IL MONDO DELLA SINISTRA ITALIANA OGGI, TRA CENSURE, SOLDI E ISTERISMI ANTIFASCISTI.

Monologhi censurati che poi vengono letti in altre piattaforme è il controsenso di questo periodo storico. Tanto che spuntano come funghi tanti censurati e per i motivi più disparati. Tutto avviene in un periodo storico dalle mille contraddizioni, a cominciare dal fatto che ormai l’elettorato non ne vuole sapere più di una certa propaganda politica che non si capisce dove voglia andare a parare, quando il problema principale è chiaramente l’economia della vecchia classe media (quella che stava a sinistra una volta idealmente),

La vecchia classe media tra astensioni varie e voto di protesta abiura la sinistra di oggi, che nelle sue tante incarnazioni preferisce la telenovela nei tanti e troppi talk show piuttosto che parlare con la sua gente a tu per tu.

E allora un disaccordo su base economica viene tradotto in censura. Un testo passabile (la storia di Matteotti, da ricordare sempre, nell’ennesima salsa), finti partigiani che si credono essere i grandi eroi di oggi ma che con la donna che vende la frutta la mattina non ci parlano.

Mentre tentano il rigurgito sulla cancellazione di un programma che molto probabilmente non avrebbe fatto gli ascolti (in tv conta la cassetta, soprattutto in tempi di magra), dimenticandosi volutamente che la lottizzazione della Rai odierna è frutto di una legge del fulminante governo Renzi a propensione PD , giusto per ricordarlo.

Quelli del governo di adesso fanno semplicemente quello che i loro predecessori hanno fatto prima di loro, ovvero non si preoccupano della qualità del programma in sé, ma decidono cosa è meglio trasmettere, prendendo di fatto i posti di autori e produttori che non sono più di razza, ma di etichettatura.

Oggi lo scrittore, vuoi o non vuoi, è una creatura mediatica, ma ha pochi lettori di fatto. Rispetto alla maggioranza di pubblico che non legge, forse perché non ha i venti euro per pagarsi il libro ben curato dallo Scurati di turno, il quale si eleva a vittima sacrificale e perseguitata, quando è riuscito nella magica impresa a entrare a far parte della letteratura popolare delle poche lirette, trasmettendo gratis il suo testo, delle quali qualche agenzia aveva interesse a vendere nonostante la banalità demagogica.

Una commedia del controsenso intrisa di farsa e di frustrazione personale di chi crede di avere ragione, salvo poi scontrarsi con una realtà di isterici da una parte e di menefreghisti dall’altra.

E poi su Facebook ci stanno gli utenti, quelli di sinistra che giocano a fare gli antifascisti. Ce ne sono parecchi. Li riconosci perché come pappagalli ripetono la stessa cosa, trascurando il lato commerciale della questione.

Mi hanno accusato di essere fan di Pino Insegno, che tra l’altro è un ottimo doppiatore per chi non lo sapesse, e di non girare le biblioteche. Beh, io mi servo spesso alla Mondadori della mia città. I libri li sfoglio. Ho letto Sartre, Camus, Fenoglio, Silone, Guareschi, e altri che non cito. L’ultimo libro efficace contro il pensiero nazista l’ho letto pochi mesi fa,. La Maschera di Marmo, scritto da Jean-CHristophe Grangé, uno dei giallisti più audaci che conosca. Ecco, quello è un libro che nel suo intrigo fa riflettere sul periodo storico dove è ambientato. Ma poco importa se in Italia non ha venduto, e poco importa se è passato inosservato.

Però il popolo di Facebook riesce a giudicarti attraverso l’icona del tuo avatar e ti giudica quando metti in risalto la contraddizione.

Il fantasma che loro decantano tanto in realtà non può tornare perché c’è un elettorato che vota ben altro, se vota, ed è un elettorato molto liquido, dalle mille contraddizioni. Cercano rappresentanti calati nel presente perché sanno che di nostalgia non ci si nutre proprio, e quando la fame prende il sopravvento col cavolo che vanno a pensare alle grandi imprese di quasi un secolo prima, anche perchè quelli che si spacciano per nuovi partigiani sono spesso demagoghi che non sanno accendere un fuoco in alta montagna.

Di fatto, il ritratto che ne sussegue è impietoso, volutamente votato verso il trash. S’inventano espressione mitologiche, e poi perdono miserevolmente le elezioni senza aver fatto i conti con l’oste. Allora vanno alla ricerca perenne del nemico da mostrare in prima pagina, quando il vero nemico è dentro di loro. Un nemico che si chiama presunzione (e non sta solo a Sinistra), della quale ci siamo nutriti fin troppo negli ultimi anni.

Loro invincibili ed eterni e migliori degli altri, Certo, a raccontare favolette che non hanno nulla di pragmatico, aggettivo questo che andrebbe accompagnato all’azione politica in sè.

I periodi storici iniziano e finiscono. Non durano in eterno, Passano attraverso anche anni di sofferenze.

Per me, che sia destra o sinistra, il politico più pericoloso è quello che crede di conoscere senza sporcarsi mai le mani come fa il contadino quando coglie i pomodori. Perché il politico che crede di conoscere il futuro è il primo degli idioti. Sempre. Magari poi si ravvede, ma lo fa quando l’elettorato sparisce.

A Crotone c”è un vecchio detto: “A gatta si frica nà vota sula (lsi inganna la gatta una volta sola)”.

Ecco, la gatta è l’elettorato.

E se non siete pratici di gatti, potete stare giorni a cercare di accarezzarli. Ma si sa che i gatti graffiano e fanno male.

Intanto, il dato di fatto è che il campo largo sa molto di masturbazione mentale, giusto per citare Giulio Cesare Giacobbe che su tale argomento psicologico ci ha scritto un saggio utile e divertente che oggi si trova in edizione economica tra l’altro.

Glielo regalerei personalmente al signor Scurati giusto per farsi un sorriso. Ma poi si offenderebbe quasi di sicuro.

Purtroppo è un dato di fatto che oggi quello che propone la multi task force della sinistra italiana è un mondo paralleto senza capo nè coda. Se dovessimo definirlo in maniera colta ed educata lo chiameremo film mentale, ma nella sostanza resta sempre una masturbazione mentale.

E la gente comune non voterà mai in queste condizioni.

Aurelien Facente, 23 aprile 2024

Ritratto di Gigino ovvero l’impotenza al potere giustificata dalla menzogna

Giggino Di Maio. Un uomo comune che è riuscito a essere scaltro nella sua roccaforte politica. Questo va detto. Ma non è stato sincero. Forse all’inizio, ma dal primo incarico di ministro qualcosa è cambiato.

Giggino Di Maio è l’essenza del potere che corrompe il brav’uomo. Tutti quelli che si autodefiniscono rivoluzionari prima o poi cadono nella corruzione del potere. Perché per cambiare le cose ci vuole volontà, intelligenza, anche un certo credo religioso. E soprattutto devi avere contenuti. Perché se non hai quelli, sei demagogo. E i demagoghi al potere non si prendono nessuna responsabilità, se non la volontà ferrea di non cambiare il beneficio del proprio portafogli.

Giggino si è rivelato, cadendo nella trappola costruita dallo stesso Movimento che lo ha reso politico prima e politicante dopo. Non offenderti, Giggino. Per me non sei un buon ministro degli esteri. Non hai la cultura e soprattutto non hai la testa adatta per farlo.

Giggino abbandona il Movimento. Già, perché ormai il Movimento affonda come il Titanic e ovviamente prende la migliore scialuppa per salvaguarsi le chiappe, ma non l’onore. Quella è un’altra cosa. Giggino ha l’onore corrotto dal potere, e ha preferito salvaguardarsi le chiappe.

Un anno di tempo, caro Giggino. Poi anche tu dovrai andare a raccattare voti per ritornare al dolce scranno del Parlamento. Sempre che la tua generazione politica non decida di mandare a puttane la Costituzione Italiana, e a quel punto si completa la verità della corruzione in nome della bugia del potere.

Già, caro Giggino. Lo so di essere duro con queste parole. Ma è una lettera aperta di chi ha osservato la crescita del Movimento. Pensa, l’ho pure votato perché credevo che ci fosse un reale bisogno di scuotere un bel po’ di politica italiana. Era necessario scuoterla perché il periodo lo richiedeva.

E alla fine?

A pochi mesi del compiere il fatto rivoluzionario, ovvero mettersi da parte dopo il secondo mandato, il potere che corrompe ti ha posseduto e con un discorso imbarazzante hai rivelato la tua reale natura.

I governi (sei al terzo) di cui hai fatto parte hanno gravi responsabilità storiche, e non mi va di elencarle tutte. Tanto sarà il popolo a giudicarti quando ci saranno le elezioni, ma di sicuro compi la più stupida delle mosse nel momento in cui la stessa politica dovrebbe preoccuparsi di ricucire il rapporto con la gente, perché se governi un Paese dove la metà della gente non ti considera nemmeno allora l’autorevolezza della politica perde. E si continua a raccontare la menzogna. Cosa che ovviamente hai ben fatto in tutti questi anni.

Certo, c’erano le regole della politica. Ma di quale politica, Giggino? La tua? Quella che offre la rivoluzione e poi la fa diventare l’ennesima illusione. Hai scelto tu, caro Giggino, di farti sedurre dal potere. Non è stata la gente a chiedertelo.

Peppino Conte se ne farà una ragione. Ma lui almeno in questi mesi un giro per l’Italia se lo sta facendo, cercando di promuovere una rivoluzione che è diventata un’illusione.

Ma era inevitabile che finisse così. Perché è il destino dei demagoghi al potere. Sguazzano come sanguisughe sulle spalle dei cittadini e amano restarci. Ma quando si tratta di cambiare, mostrano tutta la debolezza della loro corruzione.

Non parlo di corruzione in danaro, caro Giggino. Ma della corruzione che è dentro la tua anima adesso. Hai fatto una scelta rischiosa e azzardata. Ti sei dato troppa importanza. E quell’uno che valeva uno è diventato io esisto sopra di voi.

Che illusione! Eppure quasi ci credevo in un meridionale che potesse cambiare qualcosina. Sottolineo il quasi. Perché i “rivoluzionari” li conosco in Italia. Pronti a raccontare di tutto e di più, salvo poi gettare la maschera quando il gioco gli torna contro. Avrai anche ridotto i parlamentari, ma sei diventato il più obsoleto dei parlamentari. Alla fine ti sei rivelato per quello che sei. Libero di farlo, ma a discapito della tua credibilità elettorale.

Capisco l’ambizione e forse anche la passione per la politica. Ma la tua non è più politica. Si chiama opportunismo. E si tratta della peggiore malattia degli ultimi anni in politica. Quello stesso opportunismo che tu denunciasti e condannasti. Alla fine, hai parlato talmente male di loro che sei come loro.

Avevi un’altra chance, caro Giggino. Una chance azzardata, ma che ti avrebbe reso protagonista di una storia ancora migliore. Le tue dimissioni da ministro e da parlamentare. Un atto forte che avrebbe spaccato il Movimento comunque, ma che ti avrebbe dato quella credibilità che cercano i cittadini. Una scommessa azzardata dunque. Ma coraggiosa e non vile.

Ti ho seguito, Giggino, in tutto questo tempo pensando che un meridionale mi avrebbe reso orgoglioso di essere tale. Invece hai gettato la maschera mostrando quella che è una triste verità: quella di essere un bluff.

Buon proseguimento, Giggino. Prima o dopo anche tu farai i conti con la realtà, quella vera però. Quella di cui anche tu un tempo facevi parte. E non credo che sarà tenera con te. Il destino dei falsi rivoluzionari non è mai tenero. Staremo a vedere, ma di sicuro il tuo gesto contribuirà ancora di più al grande astensionismo che macchierà di disonore la storia della Repubblica Italiana.

Aurélien Facente, 22 giugno 2022

Alla fine saranno i bambini a dare la migliore soluzione…

Stamattina ho fatto un giro in città. Ho incontrato un amico, e abbiamo deciso di farci un giro in auto, tutti e due con la mascherina. Quindi rispettosi delle precauzioni contro il coronavirus.

Poi verso le 13, siamo arrivati alla discesa di Via Roma, Crotone. Traffico intenso. Il traffico che si ha in quella zona è tipico delle uscite da scuola. Sembrava di aver fatto un salto indietro nel tempo, di quando tutta questa follia preventiva non c’era.

Ho abitato nei pressi di una scuola per 25 anni. Per innumerevoli mattine ho visto bambini diventare adolescenti, genitori che vedevano crescere i loro bambini e lasciarli poi autonomi per andare a scuola. Ho visto vita giovane provare a diventare adulta. Ho visto anche adulti invecchiare. Ma lo sguardo dei bambini non te lo scordi, soprattutto quegli occhi pieni di quotidianità, fatta di sorrisi e talvolta di tristezza, ma con l’accettazione di voler diventare adulti.

Stamane, nonostante le mascherine, ho rivisto quei piccoli sguardi che alimentavano il loro spirito. Certo, il virus c’è. Ma non piegherà mai quello sguardo pieno di gioia e di prospettiva. I bambini cadono, ma si rialzano subito. Magari piangono, ma per loro la paura passa. Perché è così che crescono. Il bambino affronta un passo alla volta le sue paure, e tira avanti per la sua strada. Se poi c’è l’adulto ad accompagnarlo è meglio per tanti aspetti, ma i bambini non amano la paura. Piangono o urlano quando si fanno male, ma poi sempre pronti a rialzarsi. Quando accade, i genitori si tranquillizzano.

Molti genitori dovrebbero entrare in questo meccanismo e starli solo a guardare. Vedrebbero tante cose che servirebbero pure a loro. Senza nessuna ipocrisia.

Perché stamane, pur non essendo genitore, ero felice come i bambini stessi. Perché assaggiavo la libertà, mi mettevo alla prova, ero contento di saltellare come potevo. Perché i bambini non rinunciano mai a vivere, nonostante l’adulto provi paura. Una comprensibile paura, ma che un bambino non proverà mai. Perché il bambino ci tiene a voler essere forte, ed è pronto a far buon viso a cattivo gioco.

Molti adulti hanno dimenticato lo spirito dell’infanzia. Si tengono ancorati alla realtà mettendosi delle catene addosso, e si lasceranno mangiare dall’incertezza. Perché questa incertezza si nutre dello spirito umano come un cancro, e se ci si dimentica di essere stati bambini allora essa prende il sopravvento.

I bambini seguono sempre l’esempio che gli mostra il coraggio. Fateci caso. L’empatia dell’infanzia è molto particolare. Quando ero bambino, sceglievo la compagnia dell’adulto che mi dava sicurezza, ma anche allegria. Sceglievo l’adulto che provava a rispondere ai miei perché. E tra mamma e papà, ho anche il ricordo di maestri e professori che non solo mi hanno insegnato la materia, ma anche l’approccio alla vita stessa. Tra questi ci sono anche soggetti che non ho ascoltato, ma perché non erano chiaramente esempi di vita. Ma quando sei infante, tu cerchi inconsapevolmente l’esempio di vita e non l’esempio dell’insegnamento, che viene dopo perché i bambini hanno bisogno di tappe per crescere.

Il sorriso salutare dell’infanzia regala un attimo di speranza per il futuro, anche quando ci sono incidenti di percorso.

I bambini sono tornati a casa, accompagnati dai loro genitori abbastanza increduli e spaesati, ma pronti per riportarli nella propria dimora.

Poi è sopraggiunto il silenzio. Quel silenzio che addormenta la vita, ma non la uccide.

Non c’è niente da fare. Il sorriso di un bambino spegnerà sempre l’ipocrisia del mondo adulto.

Aurélien Facente, 11 gennaio 2020

Cari genitori, bisogna ammettere ai vostri figli che avete una paura matta, altrimenti non ve la perdonano

Crotone, gennaio 2021. Per fortuna non ci si può lamentare dell’inverno. La natura ci sta regalando qualche giornata piena di sole, e forse è questo che rende triste il crotonese medio. Non può passeggiare come prima, e deve stare attento. C’è il coronavirus in giro.

   Ora detta così, sembra che voglia mancare di rispetto a chi il coronavirus lo ha avuto o a chi lo ha vissuto pagandone il prezzo. Purtroppo avviene anche per altri mali, e mi stupisce il comportamento isterico dei crotonesi che hanno vissuto la strage dei tumori.

   Una delle cose più insopportabili è la litania della scuola, e qua il governo c’entra assai.

   È stato ragionevolissimo chiudere nella prima fase le scuole. Avevi a che fare con il coronavirus la prima volta e non sapevi come gestire la cosa. Il problema è che i genitori, già abbastanza preoccupati del loro destino incerto, sono stati alimentati da una comunicazione, anche governativa, fatta solo di incertezza che ha anche coinvolto gli addetti ai lavori, non offrendo garanzie e tranquillità.

   E voi pensate che siano stati i genitori a pagare tutto lo scotto?

   No, sono stati i bambini e i ragazzi ovviamente.

   Con un prezzo fatto di egoismo puro e crudo pur di nascondere la fifa.

   Sia chiaro. Non vado contro la patria potestà genitoriale, ma mi piacerebbe ascoltare le opinioni dei bambini e dei ragazzi. In fondo si tratta della loro possibilità di costruirsi un futuro, eppure cadono vittima di un sistema che ha soltanto prodotto isterismi ed incertezze.

   Qualcuno mi direbbe: “Tu non sei un genitore e non sai che cosa significa.”

   Io rispondo: “So però che cosa vuol dire essere figlio e so che cosa vuol dire quando un genitore usa il bavaglio della paura pur di sentirsi dire che ha ragione, pur sbagliando clamorosamente.”

   Crotone, ma non solo, ha offerto il peggio sulla tematica scuola, proprio cominciando dai genitori.

   Il governo, nell’incertezza, ha dato delle concessioni, pur promuovendo la didattica a distanza, detta DAD (il che mi preoccupa perché la sigla è l’appellativo di papà in inglese, dad appunto). Ma la DAD ha bisogno almeno dell’acquisto di un buon PC. Certo, c’è lo smartphone, ma i ragazzi mica si possono rovinare la vista per stare dietro a lezioni che non sono lezioni. Meglio leggere direttamente qualche buon libro o visionare documentari. Più efficaci, se permettete.

   Ma ovviamente non sono io a decidere.

   Credo fermamente che la scuola e i genitori abbiano perso, almeno parlo per Crotone, la voglia di parlarsi, quindi di avere un’occasione per dibattere sul futuro. Perché dopo sessanta giorni di lockdown si poteva tranquillamente giungere ad una prima conclusione sull’efficacia della didattica a distanza, o almeno provare nuove strade lecite. Basta usare l’ingegno, che fa parte dell’intelligenza o del buonsenso.

  E invece la litania dell’esistenza del virus e basta, senza neanche domandarsi se i propri figli avessero qualche domanda da fare, poiché si tratta di un dibattito che riguarda il loro futuro. Ma no. Meglio crepare di paura e continuare a distruggere, piuttosto che provare ad avviare una discussione fatta di idee (ma si sa che è meglio andare dove porta l’istinto, piuttosto che provare a usare l’intelletto).

   Una brutta pagina di egoismo.

   Fermo restando che sono per la decisione libera del genitore per quanto riguarda la gestione e l’educazione del proprio pargolo, delle quali però se ne deve assumere anche la responsabilità.

   Sono fioccate ordinanze regionali e comunali, seguite a loro volta da ricorsi presso la giustizia. Genitori che hanno espresso legalmente il loro dubbio e ognuno adducendo una propria motivazione legittima. E così accadde il massacro mediatico su Facebook, una delle pagine più vergognose della vita cittadina crotonese.

   Invece di provare a comprendere (almeno per iniziare un dibattito), meglio massacrare e insultare genitori che volevano alquanto capire (oltre al fatto che ognuno presenta una problematica diversa, e almeno in quella andavano quantomeno rispettati).

   Ora il governo italiano ha deciso di riaprire le scuole, usando un misto tra presenza e didattica a distanza. La scuola deve riaprire perché bisogna dare prima di tutto un segnale di coraggio e di ripartenza, e poi sia i bambini sia i ragazzi sapranno dare la migliore risposta in ogni caso, quella risposta che il mondo adulto non ha saputo e nemmeno provato a dar loro.

   Io sono stato bambino e ragazzo, e in più sono stato figlio di insegnanti. Ma conosco anche il mondo dei malati per questioni strettamente personali. Sono stato abituato a rispettare la malattia, ma non a farmi soggiogare dalla paura. La malattia può anche essere un ottimo motivo di discussione sul futuro, mentre nel presente lasciamo che gli addetti ai lavori trovino una soluzione terapeutica.

   Provare a non avere paura è la migliore risposta che si possa dare al mondo medico, oltre ovviamente al rispetto delle precauzioni fin dove è possibile.

   Tanto poi la storia umana prima o poi prenderà la sua risposta migliore. Che lo faccia socialmente o a livello medico poco importa. L’essere umano è stato capace di convivere anche con peggio.

   Però vorrei chiedere qualcosa ai genitori, che più o meno fanno parte della mia generazione (ho 42 anni). Ma al di là delle vostre legittime preoccupazioni, non temete il giudizio che avranno i vostri figli vedendovi così fragili e incerti (oltre che un poco fifoni)? Sapete perché vi faccio questa domanda? Perché credo nell’opportunità del dialogo. Ed è in momenti come questi che la famiglia e la scuola dovrebbero parlarsi, piuttosto che dare peso alle paure. Perciò fate un bel respiro, abbattete la vostra paura egoistica, e iniziate adesso a parlare. Altrimenti sarete voi che avrete bisogno di tornare a scuola, magari in compagnia dei vostri figli più piccoli.

   La vita, dopotutto, è fatta per essere vissuta. E non esiste solo il virus, dannazione!

Aurelien Facente, gennaio 2021

Gli americani scelgono sempre il loro destino, anche quando non piace

E così il buon Joe Biden ce l’ha fatta. Diventa il Presidente numero 46 degli Stati Uniti, succedendo a quel cattivo di Donald Trump, sconfitto e capriccioso.

   Facciamo gli auguri al grande Joe. Ha vinto. Ha convinto. Giusto che diventi il Presidente.

   Curioso però che in Italia ci sia tanta tifoseria accanita. Non mi sembra che gli italiani, in particolar modo giornalisti e politici, avessero la possibilità di votare per Biden negli Stati Uniti.

   Certo, il cattivo Trump se n’è andato.

   Ma non canterei vittoria prima del tempo. Non me ne voglia il grande Joe.

   Gli Stati Uniti d’America sono un enorme Stato. Non hanno bisogno dei complimenti dell’Italia figa e politica. A livello di voto sono sempre stati autonomi, e sempre lo saranno. Sarà, semmai, il tempo a decidere della bontà di questo nuovo Presidente, e sarà sempre il tempo a decidere se Trump è il vero cattivo.

   E saranno sempre gli americani, in genere, a essere premiati o a pagare per il loro destino.

   Biden ha vinto. Giusto che governi. Ma nessuna esultazione o festeggiamento. Tutto è ancora da scrivere. Quello che si scrive adesso equivale a una masturbazione mentale pazzesca. E ipocrita, bisogna aggiungere.

   Perché gli Stati Uniti d’America sono una grandissima nazione che per capirla bene bisogna viverla al di dentro, cercando di carpirne lo spirito d’appartenenza almeno.

   Lì non ci sono centinaia di partiti come in Italia. Lì ci sono due grossi partiti nazionali, e non si considerano né di destra né di sinistra. Repubblicani non vuol dire fascisti, come Democratici non vuol dire essere di sinistra. È solo una misera credenza della stampa italiana targata sinistra, che vuol farci convincere che un Presidente sia meglio dell’altro.

   Oggettivamente su che base poi?

   Gli Stati Uniti sono un grande Paese perché lo dimostrano in tanti campi. Sul piano politico si può discuterne, ma sul piano della ricerca dell’eccellenza no. Soprattutto quella tecnologica, visto che hanno sempre lavorato per il meglio.

   Certo, è un paese contraddittorio, ma è un enorme paese vasto. L’Italia è una regione a confronto, e non può nemmeno permettersi di fare la morale o di suggerire cosa l’americano medio dovrebbe votare. Non ne ha la capacità semmai.

   Biden ha vinto sul suo avversario perché ha convinto gli elettori. Non ci sono altre spiegazioni. Certo, si potrebbe parlare di lobby e quanto altro ancora. Ma toccava sempre a Biden dimostrare di poter essere affidabile.

   Il Presidente degli Stati Uniti è visto come un sicuro investimento per la tenuta della Nazione. La mentalità dell’americano in genere è quello di essere eccelso nel proprio campo. Perciò tendenzialmente non perdona il fallimento. Il lavoro va di pari passo con il merito.

   Certo, c’è anche l’altra faccia della medaglia. La parte negativa degli Stati Uniti. Ogni Paese ha un lato positivo e uno negativo. Non c’è mica da fare una morale su questo.

   Però Biden ha vinto sul cattivo Trump.

   Fra quattro anni si rischia di raccontare una storia totalmente diversa.

   In fondo stiamo sempre parlando della Grande America.

   Intanto, tanti auguri, caro Joe.

   Dio benedica l’America.

Aurélien Facente, novembre 2020

L’ultimo arrivederci di Jole Santelli e la mancata occasione di chi si professerebbe essere migliore…

Giuro che ho pensato tanto a quest’articolo prima di scriverlo. Ieri (15 ottobre 2020) la giornata è iniziata con una notizia che ha sconvolto il mondo calabrese e italiano, ovvero la prematura scomparsa della Governatrice della Calabria Jole Santelli.

   Avevo dato un “nomignolo” simpatico. La magica Jole. Nulla di così offensivo, ma forse quella sua voglia di sorridere all’avversario mi aveva colpito.

   Premetto che non ho mai conosciuto la signora, se non per via d’informazione. Sapevo che era un’accanita fedele di Silvio Berlusconi, e che come parlamentare vantava di un curriculum di tutto rispetto. Aveva anche i suoi difetti, ma era una delle poche che poteva vantarsi di non aver mai cambiato casacca. Cosa molto rara nella politica opportunista di oggi. Anzi, andrebbe molto rivalutata.

   Sapevo che per un periodo si era cimentata nel ruolo di vicesindaco di Cosenza.

   E poi la possibilità di vederla in prima linea con la sua prima elezione diretta come Presidente della Regione, e allora ho avuto modo di conoscerla in maniera politica attraverso le apparizioni tv dovute.

   Mi colpì la sua facilità di non cercare per forza lo scontro, ma di voler risolvere in qualche modo il tutto con un sorriso. Nel primo round televisivo con gli altri tre candidati alla presidenza della Regione Calabria, la magica Jole riuscì a sorprendermi quando invitò gli altri candidati ad un’amichevole cena per parlare della Calabria, al di là di come sarebbero andate le elezioni.

   Elezioni che vinse la magica Jole, ma con un risultato anomalo, poiché più della metà degli elettori non si recò alle urne.

   Jole entrò così ad amministrare un ente regionale che era percepito come qualcosa di lontano, accompagnata da una ciurma di liste e consiglieri che proprio non piacevano alla gente.

   Ci si mise pure il Coronavirus di mezzo, e così Jole entra nel suo ruolo facendosi conoscere come la Governatrice che emana le ordinanze.

   Ma in televisione usa spesso la seguente espressione: “Popolo Calabrese.”

   Premetto che sono lontano dalle politiche di Forza Italia, ma ho prestato attenzione alla breve amministrazione della Governatrice Santelli.

   Otto mesi sono pochi per essere giudicati politicamente parlando, ma otto mesi sono sufficienti per capire che forse Jole, al di là dello schieramento, era la Presidente di cui la Calabria aveva bisogno come momento storico.

   Una Presidente Donna in una Regione difficile. Una Donna che non ha mai fatto mistero di vivere un momento difficile perché afflitta da un male che sapeva di pistola puntata alla tempia. Una Donna che in campagna elettorale non aveva mai parlato male di nessuno, ma che era stata anche la prima a dare gli auguri sportivamente a chi magari era avversario. Una Donna che non negava il sorriso a nessuno, proprio perché lei stessa, in quanto convivente con un male, sapeva che il sorriso era una medicina potente.

   Mi colpirono molto le sue parole, quando ammise di convivere con un male: “Quando una persona subisce un attacco così violento alla propria vita, quando il dolore fisico si fa radicale e incomprimibile, allora quella persona ha due strade: deprimersi e farsi portare via dalla corrente, scegliere che il destino scelga per lei. Oppure attivarsi, concentrarsi e soprattutto ribellarsi. Io sono una persona danneggiata dalla malattia. Quel verbo e quella parola sono gli esiti della lettura del libro di Josephine Hurt (Il danno, appunto) che mi è stato di grande aiuto. Mi hanno obbligata a inquadrare l’esatta misura del dolore e di testare la capacità di replicare alla sofferenza, addirittura di resistervi e infine di dominarla.” (La seguente è tratta da un articolo del Fatto Quotidiano)

   Avendo avuto in passato perso una persona cara per un simil male, il rispetto per questa Signora divenne primario.

   La criticavano perché ballava la tarantella con i sostenitori del centrodestra, la criticavano perché aveva problemi a parlare, la criticavano perché non si vergognava di essere Calabrese, la criticavano perché forse era più propensa a dare un sorriso piuttosto che a far pesare il dramma.

   Jole era un’anomalia positiva della politica calabrese e nazionale. Una di quelle anomalie che servono però alla Storia di un Luogo. Perciò, quando ho saputo del suo ultimo arrivederci silenzioso, non nascondo di aver acceso una candela per lei.

   Ho letto le notizie scritte e ho letto le impressioni di tale evento. La maggior parte erano pensieri positivi, che ne riconoscevano in qualche modo la volontà di far valere la sua calabresità. Anche gli avversari, sportivamente, l’hanno salutata con affetto.

   Poi ci son stati gli sciacalli, quelli che non sono mai contenti. Ho letto parole di odio e parole di bulli, tutti con il dito puntato contro. Facile farlo quando l’avversario odiato non può nemmeno rispondere all’attacco moralista dello sciacallo.

   Avrei preferito di gran lunga il silenzio, e aspettare il cosiddetto processo storico. Ma certa gente, proprio perché non conosce il valore del sorriso, si prende il lusso, con la becera scusa del libero pensiero, di gettare merda e fango, come se tutto quello che è negativo in Calabria fosse proprio figlio della politica proposta dalla Santelli.

   E poi ci sono quelli che usano lo stereotipo del fascismo. Quelli avrebbero dovuto mettersi un bavaglio alla bocca, giusto per qualche giorno. Il tempo di celebrare i funerali e di permettere almeno ai famigliari e agli amici più intimi di raccogliersi nel dolore.

   Quelli sono stati i peggiori, perché nella scrittura del loro pensiero facebookkiano hanno dimostrato di essere proprio peggio dei nemici che dicono di combattere.

   Un silenzio che sarebbe valso quanto il valore di un libero pensiero. Ma si sa che certe bocche e certe mani non sanno aspettare l’onda giusta del tempo, e perciò ne vengono travolti. È pur vero che la morte si nutre di verità, ma la delicatezza appartiene a chi la Democrazia l’ama.

   Ma in quest’epoca nefasta e avversa, molto probabilmente la Jole Santelli avrebbe risposto con un sorriso, spiazzando così i cattivi.

   Riposa in Pace, Presidente Santelli. Non avrai conquistato i tuoi avversari politici, ma adesso sei nel cuore di chi riesce a vedere nel sorriso un percorso di semplice prospettiva.

  E così chiudo la mia scrittura chiedendomi se mai avrò la fortuna di poter conoscere un’altra persona politica che fa del sorriso un’opportunità di positività.

Aurélien Facente, 16 ottobre 2020

Le avventure del professor Vincenzo perseguitato dalle teorie strampalate di Fantapall

Il mio Whatsapp ogni tanto salta. Alcuni mi inviano articoli che sembrano più delle barzellette che pezzi inerenti l’attualità. Una della testate più condivise in città è Fantapol, che io definisco affettuosamente Fantapall.

   Sì, perché a raccontar palle è abbastanza abile. In piena emergenza coronavirus, standosene bene a casa, il giornalista racconta di risse violente nei supermercati, risse mai avvenute. Giusto per fare un esempio.

   Però è divertente, devo ammettere.

   Ogni tanto un sorriso ci vuole, ma poi la cosa è seccante quando si vuol far credere di essere padroni della verità.

   Bene, Fantapall in questo periodo è ossessionata dal denigrare e delegittimare il professor Vincenzo, un noto candidato a sindaco che in questi giorni è impegnato a portare avanti il proprio progetto politico.

   Ora, se io fossi il giornalista di Fantapoll mi preoccuperei di capire perché il professor Vincenzo si presenta, quali sarebbero i suoi candidati, quali sono i programmi che propone, quali obiezioni da fargli sui contenuti che non mi convincerebbero, e magari fargli una critica politica onesta, anche se mi è antipatico. Mi preoccuperei di capire perché tanta gente ha partecipato alla presentazione delle liste. Cercherei di capire perché questo signore è popolare. Senza fare neanche tanti pronostici.

   Ecco, seguire il buon professore dal punto di vista sociale sarebbe un reportage abbastanza interessante, anche perché i lettori vorrebbero capirci di più.

   Io, ad esempio, sono un lettore che ama approfondire. Mi piace farmi un’idea dei candidati, vedere che cosa propongono, capire il loro grado culturale e verificare la loro idea di dimensione di uno spazio cittadino.

   Voi pensate che leggerete tutte queste cose che richiederebbero tra l’altro un lavoro accurato e obiettivo? No.

   Mi mandano un articolo dove il professor Vincenzo è al bar a incontrare qualche conoscente, e magari a questi signori dichiara di candidarsi. E ci sta. Quanti candidati vanno al bar per proporsi agli amici e ai conoscenti? No, secondo Fantapall gli amici son pochi, come se il bar stesso potesse riempirsi di migliaia di persone all’istante così per magia.

   Un articoletto senza logica, ma molto divertente.

   Ieri (29 agosto 2020) la pubblicazione di un altro articoletto divertente. Una macchina parcheggiata all’angolo con tanto di morale sul codice della strada. E indovinate a chi appartiene la macchina? Proprio al professor Vincenzo.

   Ora, prima di scrivere l’articolo, mi chiederei almeno se la macchina non si fosse guastata e per necessità si è parcheggiata lì. No, ci si inventa che la macchina blocca il passaggio alle carrozzine per disabili, che è in divieto di sosta e fermata e quant’altro ancora. E anche se fosse, magari sarebbe utile chiamare qualcuno delle forze dell’ordine prima di scrivere l’articolo. Così, giusto per avere un chiarimento. No, neanche questo.

   E allora via con la pubblicazione.

   E così mi inondano il Whatsapp per leggere questa roba demenziale.

   Ora il professor Vincenzo non ha bisogno della mia difesa. Però adesso ho paura che il professor Vincenzo sarò protagonista di un articolo dove magari vola su un asino volante, oppure un altro articolo dove magari si metterà a parlare con Pinocchio, oppure un altro dove magari si scriverà che vorrà andare a farsi un pellegrinaggio fino a Serra San Bruno.

   Insomma, la demenzialità più pura.

   E così continua la triste narrazione del giornalismo crotonese, che va sempre più giù pur di raccontare barzellette.

   È vero che siamo in regime di par condicio.

   Allora aggiungiamo che Fantapall non è il solo a raccontare felicemente delle palle.

   Mi hanno inviato qualche giorno fa il link di un blog dedicato ai Vichinghi, e poi vedi il blog e vedi tanti articoletti fantasiosi su un noto segretario della Lega, come se quelle pubblicazioni illuminanti acchiappassero lettori.

   Caro professor Vincenzo, come può ben vedere ogni esponente politico è perseguitato da qualcuno che ama raccontare palle. Lei almeno ha Fantapall. Pensi che c’è chi è addirittura stalkerizzato dai Vichinghi…

   E poi dicono che i blogger sono fabbricanti di fake news…

   Detto da chi racconta e pubblica palle tra l’altro sembra addirittura un complimento…

Aurélien Facente, agosto 2020

Coronavirus KR – La lettera di una mamma

Mi è arrivata stamane la lettera di una signora che ha in famiglia una persona affetta da autismo. L’ho letta con molta attenzione, e credo sia giusto trasmetterla per un solo e valido motivo: anche queste persone esistono, e vanno dunque ascoltate. Per questo concedo il mio spazio alla signora Angela che ha condiviso con me questo messaggio breve, ma che denuncia un chiaro concetto istituzionale: il diritto all’esistenza. Ci sono tante voci che non vengono ascoltate e che avrebbero bisogno di conforto, di qualche parola d’incoraggiamento. Sono le voci di persone che respirano, che hanno un battito nel cuore, che hanno diritto di avere puro e semplice rispetto. Ho letto la lettera della signora con molta attenzione. E perciò la trasmetto. Perché tutti possano leggere, sperando che la stessa possa in qualche modo essere trasmessa al Presidente Conte, con il solo intento di dirgli che anche queste persone meritano che il loro diritto di esistere sia considerato.

Aurélien Facente, aprile 2020

La Lettera di una mamma

   Terapie, giri, scuola e famiglia, la vita di un genitore con bisogni speciali, gira intorno alla disperata ricerca di una vita normale.

   Ma una mattina questa normalità viene a mancare, perché un virus nato in Cina, si è diffuso a macchia d’olio prima in tutta la stessa Cina e in seguito sul resto del pianeta, fermando tutto: il tempo, la vita e la speranza.

   La speranza di ogni genitore di dare una vita normale, migliore al proprio figlio.

   Tutto si è fermato lasciandoci soli ad aspettare, aspettare la fine della quarantena, con la speranza di non venire contagiati e con la ferma volontà di far vivere nel modo più sereno possibile tutto questo ai nostri figli.

   Non è semplice, perché in una mamma e papà, in un periodo storico come questo, si sono scatenate tante cose: la paura, la rabbia e una doppia preoccupazione per i nostri figli, doppia sì, perché chi ha un figlio autistico o con altre problematiche, oltre alla paura di vedere il proprio figlio sul letto di un ospedale, ha anche la paura che tutti i piccoli miglioramenti raggiunti cadano nel nulla.

   Ci siamo ritrovati ancora più soli, perché un bel giorno, ci è solo stato ordinato di stare a casa, senza pensare a cosa ci fosse dietro quella porta, così siamo stati semplicemente abbandonati a noi stessi e alle nostre lotte.

   Ogni giorno è una lotta, e l’unica cosa che ci è stata concessa è una passeggiata, per contenere gli stati aggressivi della patologia dei nostri figli.

   L’unica realtà che ci è venuta in soccorso è stata la Casa di Iulia, una ludoteca inclusiva, nata per volontà di un papà che voleva di più per la propria bambina, e ha allargato questa possibilità ad altri bambini con la stessa patologia della figlia o con altre problematiche; la Casa di Iulia ci ha accolti a braccia aperte e senza riserve, a differenza di altri centri che hanno addirittura definito i nostri figli  come dei mostri ingestibili, non pensando che loro sono i primi che soffrono e mettendo l’umanità e la sensibilità sotto la suola delle scarpe.

   La Casa di Iulia non lo ha fatto, ha accolto ogni bambino, non facendolo sentire un altro numero, un altro paziente, ma prendendosi a cuore quella creatura e creando per i genitori, una famiglia, perché ogni genitore è così che si sente, anche in questa circostanza, perché non hanno abbandonato nessuno, in virtù del fatto che ogni bambino ormai è diventato come un figlio, nipote, fratellino.

   La Casa di Iulia è una realtà che dovrebbe essere presa ad esempio da tanti centri e che dovrebbe crescere sempre di più, perché possa aiutare tanti altri bambini e famiglie.

Ci sono stati innumerevoli decreti, tanto che ormai la gente ironizzava sul fatto di aspettare una diretta del Presidente del Consiglio Conte all’orario di cena.

   Tutte queste dirette avevano un comune denominatore: la parola autismo non veniva mai pronunciata.

   Nessuno ha mai pensato a questi bambini e alle loro famiglie, che in questa circostanza sono diventati ancora più invisibili.

   L’Italia farà di tutto per rialzarsi, ma il lavoro più grosso lo faranno, come sempre, questi genitori per i propri figli, per vedere in loro qualche miglioramento e qualche sorriso che gli doni di nuovo la speranza, la speranza di un futuro meraviglioso per loro e la speranza che prima o poi lo stato si accorga di noi, con o senza Covid 19.

Angela Corace

Coronavirus KR – Quel silenzio che non va bene

La mattina mi tocca passare da quella scuola elementare. Mi succede quando esco con il cane. Un breve giro dell’isolato per restare nella norma dei duecento metri imposto dalle ordinanze governative e regionali. Per cinquanta giorni almeno sempre lo stesso paesaggio. Palazzi con persone che stanno sul balcone che ti osservano come un oggetto estraneo, gatti selvatici che ormai hanno preso possesso del parco inutilizzato, e poi ad un certo punto ti ritrovi le scuole. Già, la scuola elementare della Santa Croce, poi magari ti ritrovi a guardare la scuola media Giovanni XXIII, e infine la Anna Frank.

   Solitamente a quell’ora del mattino, m’ero abituato ad ascoltare i clacson delle auto, e osservavo i genitori che accompagnavano i figli nelle loro scuole. Conversazioni tra mamma e figlio o tra papà e figlia, o viceversa. Scene di assoluta normalità di un giorno appena iniziato qui a Crotone.

   Oggi le scuole sono chiuse. Non sai quando riapriranno. Il dramma lo vivono certamente i ragazzi e i bambini, così come gli insegnanti. Obbligati a stare dentro casa e a evitare il contatto con i compagni. Una prova durissima che metterà in secondo piano lo studio, nonostante ci sia la migliore delle forze di volontà.

   Oggi c’è questo silenzio.

   Puoi ascoltare le auto passare, ma non ascoltare l’energia dell’infanzia e dell’adolescenza tra le aule è un duro colpo al cuore. Sembra di ascoltare il vuoto di una vita interrotta.

   Tutti a parlare del Coronavirus, e nessuno che si preoccupa di questo silenzio anomalo, brutto, dannoso.

   Certo, c’è la sicurezza e la salute da mettere in primo piano.

   Ma ciò non toglie che questo silenzio sia brutto.

   Ritorno alla mia memoria da ragazzo. Non ero uno che amava tanto andare a scuola. No di certo, ma sapevo che era importante. Ho i miei ricordi che tengo strettamente nel mio cuore, tra alti e bassi. Ma se fosse capitato a me, mi sarei angosciato nel sapere che non avrei potuto risedermi in quel banco accanto al mio compagno di classe.

   Il silenzio che ti zittisce ti rimette in moto un duro confronto con te stesso. Ti rendi conto di quanto manca il vocio dei ragazzi tra una lezione e un’altra. Ti manca sentire qualche maestra che si fa la voce grossa per tenere la disciplina. Ti manca il bidello che apre le porte della scuola, e magari lo vedi che alla fine delle lezioni si mette a pulire con impegno l’aula.

   Scene di quotidianità preziose.

   E ora silenzio.

   Un silenzio che non va. Anche se si tratta del prezzo della prevenzione e della quarantena. Non cambia la sostanza. Resta sempre un silenzio che non va.

Aurélien Facente, aprile 2020