunzione.
Premetto però che qualche personalità capace esiste, ma la strada per la reggia di Catanzaro è di fatto una via crucis.
Aurelien, sappiamo che non parli dei tuoi progetti in essere, anche perché vieni da un paio di anni pesanti per quanto riguarda la tua salute, perciò alcune priorità sono giocoforza cambiate. Ti ringraziamo per questa bella chiacchierata. Non siamo d’accordo su alcune visioni, ma tu hai testimoniato la tua realtà ed è normale che tu abbia un tuo pensiero formato. Però una domanda finale te la vogliamo porre: perché i tuoi social hanno pochi follower rispetto ad altre realtà, ma i numeri, che non pubblicizzi quasi mai, dicono che hai dei seguiti?
Io non sono sui social per prendermi i like. Certo, ho realizzato vari contenuti. Ma i like non li cerco. Non sul mio personaggio. Io ho un brutto difetto per la società: sono un tipo che possiede un talento che dà fastidio a molti, ovvero quello di stare attento ai dettagli. A Crotone il mio rapporto con i concittadini non è stato buono per una fetta grossa della mia vita. Molti pensavano di avere a che fare con un passatempo. Ora, per tanti di loro, i ruoli si sono semplicemente ribaltati. E questo infastidisce parecchio. Me ne rendo conto. Perciò preferisco continuare per la mia strada da lupo affamato. La verità è che non ho da dimostrare nulla, se non essere degno del nome che porto. Qui a Crotone più di qualcuno mi dice che sono sprecato, ma è vivendo a fondo questa realtà periferica che ho imparato, ad esempio, a combattere il mostro. Ho usato i social per riabilitare un’immagine difettosa per l’immaginario collettivo. Ci sono in parte riuscito, sapendo bene che non piacerò mai a tutti. Ammetto di aver patito tantissimo, ma almeno ci provo a rialzarmi. E ora che ho preso a calci il mio male, ho deciso appunto di ripartire da zero per provare ad andare là dove nessun individuo è mai arrivato. Grazie per questa bella conversazione. E spero che questa mia minuscola testimonianza vi sia servita. Grazie davvero.
Intervista in videoconferenza rilasciata il 7 settembre 2025.
Vi confesso che non avrei voluto scriverne a proposito di questo atto di vandalismo nei confronti di un’opera che è, di fatto, un lavoro che crea discordia e dissenso. Non avrei voluto scriverne perché sarei tacciato di essere chissà che cosa quando in realtà una formazione artistica la posseggo, e avendo contribuito a mostre e opere d’arte in passato… Beh, una parola ce la potrei mettere.
Facciamo così. Vi propongo una scelta: una pillola rossa e una pillola blu. Se scegliete la pillola rossa, cambiate canale e non andate oltre. Credete che Crotone sia l’unica città al mondo meritevole di considerazione e avete una dimensione favolistica che purtroppo vi rende sensibili. Se è così, prendete la pillola rossa e non andate oltre.
Se invece scegliete la pillola blu, avrete a che fare con la lettura di un pezzo scritto da un blogger spietato, additato come fascista, razzista e quant’altro ancora. Questo è il prezzo che pago volentieri per mantenere lo sguardo dell’oltre, ovvero non fermarmi alla solita apparenza per esprimere chissà quale solidarietà, se prima non si prova a conoscere il male. Non quello che viene raccontato su qualche giornaletto. Si tratta di quel male o malessere tangibile che il più delle volte non viene visto e nemmeno ascoltato. Ora, se scegliete la pillola blu lo fate a vostro rischio e pericolo, ma almeno avrete la possibilità di non sentirvi ipocriti, L’ipocrisia rende ciechi. Invece qui bisogna guardare le cose con chiarezza.
Fermo restando che non ho nulla contro l’attività civica di IO RESTO, associazione che fa del civismo la sua attività principale. Potrei semmai discutere delle scelte artistiche, alquanto kitsch, che puntualmente hanno anche suscitato delle critiche, alcune anche molto ingenerose. Ma se l’arte non suscita dissenso, non suscita emozione. Lo scrisse la scrittrice inglese Jeannette Winterton nel suo bellissimo saggio “L’arte dissente”, oggi introvabile.
Dato che ho citato la Winterton, quindi già questo mi permette di poter dire la umilissima mia opinione, la domanda che mi sorge spontanea è dura ma obbligata: ma che vi credevate?
Partiamo da un presupposto. Qualche notte prima, nello stesso parco Pignera, sono state vandalizzate delle panchine. Gesto compiuto da sconosciuti che prima o poi puntualmente lo avrebbero ripetuto. Cosa avvenuta tra l’altro. Quindi, esiste un problema. E non si risolve con la solidarietà conveniente che si esprime su Facebook il più delle volte,
Partiamo da un altro presupposto storico. La barca in questione non è stata l’unica opera vandalizzata nel tempo. Ce ne sono state altre. Ne cito due: il monumento dedicato alla tragedia delle Foibe, qualche anno fa, ed era stato appena inaugurato. E il monumento dedicato ai caduti italiani in Russia nella Seconda Guerra Mondiale, dopo qualche giorno vandalizzato con scritte oscene.
Gesti compiuti con ovvietà da bulli in una città che in realtà non gli offre grandi aspettative, anche perché ferma mentalmente negli stessi cliché da almeno un buon biennio in maniera ferrea,
Dico bugie? Mi sapete dire quale opera d’arte è stata prodotta in maniera imponente da lasciare un segno nell’immaginazione mondiale? Se escludiamo il Rino Gaetano di Jorit, il resto è zero. Proprio perché si tratta di opere kitsch o di monumenti celebrativi di caduti in guerra che, però, hanno il compito di mettere in risalto i nomi di chi non è potuto tornare a casa, e perciò sono assolti dal dover essere belli per forza.
Ma che Crotone artisticamente parlando esprima del kitsch è fuor di dubbio. Non la prendete come una critica distruttiva. Il kitsch ha anche il suo perché, ma se saputo fare però. Penso al mitico Anton Furst che con un buon uso del kitsch riuscì a rendere uniche le atmosfere del film Batman di Tim Burton nel 1989, tra l’altro campione d’incassi. Ma Furst era Furst. E qui non esiste Furst,
Ora analizziamo l’opera danneggiata dal fuoco.
Un utente straniero si domanderebbe il perché della realizzazione di un’opera del genere. Fermo restando che non discuto l’idea artistica, ma il messaggio che vorrebbe dare.
IN qualche bella giornata un gruppo di persone si è messo all’opera di un lavoro che doveva indurre alla riflessione sui tanti esuli in mare che vogliono arrivare in Europa e che bisogna accoglierli perché qui si vive bene. Io sono d’accordo nel salvare vite umane, ma sarei ancora più felice se nella mia città non ci fosse nemmeno quella bidonville di stranieri che si era rifugiata sotto il cavalcavia Nord (quello che si affaccia ai resti della gloriosa industria di Crotone), oppure mi piacerebbe non trovare gente di notte che non ha un letto dove poter dormire.
Quindi quest’opera nell’immaginario collettivo nasce in un ambiente che è già un controsenso se ci riflettete un po’.
Ma non fermiamoci qui. Andiamo ancora oltre.
Crotone ha un alto tasso di disoccupazione e di precariato lavorativo. Siamo un’isola felice, davvero? La disoccupazione e il precariato eccessivo generano già di per sè una forma di degrado sociale che si chiama povertà, e se imponi un altro tipo di povertà come quella degli esuli, ti raccomando la bomba sociale. La povertà si tollera, scrisse Dominique La Pierre nel suo capolavoro “La Città della Gioia! ambientato in India.
La città si è impoverita, di fatto, e per di più bisogna sopportare un principio di propaganda pseudoeuropeista che incoccia con la realtà di Crotone che è un controsenso continuo.
Quando da appassionato di arte, ho visto l’opera, mi è salito un rigurgito. Non che la disprezzi, ma è il sapore kitsch che non andava. Anche perché, purtroppo per gli altri, avendo studiato all’università i testi di André Gide sul Congo, i testi di Ryzsard Kapuscinski che l’Africa l’ha vista davvero e i testi storici delle colonizzazioni in Africa… Beh, vi lascio immaginare quando ho capito che si trattava del solito film a senso unico su un fenomeno di enorme portata che si riduce al solito chiché per non dirsi di essere… ecco,.. razzisti.
In ultimo c’è un qualcosa che mi disturba artisticamente parlando, ovvero la canonizzazione della disgrazia. In Italia abbiamo la triste mania di canonizzare la disgrazia per autoassolverci di eventi che sono purtroppo capitati. A Crotone si è voluto vivere per forza intensamente un evento tragico come il naufragio di Cutro non affrontando il trauma, ma cercando di autoassolverci come se quel delitto marittimo fosse colpa nostra. E mentre piangevamo, non ci siamo accorti che la città di Crotone ha bisogno di guardare oltre perché troppo prigioniera degli stessi argomenti da un buon quarantennio.
E certo. Perché conviene far vivere un pensiero retrò e restare fermi nel tempo. Come se questo lavasse le coscienze. Nella realtà non è così, altrimenti non si esprimerebbe il dissenso in tal modo. Anche se dà enormemente fastidio.
Ora, rivedendo, l’atto vandalico, non giustificabile, si è venuto a creare un paradosso. Ora l’opera in questione ha il suo sapore di verità. Perché il viaggio nel Mediterraneo, ma anche in altri mari, per la migliore vita non è un viaggio colorato, ma un percorso pieno di insidie e di incognite, e queste persone non arrivano con un transatlantico super attrezzato. Ora l’opera vandalizzata assume la sua reale funzione, e permette di vedere chiaramente il racconto che essa vuole trasmettere.
La tragedia.
Si dice che non tutto il male viene per nuocere.
Ma, qualche volta, capita che un male faccia vedere con chiarezza un altro male.
Anche questa è una verità-
Mi auguro che dopo attenta riflessione si tenga in considerazione di tenere il monumento in questo modo. Ovvero quello di un viaggio difficile e pieno di insidie. Solo così si può far passare il messaggio nella sua verità.
Altrimenti possiamo sempre raccontarci lo stesso film. Un film irritante tra l’altro.
Vi esprimo la mia comprensione perché doverosa. Mi auguro che i colpevoli siano trovati (nutro i miei dubbi qua), e che prima di condannarli a priori si abbia la decenza quantomeno di ascoltarli. Perché a Crotone esiste un folto gruppo di cittadini che non ha ascolto e, cosa più grave, viene denigrato quando solo osa fare una riflessione.
Ma si sa. Capire il dissenso è un argomento troppo difficile qui a Crotone.
Ho preferito prendere una lunga pausa dal blog. Per due anni ho provato a dare una continuità, ma l’italiano medio non legge. Poi in epoca Covid questa caratteristica è aumentata. Per un biennio bello e buono non sono riuscito, proprio per motivi di scarsa attenzione, di raccontare bene quello che andava raccontato.
Vivo e abito a Crotone, una piccola città sul Mar Ionio, e come ogni luogo ci sono pregi e difetti. Uno dei maggiori difetti del crotonese è la profonda fede in mamma televisione. Quindi quando la tragedia Covid è cominciata, immaginate l’attaccamento alla televisione, con il suo nutrito esercito di narratori dell’apocalisse.
Ho passato due anni nella città più ipocondriaca del mondo. Raccontarne l’esperienza è come vivere un film di fantascienza vero e proprio. Immaginate un posto dove gli abitanti si credono di vivere per forza in un’isola felice lontano dagli eventi del mondo, e immaginate quando gli eventi del mondo bussano alla porta.
Uno degli effetti più balordi di questa situazione è l’effetto psicosi, tra l’altro realizzato ad arte proprio dall’infodemia nazionale.
Qualsiasi autore/blogger/scrittore avrebbe delle serie difficoltà a raccontare anche una bella favola.
E così il sottoscritto ha rinunciato fino ad un certo punto, mantenendo giusto qualche finestra narrativa, ma non continuativa come un blogger dovrebbe fare.
Crotone è la città ultima d’Italia in tutto. Lo dice la classifica economica del Sole 24Ore, che tiene conto di tutti gli aspetti. Ma non importa. Stiamo chiusi e lontani da tutti. C’è il contagio e condanniamo gli altri.
Sulla paura non discuto, ma sono abituato a leggere la Storia e a fare indagini. Esperienza vuole che quando vedi una massa che punta lo sguardo verso una direzione, ogni tanto è meglio guardare altrove. Chissà che non ci trovi qualche sciacallo che ti ruba dentro casa e tu non te ne accorgi. L’eccessiva convinzione della prudenza è credere di essere prudenti. Ed è su questo che giocano gli sciacalli.
La paura paralizza. Non hai tempo per pensare. Anzi, ti è proibito pure pensare. E ovviamente la mascherina anticontagio ti permette di mascherare bene questa situazione.
E intanto tutti a guardare la tv, da Sanremo al talk show dove al posto di esseri umani trovi un pollaio dove non si capisce niente e non si conclude niente.
E nel frattempo, tutti convinti che questi grandi eroi che si vedono in tivù saranno capaci di salvare la situazione. Tanto stiamo chiusi in casa. Meglio. E se qualcuno parla del contrario, allora è un coglione sovversivo.
Peccato che il coglione sovversivo, conoscendo la razza umana, è abituato a prendere appunti e a tenere la barca sempre direzionata nonostante le tempeste della cattiveria. Il che non vuol dire vincere, ma tenersi pronto alle brutte evenienze che possono presentarsi. Il che vuol dire già godere di un vantaggio.
Quando conosci gli sciacalli e gli avvoltoi, sai benissimo che se ci hai a che fare rischi seriamente di non avere più nulla il giorno successivo. E quando accade, ti dannerai solo per te stesso. Perché tu li hai lasciati entrare e hai guardato dall’altra parte.
La paura è normale. Ma non affrontarla no.
E poi un giorno ti svegli. E scopri che la tua città non è il paradiso fiorente di due anni fa. Povertà aumentata, disoccupazione aumentata a dismisura, incertezza e sapere che il governo se ne fotte tranquillamente della città di Crotone, tra l’altro amministrata da una compagine politica che non si rende conto nemmeno di come ha vinto e perché ha vinto, frutto di una convinzione che è più un’illusione mitologica del proprio essere o non essere politico. Ma qui il discorso merita un racconto a parte. Un brusco risveglio dove ti accorgi che Crotone (come altre città italiane) non è più il paradiso raccontato.
Lo dico subito. Non adoro questa situazione. Crotone non merita tutto questo male. Ma un pochino se l’è cercata, tra l’altro in anni pre pandemia. Il Covid ha solo scoperchiato la fragilità del sistema Crotone. E lo ha scoperchiato con estrema violenza tra l’altro. Direi anche in maniera raffinata, visto che la distrazione di massa basata sulla paura ha permesso agli sciacalli di nascondersi per bene sotto la maschera di un certo perbenismo.
Lo so che ho scritto un articolo cattivo.
Ma i fatti parlano abbastanza chiaramente nel tempo.
La situazione era precaria già prima. Se a questa ci aggiungiamo la cappa della supponenza, quella della presunzione, e infine quella della paura, allora il mix è micidiale. E la ragione si perde in questo mix salvo poi svegliarsi e accorgersi che forse il cervello andava usato ben prima.
Non offendetevi, cari cittadini. Io, nel mio piccolo, l’avevo detto che bisognava stare molto attenti. Molto, ma molto attenti. Perché uno sguardo intorno andava sempre fatto. Fermarsi a riflettere sarebbe stata una cosa già di per sé obbligata.
Ora vi ritrovate in questa piccola città buia, silenziosa, dove la gente non vivepiù con il sorriso, dove la parola futuro ormai è diventata un delitto solo pensarla, e dove nessuno ha il coraggio di prendere per mano i giovani che saranno gli adulti di domani. Già, perché ormai è meglio star fermi piuttosto che ammettere che la deriva è conclamata sotto ogni punto di vista.
In fondo al tunnel c’è sempre una luce che si avvicina man mano che si cammina.
Bisogna solo camminare.
Altrimenti dentro il tunnel ci si rimane eccome.
Io ve l’avevo detto. Ora si può solo camminare, sempre che non si voglia stare fermi per paura del contagio.
Di Covid si muore mi dirà qualcuno.
Si muore anche di fame, di mancanza di lavoro, di mancanza di prospettiva.
Alla fine, si è svegli e ci si accorge di essere in un tunnel dove la luce da raggiungere è lontana. Ma non irragiungibile.
L’Italia azzurra ha vinto il Campionato Europeo più bizzarro della storia del calcio. Un Europeo rimandato di un anno per via del Covid-19, ma alla fine si è disputato con una vittoria, che guardando il percorso, è strameritata ed entra di diritto come forse una delle più belle vittorie dello sport.
Ha vinto la squadra prima di tutto. Giusto riconoscerlo, perché nessuno è stato protagonista a discapito degli altri. La squadra ha vinto e non l’individualismo. Qui, Roberto Mancini è stato bravo a realizzare un capolavoro sportivo, e i numeri gli danno ragione, visto che la Nazionale in tutto il percorso europeo non ha avuto una sconfitta. Ed è giusto che la Coppa sia figlia sua, dimostrando che oltre a essere un genio è anche un allenatore preparato. Non era scontato andare a vincere a Wembley.
Questa Italia entra nella Storia perché è un remake di altre tre nazionali molto amate. Quella del 1982 ovviamente, quando si vinsero i mondiali spagnoli. Una squadra molto umana che riuscì a vincere meritatamente in mezzo ai giganti. Poi mi piace ricordare Italia 90′, una nazionale che perse la semifinale ai rigori contro l’Argentina di Maradona, ma che seppe dare una lezione di sport comunque (e vinse il terzo posto proprio contro l’Inghilterra). Infine c’è la vittoria del 2006 in Germania. Una nazionale fatta di star che non fecero le star. Una squadra che psicologicamente era provata dallo scandalo calciopoli, che un passo alla volta arrivò in finale vincendola ai rigori con la Francia in una partita dai continui colpi di scena fino all’ultimo rigore. Ma anche qui vinse la Squadra. Contro tutto e tutti, dando un calcio alla paura dell’onta e dell’incertezza.
L’Italia (nazione) è stata falcidiata dalla paura del Covid-19 (una paura sulla quale hanno marciato in molti, a cominciare dalla politica e dai media. Inutile fare l’elenco di baggianate televisive che hanno accompagnato la Nazionale in queste settimane.
L’impresa dell’Italia azzurra riporterà un po’ di cose in ordine. Prima di tutto il lavoro di squadra, messaggio importantissimo che vale sempre. Se c’è una squadra che ha fatto la squadra è proprio l’Italia. Questo dovrebbe servire di lezione più alla politica italiana che si perde nel protagonismo più bieco (il che fa capire perché l’Italia nazionale produce decine di milioni di spettatori piuttosto che i loro insulsi dibattiti televisivi).
Ovviamente dà un calcio alla paura. E non è una cosa scontata. La notte di festeggiamenti che si è consumata tra domenica 11 luglio e il lunedì 12 nelle piazze scriverà una storia leggermente diversa per quanto riguarda la pandemia da Covid-19, almeno per come ce l’hanno raccontata.
L’impresa di una nazionale di calcio che vince abbatte la paura, ed inevitabilmente offre un’opportunità di speranza per il popolo. Questa carica di allegria ci apre le porte di un risveglio, il che sarà importante anche ai fini di certa scienza (anche se dei precedenti c’erano già stati, ma a sprazzi e non attentamente osservati). Questo non implica la fine della pandemia, ma ovviamente sarà un capitolo molto importante per il modo di affrontarla, ovvero con maggior coraggio e meno apocalisse.
L’impresa sportiva ci regala un ritratto reale della salute del Paese. Qui, la politica mediatica fin qui ci ha regalato un ritratto di un popolo che non dà rispetto alle tante minoranze (sessuali, razziali, religiose). Le piazze della notte non sono così. Tanta gente in piazza tutta unita e pronta a sorridere. In Italia ci sono molti problemi, ma alcuni li immagina molto la politica. La notte tra domenica e lunedì racconta di un Paese che ha ben altre ferite, e che ha un bisogno fermo di tornare a sorridere. Altro che razzismo e discriminazione. Lo sport di squadra è immune per natura da queste problematiche, ed è con i gesti spontanei che fa vedere che si va ben oltre le differenze. I ragazzi della Nazionale sono andati oltre l’odio e la paura, e hanno dimostrato che l’applicazione, il gruppo, il fare squadra, e l’essere semplicemente se stessi aiuta a combattere meglio determinati temi piuttosto che farsi dare qualche lezioncina da qualche moralizzatore in tivù. Gli uomini della Nazionale azzurra sono rimasti loro stessi, e questa è la più grande lezione di sport e di civiltà che si potesse dare agli occhi del mondo.
La meritata vittoria della Nazionale Azzurra ai danni dell’Inghilterra, l’eterna incompiuta, non risolverà tutti i problemi della nazione Italia. Questo è ben chiaro. Ma una vittoria del genere aiuta eccome. Questa storia sportiva aprirà inevitabilmente un capitolo nuovo nella storia dell’Italia nazione. Perché il suo messaggio di vittoria inevitabilmente passerà e fungerà da esempio.
Questa non è una vittoria dell’individualismo e del protagonismo bieco.
Si tratta di una Vittoria della Squadra.
Questa è una Vittoria che va raccontata con il seguente messaggio: un passo alla volta andando sempre avanti, e mandare a quel paese qualsiasi tipo di sondaggio o di moralismo.
Grazie, Azzurri. Grazie per questa pagina di Sport.
Scenario. Crotone. Lungomare. Sabato sera. Ritrovo dei giovani in prevalenza. Periodo: in pausa pandemica, la gente tende ad uscire. I giovani, quelli che la politica decanta spesso e male, sono come bestie incattivite uscite dalla gabbia. Gli episodi di risse e litigi ormai sono una consuetudine, e il fenomeno negativo è affrontato male sotto tanti fronti, a cominciare da quello politico e giornalistico.
Vi spiego come funziona. Due soggetti litigano e vanno alle mani. Le urla e i gesti attirano e si forma la cosiddetta ruota. Andiamo a vedere che succede è la frase che si alterna con le urla dei protagonisti. La rissa non viene solo tra giovani. Capita anche agli adulti.
Sono decenni che questa è una triste tradizione degli usi e costumi crotonesi. I motivi possono essere i più svariati, ma la prima causa è sempre il cervello scollegato dalla realtà, seguita da un certo machismo che deve dimostrare la legge del più forte nella giungla.
Già, perché le bestie incattivite si sentono forti, e soprattutto autorizzate a farsi valere.
Capita anche al ragazzo gracile di uscire e di voler passare la sua serata. Già, perché non tutti hanno il cosiddetto fisico del lupo. C’è anche chi nasce più gattino, diciamo. Mi scuso se uso termini di animali, ma non voglio offendere. Voglio provare a descrivere il fenomeno per come è, senza mettere in ballo razzismo, fascismo e omofobia. Il bullismo, quando si manifesta, se ne sbatte di questi termini.
All’inizio avviene con una battuta. Il bullo, da lontano, fa la sua battuta infelice. A Crotone si usa spesso la parola “ricchione” quando si vede un ragazzo gracile. Se poi si veste in modo non tradizionale o magari ha un nome non comune, allora il bersaglio entra nella mente del bullo, che si autorizza da solo a colpire.
All’inizio lo fa per attirare l’attenzione. Ma la risposta del ragazzo è timida, e sarà sempre mal tollerata. Nelle serate che passano (susseguiti dai giorni) il bullo si rende conto che può continuare a colpire, e ogni volta che colpisce si sente più forte. Non esiste un perché a quello che fa. Per il bullo accanirsi sul prossimo fa parte del rito animale del predatore più forte. Ma mentre un predatore uccide per nutrirsi, il bullo lo fa per altre motivazioni.
Spesso coinvolge il suo branco di amici lupi. Sì, perché si coprono a vicenda e quando il malcapitato prova ad accusare, il gruppo si unisce definendo l’altro come un folle, e che loro magari avevano solo scherzato. All’inizio tutti giocano la carta del fraintendimento, ma non è così. Il loro scopo è sempre passare il tempo per portare avanti la loro supremazia. E sono talmente abili da scegliersi il bersaglio, perché sanno di agire in un contesto dove lo stesso bersaglio difficilmente parlerà e dove l’omertà si tramuta in facili moralismi da Facebook.
E poi capita il sabato sera. Qualche bottiglia di alcol in più, magari accomunata a qualche tipo di droga in alcuni casi. Ma il contesto rende più feroce il bullo. Perché lui si sente forte in mezzo al pubblico. E succede che la provocazione si tramuta in offesa sistematica. La vittima, spesso, si allontana. Sì, perché è meglio ignorare, usare l’indifferenza, piegare la testa. Ma l’indifferenza alimenta la ferocia del lupo, che si sente sempre più autorizzato a perseguitare la vittima. E allora lo segue con la macchina, si procura il numero di telefono per fargli qualche dispetto, si crea un profilo ad hoc su Facebook per disturbarlo.
All’inizio è difficile che le vittime parlino. Perché per loro significa ammettere di essere deboli e inadeguati, e la maggior parte delle volte temono di non essere credute. Perché magari un chiarimento lo hanno chiesto, ma si sono trovati una platea di persone cui non gliene fregava un cazzo di niente. Oppure gli tirano la scusa che è un bravo ragazzo che ha qualche problema e va compreso.
Se accade questo, per la vittima è finita. Perché l’immagine del bravo ragazzo è la perfetta maschera del bullo. E allora si rassegna. E tenderà a subire, senza avere la protezione adeguata. Perché il suo silenzio sarà il prezzo da pagare.
Così gli insulti e gli abusi aumentano. E la vittima continua a soffrire in silenzio. Per un tempo senza tempo. Deve provare a mantenere la pazienza, perché è quello che gli dicono gli altri, tra cui forse anche il genitore. Ma il tempo della sofferenza si allunga e schiaccia.
Quindi arriva il sabato sera. E scatta qualcosa. Magari la vittima si è stancata e risponde al bullo in un modo che non possa essere uno scambio di battute. Inizia l’aggressione fisica e si forma la ruota. C’è anche chi filma. Il circo delle belve si esibisce sul lungomare. Non ci sono tifosi, ma spettatori di uno spettacolo penoso.
Alla vittima non gli farà male il sangue che gli esce dal naso, ma dello sguardo degli altri. Quello sguardo che lo perseguiterà più del pugno. Perché sa che con quel gesto il bullo, il più delle volte, smette di tormentare e andrà per la sua strada. Ma lo sguardo degli altri resta. Perché puoi ammettere di essere più debole, ma non potrai mai farlo se l’umiliazione assomiglia ad un’esecuzione in pubblica piazza.
Il danno è fatto.
Il giorno dopo è sempre il peggiore. Perché dalle botte ti puoi rimettere, ma delle ferite dell’anima no. Non subito almeno. Ci vuole tempo per quelle. E il non sapere quando finirà ti farà ancora più male. L’unica consolazione è che adesso si sa che c’è un bullo che ti ha picchiato e che ha fatto la sua figura. Ma non risponderà alla domanda che ti affligge: perché tu?
Per la tua diversità? Per la tua fragilità? Per la tua unicità? Per la tua debolezza? Perché tu? Sono solo alcune tra le mille domande che ti tortureranno l’anima, mentre proverai a mettere un po’ di ordine in un conflitto emozionale strettamente personale.
Ma il giorno dopo è sempre il peggiore. Perché finisci sulla bolla degli altri, sulle tastiere degli smartphone, diventi il titolo di qualche giornale. La speculazione del pettegolezzo arriverà a farsi passare per solidarietà, e per te sarà il ritratto dell’ipocrisia. Perché tu non crederai a una comunità che è rimasta guardarti, e magari l’aiuto è venuto proprio da chi non ti aspettavi. Sai benissimo che c’è qualcuno di buono, ma sai anche che c’è tanta indifferenza di comodo.
Adesso ti trovi all’interno di un labirinto emozionale, e per trovare l’uscita dovrai fare piccoli passi alla volta. Diventerai più forte, ma sarai anche molto diffidente. Lo so perché ci sono passato anche io.
Ho letto anche io tante parole su Facebook e tanti articoli. Molti a usare il termine omofobia. No, non si chiama omofobia. Si chiama cattiveria. Perché quando un individuo ti perseguita lo fa per cattiveria. Un bullo non conosce volutamente determinati termini perché vuole il passatempo e basta. Lui avrà al sua condanna, ma non sarà facile strappargli il perché delle sue azioni cattive. Perché il bullo lo fa e basta. Puoi provare a parlargli, ma il bullo non ragiona perché non vuole passare per un debole. Potete incolpargli la famiglia per come lo ha cresciuto, ma in realtà il bullo indossa una maschera di crudeltà, e per sfilargliela bisogna che il tempo passi o che almeno provi almeno un po’ di quello che la sua vittima ha provato. E allora capirà, e forse si redimerà.
Crotone, mia amata e odiata Crotone. Il paradiso è soltanto la maschera che i tuoi abitanti indossano per non guardare il lato oscuro della società. Voi, cari concittadini, non avete idea di quante storie come questa siano presenti da decenni. Di sicuro non si affrontano con qualche post su Facebook.
Potevo sprecare parole sulla tastiera per quanto riguarda il racconto del virus che opprime l’Italia, quel Coronavirus che è più presente nei media piuttosto che nella realtà. Non preoccupatevi, non nego l’esistenza di una malattia. Semmai combatto contro l’onnipresenza mediatica che non è l’antidoto al virus, ma una tortura psicologica continua.
La tv sostiene che la lotta alla pandemia sia costituita da una strana alleanza tra politica e medicina, che nell’insieme decidono di chiudere il mondo come se questo solamente potesse servire per liberarci da un virus ostico.
Purtroppo i media da tempo hanno rinunciato a raccontare l’umanità, soprattutto in Italia.
Nel blog di oggi vi voglio far vedere tre scatti presi stamane a mare. Tre scene sequenziali.
Stamattina è una bella giornata. Esco ogni mattina per andare sulla spiaggia con il cane, e uso spesso lo smartphone. Lo considero uno strumento essenziale almeno per un diario d’immagini da guardare poi con calma. Ho fotografato queste scene, tenendo conto della privacy dei soggetti, presi in lontananza e mai in volto scoperto.
Poi con calma ho rivisto le foto con attenzione. Ho visto il comportamento delle persone.
L’essere umano è un essere naturale. Fa parte del regno animale. Non è una pianta o un metallo. Si tratta di un essere vivente che nasce, cresce, vive, si realizza, invecchia e muore.
Si muore. Verità che non si può controbattere.
Ma c’è una altra verità.
Si vive anche. E l’essere umano in vita andrà sempre alla ricerca di un posto dove vivere, crescere, realizzarsi, e magari starsi fermo solo a stare a contatto con la natura. Lo fa da sempre. Una legge della natura e della vita.
Stamane ho avuto modo di vedere le persone sulla spiaggia. E il loro modo di vivere la spiaggia mi ha dato la risposta che cercavo, che ho sempre saputo, e che ciclicamente si ripete nelle catastrofi naturali.
C’è una cosa che un virus non può battere. Così come non lo potrà mai fare la politica, e nemmeno gli scienziati chiusuristi del Covid-19.
Il richiamo della natura.
L’essere umano seguirà la sua natura. Lo farà d’istinto in modo inevitabile. L’essere umano aspetta, ma non ha il dono per aspettare in eterno. Il bisogno di vivere prenderà il sopravvento. Non lo fermerà la medicina, non lo fermerà la politica, non lo fermerà la legge, non lo fermeranno le chiacchiere su Facebook. Piaccia o meno, l’esistenza riprenderà il suo cammino.
E quando l’esistenza riprende il suo cammino, sa che lo farà pur sapendo che ci sono morti e malati.
Non è una questione di puro egoismo.
Si tratta di un meccanismo naturale. Crudele forse, ma naturale.
Perché un nonno vorrà sempre passare un po’ di tempo con suo nipote, perché un bambino vorrà trovare uno spazio per correre, perché due persone che si amano magari rallentano ma alla fine vorranno stare insieme, perché dietro il sacrificio deve esserci una speranza… Ma se la speranza viene disattesa, allora il sacrificio verte su altro.
Stamane ho visto scene di vita.
Pura e semplice vita.
E sarà la vita a battere il virus.
La storia della natura ce lo insegna, anche se molti negheranno questo aspetto perché preferiscono continuare ad avere paura, desiderando che altri provino la stessa cosa. Peccato che poi i fatti non si presenteranno tali nel tempo che verrà.
Nel 2016, via mail, mi ègiunse questa lunga lettera. Ve la propongo perché l’autore ci teneva tantissimo a scrivermi, ma soprattutto a divulgare il suo pensiero. Dopo una lunga telefonata che lui ebbe con me per convincermi, mi convinsi a pubblicarla e a trasmetterla. Alla fine di questa lettera, troverete la mia risposta. E oggi la ripubblico volentieri.
Aurélien Facente è nato a Crotone, e per via del suo nome francese e del suo aspetto non propriamente fico (o figo) è stato vittima di bullismo. Con l’avvento dei social network, Aurélien ha dimostrato di essere una persona che esiste e che nel tempo si è costruito qualche capacità, come quella fotografica, che gli hanno permesso di affrontare al meglio le avversità: mentre gli altri parlavano male di lui, Aurélien in silenzio affinava e studiava. Poi un giorno è uscito fuori, e la gente ha cominciato a scoprire che è un buon fotografo, che sa scrivere, che prova a fare video, ma che soprattutto non è l’imbecille che molti suoi compaesani crotonesi sostenevano. Ho visto i suoi tanti contenuti, e nella Crotone che lui fotografa vedi che vuole trasmettere bellezza, ma soprattutto testimoniare le capacità di persone valide che vogliono fare la differenza in questo modo. Certo, Aurélien ha i suoi difetti, ma non li nega. Magari ti puoi scontrare con lui, lo puoi prendere come uno che non ascolta, come un testardo. Ma è la stessa persona che pretende il meglio dagli altri, che pretende di fotografare il meglio. Ho visto tante sue foto, tanti suoi attimi, tanta vita, e tanta cultura. Non è facile conoscerlo perché è tante cose. Aurélien è indubbiamente figlio delle sue sofferenze, ma continua a camminare cercando di dare il meglio di sé, anche sbagliando a volte ma sempre pronto per darti quella foto giusta che ti permette di essere te stesso. Si raccontano tante cose su di lui a Crotone, e molte sono sbagliate. Anche io sbagliavo a vederlo con la bocca degli altri. Un pomeriggio, andai a vedere otto foto esposte in un bar. Una serie di paesaggi con gabbiani e il mare della mia Crotone. Io amo Crotone, ma sono fuggito da questa realtà 20 anni fa. Anche io ero tra quelli che prendeva in giro Aurélien. In cuor mio, credevo che lui se ne fosse andato e che sarebbe stato uno di quelli che non sarebbe mai tornato. Eppure lui è rimasto, e con quelle foto invidiavo come un’anima tormentata e maltrattata riuscisse a farci vedere la bellezza. Andai a casa, e sul computer di mia moglie mi misi a cercare Aurélien, e a vedere le sue tante fotografie e a leggere anche qualcosa di suo. Lo contattai con il Facebook di mia moglie, e lui fu molto cortese, rispondendo alle mie domande e provocandomi anche. Mi colpì un suo pensiero: “La gente pensa che mi dia delle arie, che io sia un vanitoso. La mia arte parla abbastanza per me, e si sa che non mi limito solo alla forma. Cerco sempre di andare oltre, perché a me manca un pezzo di vita che altri hanno e che io non avrò mai. Ho il terribile difetto di essere sincero, di essere a volte duro con gli altri perché io voglio il contenuto e non la superficie. Sì, amico mio, ho sofferto tantissimo la mia condizione, ed è lì dentro che è nato un qualcosa che mi ha permesso di essere creativo. Se non ci fosse stato il social network, forse non sarei uscito dalla mia condizione. Io ho semplicemente colto l’occasione di proporre quelli che sono i miei contenuti e basta, e so bene che sono visti, e tanto pure. Non m’importa se sarò tacciato di essere chissà che cosa. Nessuno mi conosce intimamente parlando. Loro pensavano e credevano che io fossi un volgare passatempo, e di questo ne soffrii tanto. Ma ero giovane all’epoca, e soffrivo perché chiedevo egoisticamente solo un po’ di rispetto, di comprensione, di amore. Ma in me è scattato qualcosa. Ho odiato Crotone, ma non potevo odiare il luogo. Sono tornato, e un giorno ho ripreso la macchina fotografica. Ho iniziato e basta. E continuerò a fare quello che so fare. Qualcuno non mi sopporta? Beh, normale perché non si può essere simpatici a tutti.”
Un lungo messaggio che mi ha impressionato per la tranquillità espressa nelle parole. Mi sono pentito del mio passato da “bullo”, e anche se ero giovane all’epoca degli scherzi crudeli fatti ad Aurélien, ma non solo, io mi rammarico delle mie azioni. Purtroppo a Crotone il buono viene preso sempre in giro. Ti insegnano a essere duri, fighi, stronzi. Come se tutto questo fosse la qualità principale. Non si vive così. Perché è pur vero che la natura mi ha dotato di un corpo forte e robusto, ma per tutti non accade così. Infatti, mio figlio Luca non ha un corpo come il mio. È fragile. È un bimbo che soffre di diabete. E mi ha sorpreso scoprire che anche Aurélien ne soffre. Con mia moglie ne parliamo spesso perché è ovvio che vuoi proteggere tuo figlio, poi dentro di me mi auguro che mio figlio possa avere una porzione di dignità e di tenacia che hanno spinto Aurélien ad andare avanti tra alti e bassi.
Ti chiedo perdono, Aurélien, per le cose che ti ho fatto in passato. Non so se otterrò il tuo perdono, ma voglio chiederti scusa. Da quando sono padre (ma anche da quando sono marito) ho capito che bisogna apprezzare tanto quel poco che hai, e che è giusto difenderlo. Ma difendersi non vuol dire attaccare per controbattere. Difendersi vuol dire anche cercare una risposta. Avevi tutti i motivi per non rispondermi. Infatti, non siamo mai stati grandi amici e dubito che lo saremo. Ma ci tengo a chiederti scusa, e se ritieni opportuno pubblica la lettera. Perché io voglio testimoniare che dietro quella macchina fotografica c’è una persona con relativi pregi e relativi difetti che cerca di dare un contenuto, e che il più delle volte ci riesce perché non ha paura di sbagliare.
Ho imparato a conoscerti meglio sul web attraverso quello che scrivi e quello che fotografi. Ho visto alcuni tuoi video. Ho saputo delle tue ferite personali. Ho seguito le tue tappe. E alla fine mi rendo conto di quanto io sia stato cattivo con te.
Mio figlio è qualcosa di prezioso. L’ho accettato, e non nascondo che a volte soffro nel non poterlo vedere come altri bambini. Mio figlio mi ricorda te, Aurélien, perché tu quand’eri adolescente non entravi in pizzeria o in una pasticceria. Mi sembrava strano che un ragazzino non potesse mangiarsi la pizza perché soffriva di allergia al glutine. Vent’anni fa c’erano cose che non si sapevano, e noi le sottovalutavamo.
In questi mesi, abbiamo instaurato un dialogo costruttivo. Ti voglio dire grazie per i suggerimenti e per la pazienza che mi hai dimostrato. Non voglio che ti arrabbi perché ti ho voluto scrivere una lettera così lunga e appassionata, ma è che la vita è una sola e abbiamo poche occasioni per vederci e parlarci. Poi succede che magari ci stacchiamo, e magari non ci potrebbero essere altre occasioni. Perciò ho voluto scrivere e farti trasmettere il mio rispetto e la mia ammirazione.
Non servirà forse ad aggiustarti la vita, ma dirti che hai in mano un percorso valido mi allieta il cuore.
Mi hai insegnato a non aver paura di combattere per i propri sentimenti e per le proprie fragilità. Mi hai fatto capire che devo guardare oltre, perché questa è una delle regole che un genitore deve sempre applicarsi per essere un punto di riferimento per il proprio figlio.
Adesso, dopo aver scritto tutto questo, mi sento più sereno e posso guardare meglio mio figlio. Non so come crescerà e che cosa farà da grande. Non so che cosa mi riserva il futuro in questi tempi incerti. Ma una cosa è certa: cercherò di essere una persona migliore. Per questo insisto nel chiederti scusa.
Gianni
Che dire? La lettera mi ha commosso, ma francamente non meritavo tanto. Vuol dire che m’impegno a spedirti una mia foto di grande formato. La vita è piena di sorprese ed è sempre imprevedibile. Per quello che posso fare, caro Gianni, il perdonarti dalle tue malefatte è il minimo. Perché l’essere padre e marito ti ha reso più responsabile, e ha permesso di aprire il tuo cuore. Fai bene a combattere per i tuoi sentimenti. Non c’è nulla di ridicolo nel farlo, anche perché i sentimenti sono l’unica cosa vera su cui puoi contare se vuoi sentirti qualcuno.
La tua lettera arriva in un momento dove sto riflettendo sul confessare e denunciare una mia parte del passato, ma le tue parole tolgono ogni dubbio.
Mi chiamo Aurélien Facente. Sono nato, e tuttora vivo, a Crotone. In passato sono stato vittima di gravi episodi di bullismo, e l’arte è stata il mio primo rifugio per reggere psicologicamente al terribile gioco psicologico dei bulli. Mi ritengo fortunato perché ho avuto indubbiamente una valvola di sfogo, e purtroppo ci sono tanti ragazzi e tante ragazze che sono scomparsi e che magari potevano dare il meglio. Non tutti hanno la fortuna di decidere e di accettare il proprio destino.
Il mio non è stato un percorso facile, e ancora oggi vivo delle conseguenze. Ma cerco di correggerle. Non sempre mi riesce, ma non mi arrendo.
Oggi, però, sono contento di essere me stesso. Mi accetto per come sono, e non ho paura del domani. Scrivo, fotografo, filmo, mi pongo degli obiettivi. Combatto così la facile cattiveria, la facile diceria, il facile pregiudizio, l’invidia, la codardia. Perché il mio essere vivo prevale e vince contro queste avversità. Un discorso egoistico forse, ma sono convinto che se produco il mio lavoro riesco in qualche modo ad essere un esempio per chi, come me, è stato vittima del bullismo.
Se ne esce, ma il primo passo da fare è accettare se stessi in tutto e per tutto.
Mi chiamo Aurélien Facente. Sono stato vittima del bullismo.
Oggi voglio solo dire che accetto me stesso per chi sono e per come sono.
Nota dell’autore: per precisazione, la seguente lettera era stata già pubblicata, ma il contenuto tematico (bullismo) resta lo stesso. Buona lettura.
Ti chiamerò Roberto. Un nome generico. Non ti preoccupare. Non farò il tuo nome, né il tuo cognome, e cercherò di evitare allusioni al tuo aspetto fisico e alla tua vita privata. Però qualcuno capirà chi sei, caro Roberto, e magari te lo riferirà. Ti potrai arrabbiare quanto vuoi, ma se sono arrivato a scriverti una lettera pubblica, beh… ti prego… Non prenderla come un atto di guerra, ma nemmeno come un atto di pace. Ti voglio solo invitare a riflettere sulle tue azioni, sulle tue parole, sul tuo modo di atteggiarti con me.
Devo essere sincero. Sono settimane che ci penso, però è doveroso farlo, perché io quello che voglio, mio caro Roberto, è solo godermi un’esistenza tranquilla e basta.
In verità, caro Roberto, ho deciso di scriverti e di rendere pubblica questa mia lettera perché c’è una cosa che mi ha colpito di te.
Mi è stata mostrata una foto di te con tua nonna. Una foto tenerissima, a dire il vero. Mi ha fatto piacere che dietro la tua scorzetta da bullo si nasconda un essere umano, il che è già qualcosa di straordinario. Io sono felice che tu abbia la fortuna di goderti la tua amata nonna. Non tutti hanno la fortuna, vista la tua età anagrafica adulta, di godersela. Ed è bello che tu lo abbia testimoniato questo enorme affetto.
Ma vedi, caro Roberto, poi succede che m’immagino che magari un giorno tua nonna veda il tuo comportamento di te nei miei confronti… e allora mi domando che cosa proverebbe nel vederti mentre mi segui con la macchinina a gridare che io sono frocio, ricchione, coglione, cretino? Che cosa proverebbe nel vederti mentre punti il laser di un giocattolino comprato alla fiera contro la mia faccia? Secondo te, sarebbe orgogliosa di vedere il nipote a fare queste cose?
Vedi, caro Roberto, io credo proprio di no.
Magari non te lo dirà, ma il suo sguardo cambierebbe verso la delusione, e non credo che la voglia vedere delusa, anche perché è una donna che ha dimostrato nel tempo di essere molto forte e paziente, e sai che non merita questo.
Oddio, caro Roberto, mi rendo conto che questo discorso non potrebbe essere opportuno, perché magari alimenta il tuo elemento di rivalsa nei miei confronti, e rischio di peggiorare la situazione. Ma tu non sei un ragazzino. Sei un adulto, cazzo! E perciò mi appello alla tua parte umana, chiedendoti di smetterla di credere di passare il tempo sulla mia pelle, solo perché tu e qualche tuo amico vi annoiate…
Vedi, caro Roberto, non sei il primo bullo che conosco, e credo che non sarai nemmeno l’ultimo. Non rientri nemmeno nella classifica dei migliori “bulli” con cui ho avuto a che fare nei miei miseri 38 anni di vita. NdA: la lettera è stata scritta nel 2017.
Tu, come tutti i bulli, pensi che io sia una persona incapace di reagire, una persona da prendere in giro e offendere solo perché devi passare il tempo o addirittura per dimostrare la tua superiorità o per farti figo. Il discorso è sempre lo stesso alla fine dei conti. Tu, forse, non lo sai e nemmeno vorrai saperlo, ma io il bullismo lo conosco molto bene. L’ho subìto per anni a Crotone, a causa di mentalità ristrette e ottuse. Tu non conosci i danni che mi ha fatto quando lo subivo, e non ti racconto le conseguenze emotive e fisiche che mi sono trascinato per anni. Certo, diventi strano agli occhi degli altri, e allora poi un bullo trascina l’altro, come se tutti foste autorizzati a massacrare una persona che non sa perché è condannata.
Poi un giorno qualcosa cambia. Anche la vittima può reagire. E se lo fa con una certa intelligenza, magari ribalta i ruoli. Oppure un giorno ti accorgi che tu hai un problema che non riesci a risolvere, e la vittima delle tue brutte parole è la sola persona che potrebbe aiutarti. Sai come di solito finisce? Che non riceverai quell’aiuto, perché ogni volta che mi prendi di mira è un colpo che ferisce la mia fiducia.
Perché dovrei fidarmi di te? Perché dovrei aiutarti, soprattutto se mi vedi dall’alto del tuo piedistallo e mi definisci “frocio” solo perché ti va di passare il tempo? E nelle tue imprese dove vuoi giocare a essere il “the best” ti trascini tanti amici diversi… e c’è qualcuno che ti regge il gioco. Lo so perché lo vedo, e ascolto.
Tu pensi che non reagirò, ma intanto sto prendendo appunti… e poi arriverà quel giorno dove tu avrai bisogno… perché poi un giorno potrebbe capitare che la vittima del bullo possa essere un tuo nipote o forse tuo figlio… e allora che farai? Gli dirai di sfidare una banda di bulli a mani nude pur non avendo il fisico adatto per farlo? Perché quando questo bimbo nascerà, a te non importerà come sarà fisicamente perché sarà tuo figlio, sarà parte di te, della tua anima. Sarà quella gioia che ti darà forza nei momenti difficili della tua esistenza, e farai di tutto per dargli quelle possibilità che tu non hai mai avuto.
Roberto, io questi sentimenti li conosco bene e un giorno magari ti spiegherò perché li conosco bene.
Io non ti sfiderò nel dirti che sono migliore di te, caro Roberto.
Io ti sfido nel dimostrarmi che tu puoi essere migliore di quello che sei adesso, mascherato da un orgoglio stupido che ti rende mediocre ai miei occhi.
Roberto, non pretendo di essere capito. Pretendo di essere rispettato nello stesso modo in cui tu rispetti gli altri.
Io lo so perché mi hai scelto come vittima. Perché hai sentito parlare di questo Aurélien molto strano che non si sa bene quello che fa, e siccome è strano allora bisogna massacrarlo d’insulti.
Bene, Roberto, vuoi che ammetta le mie debolezze?
Devo vergognarmi del nome che mi ha dato mia mamma?
Devo vergognarmi perché non posso bere una birra Peroni in quanto celiaco?
Devo vergognarmi perché mi faccio quattro punture al giorno d’insulina causa diabete?
Devo vergognarmi di chi ho amato e di chi amo?
Devo vergognarmi perché scrivo queste cose, con la consapevolezza che le mie parole scritte serviranno a ben poco…
Sottovaluta, Roberto. Ne ho visti passare bulletti prima di te. Tutti poi a vergognarsi di quello che hanno detto. Dopo un po’ se ne stanno in silenzio, oppure mormorano a voce bassa. Perché poi arriva un momento dove la vita ti prende e ti porterà a fare la scelta che non vorresti fare o ad affrontare quello che non auguri nemmeno alla persona che ami di più.
E allora che fai, Roberto? Continui a fare il bulletto? Continui a voler passare il tempo insultando e sbeffeggiando il prossimo?
Io sono cresciuto in una città che amo e che odio. Amo i colori della mia terra, ma odio le persone che si comportano come te pronte a prendersele con il prossimo solo perché appaiono più deboli, o solo perché hanno fatto una scelta diversa dalla tua.
Io lo so perché mi sfidi certe volte, caro Roberto. E mica te lo dirò qui, caro Bob. Perché se lo dico poi ti dovrai guardare allo specchio e vederti per quello che sei adesso agli occhi miei.
Vedi, caro Roberto, tu e i tuoi compagnucci avete urlato che faccio schifo perché scrivo… Non la prendo come un’offesa perché voi riconoscete che io scrivo, e mi basta quello per urlare la mia misera vittoria, una vittoria della quale nemmeno m’interessa più di tanto.
Perché la mia vittoria, caro Roberto, è farti vedere che alla fine dei conti sono una persona capace di pensare e di risponderti, anche a tono visto che poi copi apertamente le mie battute, e questo mi fa capire che tu, dentro la tua parte più intima, in qualche modo provi ammirazione per me. E sai perché? Perché mi dai importanza? M’insulti, e sai che non ti ascolto… eppure ti prendi il lusso di far fare all’amichetto di turno il giro dell’isolato per dimostrare che cosa?
Che sono “gay”, “frocio”, “coglione” o altro? È questo il passatempo che insegnerai a un tuo eventuale figlio? È questo che vuoi far vedere alla tua splendida nonna?
Non fare agli altri quello che non vorresti che fosse fatto a te.
È una legge che vale sempre.
Roberto, vedi… Io ho imparato che cos’è toccare il fondo dell’abisso… Potrai picchiarmi, insultarmi, offendermi… ma niente di quello che potrai farmi mi farà male… perché sono cose già vissute, e già superate… Continuerò la mia strada come sempre, e fischietterò anche…
Io forse faccio schifo perché scrivo, ma tu fai più schifo di me ogni volta che ti mostri nella tua misera mediocrità, sapendo che puoi essere migliore quando vuoi.
Stamattina ho fatto un giro in città. Ho incontrato un amico, e abbiamo deciso di farci un giro in auto, tutti e due con la mascherina. Quindi rispettosi delle precauzioni contro il coronavirus.
Poi verso le 13, siamo arrivati alla discesa di Via Roma, Crotone. Traffico intenso. Il traffico che si ha in quella zona è tipico delle uscite da scuola. Sembrava di aver fatto un salto indietro nel tempo, di quando tutta questa follia preventiva non c’era.
Ho abitato nei pressi di una scuola per 25 anni. Per innumerevoli mattine ho visto bambini diventare adolescenti, genitori che vedevano crescere i loro bambini e lasciarli poi autonomi per andare a scuola. Ho visto vita giovane provare a diventare adulta. Ho visto anche adulti invecchiare. Ma lo sguardo dei bambini non te lo scordi, soprattutto quegli occhi pieni di quotidianità, fatta di sorrisi e talvolta di tristezza, ma con l’accettazione di voler diventare adulti.
Stamane, nonostante le mascherine, ho rivisto quei piccoli sguardi che alimentavano il loro spirito. Certo, il virus c’è. Ma non piegherà mai quello sguardo pieno di gioia e di prospettiva. I bambini cadono, ma si rialzano subito. Magari piangono, ma per loro la paura passa. Perché è così che crescono. Il bambino affronta un passo alla volta le sue paure, e tira avanti per la sua strada. Se poi c’è l’adulto ad accompagnarlo è meglio per tanti aspetti, ma i bambini non amano la paura. Piangono o urlano quando si fanno male, ma poi sempre pronti a rialzarsi. Quando accade, i genitori si tranquillizzano.
Molti genitori dovrebbero entrare in questo meccanismo e starli solo a guardare. Vedrebbero tante cose che servirebbero pure a loro. Senza nessuna ipocrisia.
Perché stamane, pur non essendo genitore, ero felice come i bambini stessi. Perché assaggiavo la libertà, mi mettevo alla prova, ero contento di saltellare come potevo. Perché i bambini non rinunciano mai a vivere, nonostante l’adulto provi paura. Una comprensibile paura, ma che un bambino non proverà mai. Perché il bambino ci tiene a voler essere forte, ed è pronto a far buon viso a cattivo gioco.
Molti adulti hanno dimenticato lo spirito dell’infanzia. Si tengono ancorati alla realtà mettendosi delle catene addosso, e si lasceranno mangiare dall’incertezza. Perché questa incertezza si nutre dello spirito umano come un cancro, e se ci si dimentica di essere stati bambini allora essa prende il sopravvento.
I bambini seguono sempre l’esempio che gli mostra il coraggio. Fateci caso. L’empatia dell’infanzia è molto particolare. Quando ero bambino, sceglievo la compagnia dell’adulto che mi dava sicurezza, ma anche allegria. Sceglievo l’adulto che provava a rispondere ai miei perché. E tra mamma e papà, ho anche il ricordo di maestri e professori che non solo mi hanno insegnato la materia, ma anche l’approccio alla vita stessa. Tra questi ci sono anche soggetti che non ho ascoltato, ma perché non erano chiaramente esempi di vita. Ma quando sei infante, tu cerchi inconsapevolmente l’esempio di vita e non l’esempio dell’insegnamento, che viene dopo perché i bambini hanno bisogno di tappe per crescere.
Il sorriso salutare dell’infanzia regala un attimo di speranza per il futuro, anche quando ci sono incidenti di percorso.
I bambini sono tornati a casa, accompagnati dai loro genitori abbastanza increduli e spaesati, ma pronti per riportarli nella propria dimora.
Poi è sopraggiunto il silenzio. Quel silenzio che addormenta la vita, ma non la uccide.
Non c’è niente da fare. Il sorriso di un bambino spegnerà sempre l’ipocrisia del mondo adulto.